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Recovery plan, ripartire dal territorio per una sanità vicina al cittadino

08 Febbraio 2021

Riceviamo e pubblichiamo
di Filippo Anelli*

La pandemia di Covid costituisce senza dubbio la più grave crisi sanitaria che il nostro Servizio sanitario nazionale abbia dovuto affrontare e sostenere dal 1978, anno della sua istituzione ad oggi. In questi giorni, si è aggiunta anche la crisi politica, strettamente connessa all’altra – come sia il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sia il presidente del Consiglio incaricato, Mario Draghi, hanno ricordato –  e alle sue ripercussioni sulla vita delle persone, sull’economia, sulla società. “La consapevolezza dell’emergenza richiede risposte all’altezza della situazione”, ha affermato Draghi, al termine del colloquio con Mattarella. È vero. E, oggi più che mai, non dobbiamo aspettarci risposte dall’alto, ma dobbiamo costruirle tutti insieme, ognuno per la sua parte.

A un anno dall’inizio dell’epidemia in Italia, possiamo dire, a ragion veduta, che, se il sistema ha retto, nonostante tutto, lo deve ai suoi medici, ai suoi infermieri, ai suoi operatori, che hanno continuato, senza sosta, a svolgere il loro lavoro, moltiplicando i sacrifici e le rinunce. Oggi più che mai possiamo affermare che sono loro, che sono i professionisti della Salute, il vero tessuto connettivo che ha tenuto e tiene in piedi il Servizio sanitario nazionale.

Un Servizio sanitario nazionale che, pure, era nato sotto altre premesse e auspici, e che era stato costruito sui principi fondamentali di universalità, uguaglianza, equità. La pandemia, invece, è arrivata su un terreno già minato dalle disuguaglianze e ha aperto varchi, scavato solchi, che rischiano di diventare voragini capaci di inghiottire i diritti civili, garantiti dalla nostra Costituzione. L’emergenza dovuta al Covid ha messo in luce e amplificato carenze e zone grigie preesistenti nel nostro Servizio sanitario nazionale, frutto di decenni di tagli lineari e di politiche che vedevano la salute e i professionisti come costi su cui risparmiare e non come risorse sulle quali investire. Ha acceso impietosamente un riflettore su criticità e carenze che erano ormai strutturali.

Carenze di personale, con medici e infermieri che, negli ospedali, hanno dovuto fare turni anche di 24 ore di seguito, per poter gestire i pazienti che continuavano ad affluire senza sosta. Carenze a livello edilizio, con l’impossibilità, in molte strutture, di separare i percorsi ‘sporco’ e ‘pulito’. Carenze strumentali, di posti letto, delle terapie intensive. Carenze organizzative, con medici di famiglia lasciati soli ad assistere i pazienti domiciliati; abbandonati a se stessi, senza protocolli, linee guida; senza personale di supporto, privi di strumentazione adeguata, senza saturimetri e bombole d’ossigeno. Senza dispositivi di protezione individuale. Carenze nella sicurezza, appunto, che hanno portato molti medici a contagiarsi, alcuni a pagare con la vita il loro impegno.

Hanno superato la soglia dei trecento i medici che non ce l’hanno fatta, che hanno pagato con la vita l’aderenza ai principi del Codice di deontologia medica e del Giuramento. Che hanno risposto ‘sì’ a una richiesta di aiuto, memori di quella promessa di curare tutti, senza discriminazione alcuna. Anche se le mascherine non si trovavano, se i guanti erano finiti. È questo che è successo al nostro Roberto Stella, che, per la Fnomceo, curava la formazione dei medici. È questo che è accaduto a molti altri, ai quasi 110mila operatori sanitari contagiati.

È da qui che dobbiamo ripartire. Da quel patrimonio di competenze e di valori che rendono uniche le nostre professioni, che sono poste dallo Stato a garanzia dei diritti dei cittadini: quello alla Salute, di cui all’articolo 32, quello all’uguaglianza, di cui all’articolo 3, e il meta-diritto a vedersi attribuiti dei diritti fondamentali e inviolabili, per il solo fatto di essere una persona umana, di cui all’articolo 2. Diritti che vengono tutelati attraverso la tutela del buon esercizio della professione, in termini di sapere, saper fare, saper essere.
Dobbiamo ripartire dal capitale umano del nostro Servizio sanitario nazionale. Coinvolgere i nostri professionisti nei processi decisionali che coinvolgono le politiche sanitarie. Politiche che non possono avere come obiettivo altro che la salute dei cittadini.

La sostenibilità economica del Servizio sanitario nazionale non può e non deve passare attraverso una compressione del diritto alla salute e non può più passare attraverso la riduzione di risorse economiche e umane. Dobbiamo mettere un punto e a capo: lasciarci definitivamente alle spalle politiche di aziendalizzazione della sanità e di mercificazione della salute. Ora è il momento dell’azione, della ricostruzione, degli investimenti sul futuro. È il momento di utilizzare i fondi del Recovery Plan per sanare le carenze strutturali del sistema. È il momento di ampliare le risorse destinate alla Sanità e, se non dovessero essere sufficienti, di valutare l’opportunità di utilizzare i fondi del Mes.

Va assunto nuovo personale, nuovi specialisti altri infermieri. È un bene aver aumentato i posti nelle terapie intensive, ma diventa quasi inutile se non si formano ed assumono anestesisti, infermieri e altri professionisti per gestire i pazienti. Si devono adottare iniziative per avviare un piano di assunzioni procedendo, tra l’altro, alla stabilizzazione a tempo indeterminato del gran numero di professionisti precari. Vanno costruiti nuovi ospedali, che permettano il rispetto delle norme di sicurezza e che tengano separati i percorsi Covid da quelli per la cura delle altre patologie.

In caso contrario, si privilegerà, come è già accaduto, la cura del Covid rispetto a quella di malattie non meno gravi e, alla fine della pandemia, saremo costretti a contare, oltre alle morti da Covid, anche quelle indirette da tumori, malattie cardiovascolari e altre patologie, dovute all’abbandono delle cure. Patologie che, quando diventano croniche, possono e devono essere curate sul territorio.

È sul territorio che si gioca la grande partita, quella che veramente può dare una svolta alle politiche sulla salute pubblica. È sul territorio che possiamo curare i pazienti Covid con quadro clinico meno grave. È sul territorio che dobbiamo fare prevenzione. È sul territorio che dobbiamo prendere in carico i pazienti cronici e rispondere alle domande di salute di tutti i cittadini.  E, per far questo, dobbiamo sganciarci da modelli ormai obsoleti.

Appare necessario pensare ad una sanità territoriale “nuova”, ispirata ad una vision in grado di rispondere alla domanda di salute presente e futura del Paese, che possa essere realmente integrata da un punto di vista organizzativo, sia al suo interno, sia con le strutture ed equipe ospedaliere, e che possa essere in grado di valorizzare le specificità di tutti i suoi attori, pur nelle diverse peculiarità, al fine di rispondere al crescente bisogno di salute della popolazione nel nostro Paese. Dobbiamo abbandonare l’immagine, romantica ma non più aggiornata alle attuali esigenze, del medico condotto, solo nel suo studio, con la sua borsa, il fonendoscopio, lo sfigmomanometro. Dobbiamo sostituirla con quella di un medico di medicina generale che lavora in equipe con l’infermiere, l’assistente di studio, il fisioterapista, lo psicologo, l’assistente sanitario.

Un team di professionisti che mettono in sinergia le proprie peculiari competenze, in maniera orizzontale, e non verticale. Che non vanno imbrigliati in schemi gerarchici di tipo dirigenziale, ma che portano, insieme, le loro competenze ‘al letto del malato’, vicino al cittadino. Che dispongono di una strumentazione adeguata, per poter fare diagnostica di prima istanza: un’ecografia, un elettrocardiogramma. Che possono collegarsi, in teleconsulto, con gli specialisti ambulatoriali. È questa la medicina territoriale del prossimo futuro, un futuro sul quale siamo già in ritardo.

In conclusione, si devono porre in essere i necessari atti e provvedimenti volti a colmare le disuguaglianze di salute che ancora persistono nel Paese: deve essere questa la priorità nell’impiego delle risorse. Si deve intervenire tempestivamente a favore di un rilancio dei valori alla base del nostro sistema di tutela della salute e di un rinnovamento del Servizio sanitario nazionale per renderlo più adeguato – in tutte le regioni italiane – ai bisogni di salute della popolazione, più accessibile a tutte le persone. La parola chiave deve essere ‘prossimità’ al cittadino, non solo in senso di vicinanza fisica ma di risposte aderenti alle sue richieste di salute. Il raggiungimento di obiettivi di salute deve restare la finalità prioritaria del servizio sanitario. Occorre favorire la partecipazione dei cittadini e mettere i professionisti nelle condizioni di perseguire tali obiettivi in autonomia, indipendenza e in maniera sinergica, coinvolgendoli nei processi decisionali.

I professionisti della Salute, lo ribadiamo, sono i custodi dei diritti, che garantiscono con le loro conoscenze, le loro competenze, i loro valori etici e deontologici. È questo che conferisce loro, al di là e prima di quello professionale, un forte ruolo sociale, quali fautori e artefici di quella democrazia che riconosce a tutte le persone uguali diritti: la democrazia del bene.    

*Presidente Fnomceo – Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e odontoiatri