Vaccini, Carnevali (Pd): “Obbligo per le categorie a rischio? Prima puntiamo su ordini professionali e moral suasion”

24 Febbraio 2021

Intervista alla deputata dem: “Adesso le priorità sono l’organizzazione di una campagna veloce e l’attuazione del Recovery”

di Paola Alagia

Oltre al nodo della carenza di dosi, connesso al tema del gap produttivo, con il Covid comincia a farsi largo anche un’altra questione delicata e cioè quella dell’eventuale obbligatorietà vaccinale, almeno per i soggetti più esposti al rischio. Proprio di questo, Nursind Sanità ha parlato con la deputata bergamasca del Partito democratico Elena Carnevali. Secondo la parlamentare, tra l’altro relatrice del Recovery plan per la parte sanità in commissione Affari sociali, prima di concentrarsi sull’obbligatorietà “dovrebbe essere centrale un altro parametro, soprattutto per chi lavora in sanità, e cioè i codici etici. E lo dico – ha aggiunto –  da sanitario”.

Carnevali, partiamo proprio da questo aspetto che il caso dell’ospedale San Martino di Genova ha portato alla ribalta. L’ex ministro del Lavoro e membro del Cda Inail, Cesare Damiano, sostiene la necessità di un obbligo vaccinale per le categorie più esposte al rischio Covid. Lei non è d’accordo?
Il dibattito sull’obbligatorietà vaccinale l’ho misurato con la legge Lorenzin quando vennero introdotti maggiori vaccini di fronte al rischio di nuove malattie che pensavamo quasi debellate. E la reazione fu molto violenta. Detto questo, abbiamo preferito sostenere l’adesione volontaria per non doversi misurare con forme di contrarietà, considerato che sembra finalmente cresciuta la consapevolezza dell’importanza della protezione dei vaccini. L’orientamento che abbiamo sempre tenuto è stato infatti quello della forte raccomandazione.

Un discorso che vale anche per il personale sanitario?
Mi rendo conto che l’introduzione dell’obbligo per le categorie più a rischio semplificherebbe il quadro, ma confido in un’azione molto più incisiva da parte degli ordini professionali. In quanto organi sussidiari dello Stato, infatti, auspico che tale sussidiarietà venga esercitata pienamente. Il vaccino è l’arma più potente che abbiamo e per noi sanitari dovrebbe essere un Vangelo. Ecco perché ritengo l’azione di moral suasion importante. E’ chiaro che coloro che non si vaccinano possono mettere a rischio i soggetti che dovrebbero curare e rendono più impegnativo il lavoro del Sistema sanitario nazionale. Ed è altrettanto palese che non si possa pretendere di continuare a svolgere ruoli o puntare a una crescita professionale mentre si contribuisce a indebolire il sistema di cui si fa parte. Attenzione, però.

A cosa?
Il mio non è un discorso punitivo. Ragiono in termini di sicurezza per la popolazione di cui i sanitari in particolare sono chiamati a farsi carico.

Un altro argomento di dibattito riguarda la suddivisione del Paese in fasce di colore. Crede che sia un sistema che possa funzionare anche con il dilagare delle varianti?
Il decreto che è stato firmato ieri dal presidente Mattarella certifica di fatto l’introduzione del sistema per fasce di colore nel nostro Paese sulla base del rischio epidemico. E’ un meccanismo che è nato proprio con la precisa volontà di far corrispondere alle condizioni di rischio una immediata risposta, con misure restrittive o di allentamento. Di fronte alla richiesta delle Regioni di una revisione dei 21 parametri, incluso il peso dell’indice Rt, io dico una cosa sola.

Quale?
I criteri di prevalenza, impatto e resilienza, che hanno guidato l’Istituto superiore di sanità, non devono venir meno. Rimangono la nostra bussola. Le scelte, infatti, sono state fatte e si fanno solo sulla base di dati oggettivi e mai interpretativi.

L’Italia è alle prese con una pesante carenza di dosi vaccinali che ritardano la campagna di massa. Tra gli obiettivi di Draghi ci sarebbe anche il potenziamento della produzione di sieri, magari puntando su una condivisione dei brevetti. Secondo lei, fino ad ora l’Italia si è troppo appiattita sull’Europa, non sviluppando in parallelo sua politica di produzione?
Sarebbe il momento giusto in questa situazione eccezionale superare la proprietà esclusiva dei brevetti. Ma si tratta di un problema che non riguarda solo l’Italia, bensì tutta l’Ue. Dopodiché, da un lato è doveroso il rispetto degli impegni che le aziende farmaceutiche hanno preso con i contratti sottoscritti e dall’altra credo che il nostro Paese abbia tutte le carte per distinguersi pure sul piano delle sue capacità produttive. Siamo tra i maggiori player farmaceutici nei settori della chimica e siamo contoterzisti per moltissime aziende. Ma ci sono due considerazioni da fare.

Le faccia.
Un innesto sul fronte produttivo è necessario alla luce del fatto che la campagna vaccinale non si esaurirà quest’anno. Anzi, il vaccino anti-Covid potrebbe essere inserito tra le vaccinazioni che periodicamente saremo chiamati a fare. Soprattutto perché ancora non conosciamo la durata della copertura vaccinale. E’ vero pure, però, che la condivisione dei brevetti è una strada che richiede tempi lunghi. La via più praticabile, in condizioni di urgenza e necessità, quindi, rimane quella di una chiarezza e cooperazione nei rapporti con le aziende farmaceutiche, lavorando nel frattempo ad una organizzazione infrastrutturale. Che passa dalla conversione aziendale alle procedure di verifica dei siti da parte dell’Aifa.

Sul fronte vaccinale esiste poi un problema di carenza di personale dedicato. Intanto, nel Milleproroghe è arrivata una boccata d’ossigeno per i precari del Ssn. E’ sufficiente?
E’ un passaggio buono, ma non sufficiente. Sono stata, sono e sarò tra le più battagliere per la valorizzazione di tutto il capitale umano sanitario, dal personale medico a quello infermieristico. Un personale preparato che, tra l’altro, è apprezzato e ricercato a livello internazionale. Ma è da decenni che non facciamo una politica di investimento su tale fronte. Ciò non significa che non siano state fatte cose buone negli ultimi anni, a partire dal Cura Italia ed in tutti i decreti che hanno permesso quest’anno possibilità assunzionali con diverse tipologie di contratti. E la battaglia che ho vinto personalmente quando abbiamo modificato il decreto Calabria – con la possibilità di incrementare del 10 per cento il personale ad ogni anno sulla base dei dati riferiti al 2018 e del 15 per cento per le regioni virtuose – è tra queste. La proroga dei termini per la stabilizzazione dei precari anche con il Milleproroghe, dunque, è una boccata d’ossigeno. Ma mi chiedo: a queste persone, finita l’emergenza, diremo un semplice arrivederci?

Cosa farete?
Vorrei che si potesse arrivare al 2023. Si tratta di personale, infatti, che ha bisogno di avere i tre anni per essere stabilizzato. Questo è un obiettivo da raggiungere.

Quali sono le altre priorità che affronterà la Commissione di cui fa parte?
Noi abbiamo un’urgenza e un patto scritto quando è nato questo esecutivo. E tale patto conteneva due capitoli: organizzare il più velocemente possibile la campagna vaccinale e l’attuazione del Recovery. Abbiamo ricevuto moltissime sollecitazioni, richieste e suggerimenti. Adesso dobbiamo capire anche dal governo in quale chiave tradurli.  Una cosa è certa.

Quale?
Non possiamo buttare a mare l’occasione di avere 21 miliardi per la sanità, di cui 5 già impegnati. Questo è il compito immediato che dobbiamo assolvere.

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