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Covid, se anche la Consulta dà una mano a Draghi

01 Marzo 2021

Le misure contro il virus sono competenza statale. Il costituzionalista Clementi a Nursind Sanità: la sentenza “dovrebbe aiutare il governo ad accelerare”. Svolta del premier sulle nomine

di Paola Alagia

Fare presto con la campagna vaccinale. Il governo Draghi è nato proprio con questo obiettivo prioritario. E, in effetti, è alla “velocità” che si è richiamato il premier, nell’illustrare le linee programmatiche del suo mandato in Parlamento, definendola “essenziale non solo per proteggere gli individui e le loro comunità sociali, ma ora anche per ridurre le possibilità che sorgano altre varianti del virus”. E forse qualcosa comincia a muoversi in questo senso.

Fino ad ora a remare contro la celerità sono stati per lo più due fattori ed è su questi che l’esecutivo punta a incidere. In primis la carenza di dosi. Ma su tale fronte occorre fare chiarezza: è evidente che i ritardi nelle consegne annunciati da AstraZeneca hanno avuto il loro peso e compromesso la tabella di marcia del piano vaccinale. Ma, a onore del vero, bisogna pure dire che circa 1,5 milioni di dosi distribuite alle Regioni sono rimaste in magazzino. Complice l’obbligo della scorta per i richiami che in alcune parti d’Italia si è seguito alla lettera, rispetto ad altre. Ed è qui che si innesta proprio l’altro ostacolo, la cui rimozione è sempre più inderogabile, a maggior ragione di fronte al dilagare delle varianti: la carenza organizzativa. Mentre in Italia si guarda con speranza anche al vaccino Johnson&Johnson, che ha appena avuto il via libera dell’Agenzia regolatoria americana, l’Fda, e che entro metà marzo dovrebbe ricevere il disco verde pure dell’Ema, è infatti sulla pianificazione della campagna vaccinale che serve maggiore omogeneità e un serio cambio di passo.

Da tallone d’Achille a punto di forza: è questa la vera sfida. In tal senso, non c’è dubbio che una sorta di ‘assist’ all’ex presidente della Bce sia arrivato dalla Consulta. La sentenza dei giorni scorsi in tema di lotta al Covid – di cui si attende il deposito – mette benzina nel motore del governo. Che cosa sostengono i giudici? E’ semplice: che le misure di contrasto alla pandemia spettano alla Stato e non alle Regioni. Il legislatore regionale, in pratica, non può invadere con una sua disciplina una materia avente ad oggetto la pandemia da Covid-19, diffusa a livello globale e perciò affidata interamente alla competenza legislativa esclusiva dello Stato, a titolo di profilassi internazionale. Il discrimine è proprio qui. La profilassi internazionale, infatti, come previsto dall’articolo 117 della Costituzione, rientra tra le materie di esclusiva legislazione statale.

Ma per capire cosa ci dice questa sentenza, anche alla luce dell’anno appena trascorso e della conflittualità che abbiamo vissuto tra Stato e Regioni, Nursind Sanità ha interpellato il costituzionalista Francesco Clementi. Il professore di Diritto pubblico comparato all’Università di Perugia ha evidenziato come questa decisione sia “molto importante in quanto sottolinea come la lotta all’epidemia sia una competenza esclusiva dello Stato e non invece una competenza concorrente tra lo Stato e le Regioni nell’ambito della ‘tutela della salute’. E poi – ha proseguito – perché questo vale, senza eccezioni, sia per le Regioni a statuto ordinario che per quelle speciali, come, appunto, la Valle d’Aosta”. Perché proprio dalla Valle D’Aosta è partito tutto, dopo che il governo Conte presentò un ricorso contro una legge regionale che prevedeva misure di contenimento del contagio da Covid diverse da quelle nazionali.

Quanto all’effetto pratico sull’organizzazione della campagna vaccinale che può scaturire da questa sentenza, infine, Clementi ha spiegato: “Si tratta di una decisione che serve a mettere ordine nella filiera della campagna vaccinale, particolarmente asimmetrica da Regione a Regione. In tal senso, dentro una competenza statale propria, la competenza amministrativa regionale nell’organizzazione degli spazi vaccinali sarà consentita ormai solo dentro gli spazi amministrativi individuati dalla legislazione nazionale, utilizzando naturalmente innanzitutto i presidi del servizio sanitario di ciascuna Regione. Questo – ha aggiunto il costituzionalista – dovrebbe aiutare il governo Draghi ad imprimere l’accelerazione che tutti auspichiamo”.

Al di là dello ‘zampino’ della Consulta, che si vedrà ora che effetti dispiegherà sull’azione dell’esecutivo, però, già di suo qualche atto concreto Palazzo Chigi lo ha messo in campo. E’ fresco di nomina, per esempio, il generale di corpo d’Armata Francesco Paolo Figliuolo a nuovo Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 che, quindi, prende il posto di Domenico Arcuri. Ma non è l’unica novità. Da un lato, infatti, c’è anche il neo sottosegretario Franco Gabrielli – a cui Draghi ha voluto affidare la delega ai Servizi e che dovrebbe assumere un ruolo centrale sulla sicurezza nazionale – e dall’altro bisogna registrare il cambio della guardia ai vertici del Dipartimento della Protezione civile, con Fabrizio Curcio che sostituisce Angelo Borrelli. Tasselli importanti che dicono molto della direzione intrapresa dal premier. Un imprinting sicuramente corale rispetto alla gestione da molti tacciata come ‘solitaria’, di Domenico Arcuri, ma al tempo stesso fortemente accentrata. Almeno nella regia, essendo nomine di diretta emanazione del premier.

Certo, poi, un’organizzazione che funzioni, ha bisogno di vaccinatori. Proprio quelli che il bando Arcuri, risalente a dicembre scorso, per 15 mila posti (3mila medici e 12 mila infermieri) doveva reperire. Peccato che il personale infermieristico sia difficile da trovare, ma per una ragione semplice: non c’è. Le candidature di infermieri, non a caso, ai primi di gennaio viaggiavano sotto quota 4mila. Flop o meno del bando, è anche su questo che Draghi dovrà aprire una riflessione. Bene, infatti, il proposito di mettere in campo i volontari della Protezione civile, bene il supporto delle Forze armate, ok agli accordi con i medici di base (in attesa di capire come ne saranno modulate regione per regione le prestazioni aggiuntive), ma il nodo della carenza di organico infermieristico resta. E non è un problema secondario, visto che si tratta della categoria che in campo vaccinale (dalla somministrazione alla pianificazione) fa la parte del leone.  

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