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Vaccini, e se fosse Sputnik a salvarci?

22 Febbraio 2021

La Commissione Ue ha espresso dubbi pesanti, ma dopo i dati pubblicati su ‘Lancet’ il dibattito tra gli esperti in Italia è serrato. Ecco cosa c’è da sapere sul siero targato Mosca

di Lucilla Vazza

Come potremo battere il coronavirus in Europa se le case produttrici dei tre vaccini autorizzati (Pfizer, Moderna e AstraZeneca) continuano a non tenere fede agli impegni presi e a rallentare le forniture promesse? Dopo che anche San Marino nei giorni scorsi ha aperto le porte al vaccino russo, Sputnik V, diventando così il 30° Paese ad averlo autorizzato all’uso di emergenza, il dibattito in Italia sull’opzione targata Mosca si è fatto ancora più serrato.

Perché l’Europa non si attiva per portare anche da noi questo siero con efficacia al 91,6% e così colmare il gap produttivo che sta facendo andare le vaccinazioni a passo di lumaca? La risposta è che a un problema globale come la pandemia si stanno dando soluzioni condizionate dalla geopolitica internazionale, per cui il mondo anziché essere unito contro il virus, resta diviso in tre macroaree di influenza dominate rispettivamente dagli Usa, dalla Russia e dalla Cina. A ciascuno il suo vaccino e così l’Europa rischia di arrancare nella corsa all’immunizzazione e a pagarne il prezzo saranno i cittadini e l’economia di tutti i paesi membri.

Una settimana fa infatti, la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha espresso dubbi pesanti sul vaccino Sputnik, chiedendosi come mai la Russia offra milioni di dosi agli altri Paesi “pur non progredendo a sufficienza nella vaccinazione del proprio popolo”, che in effetti rimane sotto il 2%, per poi precisare che come ogni farmaco, anche Sputnik dovrà seguire l’iter autorizzativo, ma anche ispezioni nei siti produttivi russi, che non rispondono ai criteri stabiliti dall’Ue. Le autorità russe, dal canto loro, hanno replicato chiarendo di avere richieste per oltre 1,2 miliardi di dosi e di aver già stipulato contratti di produzione con India, Cina, Brasile, Corea del Sud e Argentina e che nei prossimi mesi gli accordi copriranno oltre 40 Paesi, pari a più della metà della popolazione mondiale.

Da noi, l’atteggiamento degli scienziati è di cauta apertura, tanto che Giorgio Palù, attuale presidente dell’Agenzia del Farmaco e virologo di fama internazionale, ha spiegato che i dati su Sputnik pubblicati su Lancet “sono ottimi”, ma che dovrà essere Ema, l’agenzia europea dei medicinali “a verificarlo e ad esaminare i siti produttivi”. Anche il primario dell’Infettivologia del Sacco di Milano, Massimo Galli, aveva commentato i risultati pubblicati su Sputnik “oltre le aspettative”.

Nell’Europa che arranca sulle vaccinazioni c’è un Paese che fa storia a sé: la Serbia. Il Paese balcanico può contare su quattro vaccini: lo Sputnik, il cinese della Sinopharm, l’americano Pfizer e l’anglo-svedese AstraZeneca, con i quali ha già vaccinato con la prima dose circa 1,2 milioni di abitanti (il 17% della popolazione), e sta lavorando sulla seconda somministrazione. Dalla Russia sono sbarcate stamattina a Belgrado altre 50mila dosi e in contemporanea ulteriori 46.800 dosi di vaccino Pfizer, con le quali le forniture alla Serbia raggiungeranno complessivamente 2 milioni di dosi. La Serbia fa parte dei Paesi beneficiari del piano Covax per il vaccino agli stati a basso reddito, ma Belgrado nei mesi scorsi ha concluso autonomamente contratti bilaterali con le case produttrici di vaccini.

Ma come funziona il siero “made in Mosca”? Sputnik V è prodotto dal Gamaleya Research Institute of Epidemiology and Microbiology, l’istituto di ricerca fiore all’occhiello del paese. Il vaccino viene somministrato due volte, in un intervallo di 21 giorni. Il siero è costituito da due componenti e il vettore utilizzato per indurre la risposta immunitaria dell’organismo si basa su un adenovirus umano. A differenza dei vaccini a mRNA di Pfizer-BioNTech e Moderna, Sputnik V sfrutta -come AstraZeneca e Johnson & Johnson- la tecnologia a vettore virale. Anche in questo caso l’obiettivo finale è far produrre al sistema immunitario gli anticorpi contro la proteina spike di Sars-Cov-2.