Varianti Covid, l’immunologo Cossarizza: “Niente panico, ma ora basta improvvisare”

16 Febbraio 2021

Dalle mutazioni del virus all’efficacia dei vaccini. Ma anche il nodo chiusure e la questione forniture. Intervista all’ordinario di Patologia generale e Immunologia dell’Università di Modena e Reggio Emilia

di Lucilla Vazza

I contagi causati in Italia dalla variante inglese del Covid sono ormai circa il 20% del totale e così cresce il timore per un possibile aumento rapido dei casi nelle prossime settimane. Ma quanto dobbiamo preoccuparci e soprattutto cosa si può fare per affrontare questo nuovo scenario? Per Andrea Cossarizza – ordinario di Patologia generale e Immunologia e direttore della Scuola di specializzazione in Patologia e Biochimica clinica di Unimore, Università degli studi di Modena e Reggio Emilia – non bisogna farsi prendere dal panico, “ma affrontare questa evenienza del tutto prevedibile con una maggiore programmazione delle misure”. L’immunologo, però, lancia anche una provocazione: “Le aziende rinuncino ai brevetti per salvare l’umanità, a che serve avere una Ferrari in garage se non puoi guidarla?”.

Professore, c’è molta ansia, anche da parte della politica, per l’arrivo anche in Italia di queste forme mutate del virus. È un atteggiamento giustificato e cosa sono davvero le varianti?
Iniziamo col dire una cosa: le varianti dei virus sono un fatto normalissimo. Una conseguenza naturale della loro incessante replicazione, e degli errori che i virus commettono, perché non sono capaci di replicare il loro genoma in maniera assolutamente precisa. Fanno qualche sbaglio qua e là, errori di lettura del loro codice genetico. Quindi si può avere una variante che per caso ha un’efficienza più alta – o anche minore – dell’originale nel legare un certo recettore. Quindi, in presenza di un numero enorme di persone infette, come ora, è ovvio che la variante più efficiente prende il sopravvento, semplicemente perché è un po’ più capace delle altre di infettare le nostre cellule.

In pratica è il risultato di una corsa a ostacoli evolutiva…
Assolutamente sì, dove il virus più forte e scaltro ad adattarsi soppianta il più debole. È già successo: la versione del coronavirus che conosciamo (in codice “D614G”) è già una variante dell’originale virus dei primi casi di Wuhan e ha preso il sopravvento su tutte le altre. La buona notizia è comunque che le mutazioni di questo coronavirus sono molto più lente rispetto a quelle di altri virus, quindi il nostro sistema immunitario ha tempo di rifare la risposta sia al virus in quanto tale quando si ammala sia al vaccino.

Sembra tutto molto lineare, e allora dove sorge il problema delle varianti?
Il problema nasce se la variante scappa alla risposta immunitaria individuale e a quella indotta dal vaccino. Ovvero, se ci sono troppe mutazioni in particolari punti delle proteine virali. Per fortuna, da quello che sappiamo finora, i vaccini proteggono anche dalla variante inglese. Non possiamo però sapere se saranno efficaci anche sulle altre varianti già insorte e quelle che certamente arriveranno in futuro, e per questo l’attenzione deve sempre essere altissima.

Fermo restando che anche domani potrebbero saltar fuori in modo del tutto casuale ulteriori varianti, servono maggiori limiti alla circolazione delle persone per bloccarne la diffusione?
Per rispondere in modo razionale dovremmo avere il tracciamento di tutte le varianti presenti in Italia, e anche altrove, e purtroppo così non è. La verità è che nessuno ha il manuale d’istruzioni su come si sconfigge una pandemia, perché nessuno ne ha mai visto una. Certamente se c’è una variante che insorge lontano da noi, come quella brasiliana, allora ha senso bloccare tutto per evitare che arrivi, circoscrivendo i casi individuati da noi. Ma non si può avere la certezza che siano stati circoscritti tutti i contagi, qualcuno sfuggirà e il virus inizierà a diffondersi, è solo questione di tempo. Per esempio, la variante inglese è stata pubblicata in un database a maggio ed è uscita allo scoperto a Londra in settembre, mentre da noi è diventata molto evidente ora. I tempi sono questi, il virus si rinforza mutando e così diventa dominante. Ma non succede in pochi giorni, quindi in teoria abbiamo il tempo per prepararci. In linea di massima chiudere ha i suoi vantaggi, ma anche molti svantaggi.

Quali sono i pro e i contro delle chiusure?
Il vantaggio è semplice da capire: trattandosi di virus respiratori, bloccando l’incontro tra persone, si limita la diffusione. È successo quest’anno, come una specie di effetto collaterale, per l’influenza stagionale. Quante persone si sono ammalate? Pochissime grazie alle chiusure, il distanziamento sociale, le mascherine e il resto. Il punto è un altro: quanto possiamo reggere ancora un lockdown? In termini “meccanici” chiuderci in casa e non permettere a nessuno di respirare vicino a noi è ovviamente il sistema migliore, ma difficilmente fattibile per molto tempo. Servono altri atteggiamenti e risposte che vanno programmate per tempo e spiegate bene alla popolazione. Decidere da un giorno all’altro non funziona, non va bene la totale improvvisazione di ciò che viene detto e fatto. Non c’è un progetto, si vive, e si chiude, alla giornata.

Come quello che è successo per la mancata apertura degli impianti sciistici?
Certo, in questi casi quello che è razionale in termini epidemiologici diventa irrazionale in termini di organizzazione pratica. Un cambio di rotta dieci giorni dopo il via libera, quando tutti gli operatori si erano attrezzati e avevano speso molti soldi per sistemare gli impianti, è inaccettabile. A pranzo fuori si può andare se il ristorante adotta certe misure, ma a cena no. Non capisco il perché. Gli assembramenti si sono visti ovunque, a prescindere dall’orario.

I cittadini sono preoccupati, come devono comunicare medici e operatori sanitari per non diffondere il panico?
Bisogna semplicemente dire la verità. In questo momento io non sono particolarmente preoccupato, perché i vaccini funzionano, ma se le cose dovessero cambiare abbiamo tutte le capacità per mettere le cose a posto, per eventualmente usare un altro tipo di vaccino, e semmai inventarne di nuovi. Ci sono gruppi di ricerca che stanno già disegnando vaccini che possano agire contro le nuove varianti. Insomma, tutto il mondo scientifico sta lavorando per proteggerci. Bisogna avere fiducia, non sottovalutare il problema, ma neanche andare in panico senza motivo. Le persone devono recuperare serenità.

Le forniture dei vaccini vanno a rilento per problemi di produzione da parte delle aziende farmaceutiche e così rallentano anche le vaccinazioni. Cosa farebbe se potesse per cambiare la situazione?
Sappiamo poco di come siano stati gestiti i contratti e questo complica le nostre analisi sulle cause dei ritardi. Poi c’è la questione della proprietà dei brevetti. In una pandemia si devono modificare le regole sui brevetti sui vaccini, e permettere di usare tecnologie brevettate da altri. Le aziende non possono guardare al profitto in un momento così tragico per l’intero pianeta. Rientrino dei costi sostenuti e tolgano il brevetto, ne va del futuro dell’umanità. A che serve avere in garage una Ferrari se poi non puoi usarla?