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Covid, Fnopi: “Se ci avessero ascoltato, oggi avremmo 15mila infermieri in più”

11 Febbraio 2021

Intervista al presidente Mangiacavalli: “Recovery? Un passo avanti sulle risorse, ma sono ancora insufficienti”

di Paola Alagia

Dal Recovery Plan, che sul fronte della sanità costituisce un “passo avanti rispetto al passato prossimo”, ma che prevede risorse ancora “insufficienti”, alla riforma dell’infermiere di famiglia, che deve ancora trovare piena applicazione: “Delle 9.600 unità previste siamo ancora al 10%”. Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi), intervistata da Nursind Sanità, fotografa lo stato dell’arte. E insiste su uno dei nodi ancora da sciogliere: la carenza di personale infermieristico e il percorso di adeguata valorizzazione che la categoria attende.

Mangiacavalli, in attesa che Mario Draghi sciolga la riserva e che un nuovo governo sia a tutti gli effetti operativo, il Paese è pronto per la campagna vaccinale di massa che ci attende?
Il Paese sicuramente è pronto perché le persone non ce la fanno più con l’up and down delle zone e delle restrizioni e, quindi, la vaccinazione appare davvero come una luce in fondo al tunnel. Quello che semmai ha difficoltà a reggere l’impatto di una simile operazione, unica nel suo genere, è il Servizio sanitario nazionale. Sia sul versante dell’approvvigionamento dei vaccini, dove tuttavia i ritardi non sono colpa del sistema e le consegne a singhiozzo spesso rallentano i piani e le previsioni, sia per quanto riguarda i vaccinatori. Su questo versante abbiamo assistito al ritorno a vecchie abitudini che differenziano ancora i livelli di intervento delle varie professioni invece di mettere in campo la necessaria multi-professionalità che serve in un modello del tutto nuovo di assistenza.

E poi c’è un problema di carenza di personale.
Gli infermieri, ormai è sotto gli occhi di tutti, non ci sono. Nel senso che mancano per politiche di blocchi del turn over e di sottostima nella previsione della determinazione dei fabbisogni universitari. Se solo le richieste della Federazione (che poi sono quelle degli ordini provinciali) fossero state ascoltate negli ultimi cinque anni, ora avremmo in servizio circa 14-15mila infermieri in più, un numero che probabilmente è quello che serve al sistema delle vaccinazioni. Ma bisogna fare attenzione anche a un altro aspetto.

Quale?
Quel che serve non è spostare competenze professionali da una professione all’altra. Quel che serve è mettere nelle condizioni gli infermieri di essere numericamente in grado di svolgere i compiti loro propri per legge e anche di attingere, vista l’emergenza, al bacino dei liberi professionisti (oltre 30mila professionisti potenzialmente disponibili), ugualmente laureati e abilitati, ma che devono essere coinvolti secondo procedure dignitose e rispettose di una professione riconosciuta ormai come pilatro essenziale dell’assistenza.

Cosa lo impedisce?
Le Regioni ora stanno agendo autonomamente in questo senso, ma nei protocolli vaccinali nazionali non sono stati considerati tra gli operatori sanitari a cui va somministrata in via prioritaria la vaccinazione per salvaguardare la loro salute e quella dei cittadini che assistono. La retribuzione prevista per i compiti vaccinali, assimilabili a un lavoro dipendente, equivale invece a meno di un terzo di quello che è il loro guadagno in libera professione. E per di più crea problemi fiscali e di gestione amministrativa.

Vista appunto la carenza di infermieri (secondo l’ultimo Rapporto Crea in Italia ne operano 6,7 per mille abitanti), l’ultimo bando Arcuri per reclutare 15mila tra medici e personale infermieristico è a rischio flop?
A rischio flop forse no, perché come la storia ha sempre dimostrato i professionisti della salute hanno una coscienza che va bene oltre la burocrazia e gli errori di gestione. Ma sicuramente a rischio rallentamento sì, che in una pandemia è pericoloso quasi quanto un flop. Il personale infermieristico oggi è a un livello tale di formazione e di partecipazione al sistema, a un livello tale di capacità assistenziali e di qualità, che non può essere considerato come un di più rispetto ad altre figure professionali. Deve essere protagonista di ciò che caratterizza la professione e l’assistenza e deve avere in questo senso pari trattamento e pari dignità con altre professioni che agiscono nello stesso senso e con gli stessi fini.

E non è ancora così?
Questo spesso non accade e la Fnopi è intervenuta più volte, anche col supporto dei sindacati, per riequilibrare situazioni paradossali perfino agli occhi delle persone assistite, non solo dei professionisti o dei gestori del sistema. A livello centrale probabilmente si è rimasti indietro a un’immagine obsoleta delle singole professioni e solo pochi hanno chiaro il panorama prossimo venturo. Non per niente nella legge di Bilancio 2021 è stata inserita la specificità infermieristica che riconosce la singolarità e l’importanza della professione e la pone a un gradino più alto rispetto a come, purtroppo, spesso altri la vedono. E questo, al di là dell’importo dell’indennità, su cui c’è da ragionare e che va comunque erogato non al momento del contratto, ma subito, in questo anno. Come accade per i medici, a prescindere da trattative che sicuramente non potranno essere brevi.

La sfida del Recovery. Come giudica le risorse riservate alla sanità?
Insufficienti. Non c’è un’altra definizione valida. Sicuramente un passo avanti rispetto al passato prossimo, fatto di minori finanziamenti, tagli e razionalizzazioni che hanno tolto nell’arco di dieci anni al Servizio sanitario nazionale circa il doppio di quello che il Recovery gli sta dando ora. Ma nella missione Salute sono previste somme che, seppure probabilmente ben allocate nei titoli che le caratterizzano, non potranno che ‘assestare’ la situazione. Senza dare un vero impulso alla crescita dell’assistenza.

Pensa a qualche aspetto, in particolare?
Il territorio è un esempio. Serve più personale, vera tecnologia (telemedicina, teleassistenza), articolazione dei servizi che i cittadini devono poter trovare ovunque vicino casa loro, senza dover ricorrere per forza al pronto soccorso dell’ospedale. Ma, con il finanziamento previsto, tutto questo non è possibile su scala nazionale. Si potranno solo ‘aggiustare’, appunto, le situazioni già in essere.

La pandemia ha reso evidente la centralità della figura dell’infermiere. In legge di Bilancio, come ricordava lei stessa, è stata reinserita l’indennità specifica. C’è il rischio che, a emergenza finita, si ritorni alla politica dei tagli a danno della categoria?
Far scomparire ciò che è stato scritto nelle leggi no, non credo sarà possibile. Ma si tenga ben presente che già nella legge di Bilancio si parla del 2023 come l’anno dopo il quale si dovrà tornare a pensare a una spending review, che sappiamo tutti quali danni ha provocato nel recente passato alla sanità. Secondo le regole ciò che c’è è acquisito, ma quello che abbiamo ottenuto come infermieri ancora sicuramente non basta e dovrebbe essere sviluppato.

E’ ottimista al riguardo?
Spero che chi governa abbia se non altro timore a riportare una politica di tagli nella sanità dopo quello che è accaduto e che ancora stiamo vivendo. Ma ormai abbiamo assistito a tutto nella storia del Ssn e non mi stupirei se si cercasse di ‘adattare’ quello che di buono si è pensato di fare, ancora una volta, a una politica economica che con la salute non ha e non deve avere nulla a che fare.

Come si traduce l’inversione di marcia che chiedete?
Nessuno chiede investimenti esagerati o spese eccessive: abbiamo bisogno però di alcune basi (anche economiche) che risolvano i problemi emersi, dalle carenze di personale alle tecnologie, dalle strutture di assistenza non complesse – come devono essere gli ospedali e proprio per alleggerire questi da compiti impropri – ai mezzi per una prossimità e una domiciliarità che l’epidemiologia, se non la pandemia, dimostra indispensabile. Tutte questioni che, per ora, tranne casi eccezionali, ci stiamo davvero solo raccontando.

Con il decreto Rilancio è arrivato il via libera all’infermiere di famiglia. A che punto sono le Regioni? Quali problemi sono ancora sul tavolo?
L’infermiere di famiglia e comunità, deciso e scritto nel decreto Rilancio, deve innanzitutto trovare applicazione per le 9.600 unità previste (con assunzioni a tempo indeterminato dal 2021) mentre ancora siamo a circa il 10%. E comunque si tratta di quantità insufficienti, tarate su un’emergenza, ma che non bastano davvero se si vuole dare un nuovo impulso al territorio. Oltre a ciò, poi, c’è un problema di diverso tipo nelle Regioni che pure sono state finanziate anche per inserire questa nuova figura nei loro organici.

Di che si tratta?
Il problema è l’esercizio delle competenze. Nell’emergenza le direttive comuni, anche concordate con le Regioni e poi verificate a livello centrale, hanno dato i loro frutti, tanto che l’Italia, seppure con alcuni errori, è uno dei Paesi che meglio ha tenuto sotto un relativo controllo il Covid-19. Invece, quelle misure che avrebbero dovuto essere il necessario supporto a un’assistenza spesso in crisi e concentrata quasi tutta negli ospedali sono state scritte, decise e pure finanziate, ma nessuno ha verificato la loro applicazione.

Con quali conseguenze?
Ora siamo nella situazione in cui soprattutto nel Centro-Nord, dove spesso l’infermiere di famiglia e comunità era già presente, si è sviluppata parte delle previsioni del decreto Rilancio, mentre scendendo lungo la Penisola questa figura è via via sempre più assente. E delle norme e dotazioni scritte nella legge 77/2020 (il decreto Rilancio, appunto) non c’è traccia.