Covid, Crisanti: “Accrescere la capacità vaccinale e di screening”

09 Marzo 2021

Dal piano di immunizzazione al pass sanitario, intervista al direttore del Dipartimento di Microbiologia dell’Università di Padova

Di Paola Alagia

Mentre ieri è stata superata la pesante soglia psicologica dei centomila morti e per la prima volta dal suo insediamento il presidente del Consiglio Mario Draghi ha rivolto un messaggio ai cittadini italiani, nel quale ha posto l’accento proprio sul “nuovo peggioramento della situazione sanitaria” in cui si trova il Paese, Nursind Sanità ha fatto il punto della situazione con Andrea Crisanti, direttore del Dipartimento di Microbiologia dell’Università di Padova e in prima linea nella campagna di screening in Sardegna, prima e unica Regione in zona bianca della Penisola. L’esperto di sanità pubblica e autore dello studio pubblicato da “Nature” sul caso di Vo’ Euganeo e l’incidenza degli asintomatici nella trasmissione del virus, anche di fronte a una possibile nuova stretta per contenere il Covid, mette in fila le priorità che si declinano in “tolleranza zero verso le varianti resistenti al virus, attraverso la chiusura chirurgica per zone, aumento della capacità di vaccinazione e creazione di un sistema in grado di fare tamponi molecolari”. Secondo Crisanti, inoltre, la vaccinazione per fasce d’età “è la strada giusta da seguire”. Ma sul pass vaccinale, di cui si dibatte in diverse Regioni e a livello europeo, è categorico: “Non è una questione di là da venire. E’ urgentissimo”.

Crisanti, abbiamo superato la soglia dei 100mila morti. Rispetto a un anno fa, quando inseguivamo il virus, oggi siamo alle prese con le sue varianti. Un déjà-vu?
Questo déjà-vu è dovuto all’alternarsi di misure restrittive con la loro rimozione. Quando si allenta, è evidente, il virus si trasmette di più. Siamo semplicemente di fronte al risultato delle nostre azioni. Non è in gioco la sfortuna o una particolare congiuntura astrale.

E’ possibile che si vada verso una nuova stretta per contenere il virus. La divisione per fasce di colore, secondo lei, con il diffondersi delle varianti, è un sistema che può ancora funzionare?
Io dico una sola cosa: se deve essere chiusura che sia l’ultima. Perché obiettivamente se facciamo un’altra chiusura e riduciamo un po’ i casi, senza nel frattempo intervenire in maniera netta, rischiamo solo di tornare al punto di partenza. Con un’altalena che logora i cittadini. Quindi, chiusure chirurgiche, ma fatte bene.

E cosa intende per “fatte bene”?
Che bisogna sfruttarle come opportunità per vaccinare quante più persone possibili e bloccare la trasmissione delle varianti resistenti ai vaccini in maniera incisiva. In sintesi, tolleranza zero. Nel senso che, in presenza di varianti resistente al vaccino in una determinata zona, questa deve essere chiusa. E’ chiaro comunque che c’è bisogno di aumentare la capacità di vaccinazione – e il governo penso voglia andare in questa direzione –, ma occorre al tempo stesso pure creare finalmente un sistema che sia in grado di fare tamponi molecolari.

E’ del parere che gli altri vadano messi da parte?
I molecolari sono gli unici che hanno un senso. Abbandoniamo i test antigienici che non servono a niente. Sono un po’ come le primule di Arcuri. Sono stati comprati a centinaia di milioni di euro per incapacità progettuale. Ci si è affidati, infatti, a questa scorciatoia come una soluzione. Che, invece, è peggiore del problema.

Il sistema di screening, pare di capire dalle sue parole, rimane una priorità. E’ così?
Sì. Bisogna creare la capacità di fare screening. Facciamo un’ipotesi.

Prego.
Sei settimane in zona rossa. Se in questo lasso temporale, siccome non avremo vaccinato la maggior parte della popolazione, non avremo cambiato passo per bloccare la trasmissione del virus attraverso misure di controllo e tracciamento, ritorneremo di nuovo punto e a capo. E’ questo il vero collo di bottiglia che non è mai stato affrontato. In Australia, Nuova Zelanda o Corea del Sud, per citare qualche esempio, ogni volta che ci sono stati dei casi o anche grappoli di casi (10-15) hanno messo le persone in isolamento e fatto migliaia di test. Non c’è altra strada in questo momento. Anzi, questa è una strada che ci tornerà utile successivamente.

Cosa intende dire?
Anche se noi riuscissimo, ipotizziamo verso settembre-ottobre, a completare le vaccinazioni, avremmo comunque due problemi da affrontare.

Quali?
Visto che nel frattempo il resto del mondo non si sarà vaccinato, avremo il dovere di difenderci contro il rientro del virus  e, contestualmente, dalle varianti resistenti al vaccino. Ciò significa che per ogni persona che verrà in Italia bisognerà fare il test due-tre volte, come hanno iniziato a fare in Inghilterra. Non se ne può fare a meno.

La variante inglese, al momento, è quella predominante. Si è perso del tempo nell’arginarla?
Noi avremmo dovuto fare la zona rossa a dicembre e non avremmo avuto il problema della variante inglese che ha iniziato a diffondersi proprio allora.

Sempre rispetto a questa variante, facciamo chiarezza sui dispositivi di protezione individuali. Tra doppie mascherine, mascherina chirurgica e FFp2, i cittadini come devono regolarsi?
Se si va sui mezzi pubblici meglio usare la FFp2. All’aria aperta va bene anche la chirurgica, che si può usare pure in un ambiente di lavoro non molto affollato. Il consiglio che do ai cittadini è di non sostare in gruppo davanti alle macchinette che distribuiscono caffè e bevande e di pranzare da soli.

Passiamo al piano vaccini. L’estensione del siero AstraZeneca anche ai soggetti di età superiore ai 65 anni può aiutare a imprimere un’accelerazione sul fronte delle immunizzazioni?
Tutto dipenderà dalle dosi a disposizione, ovviamente. Si tratta di un vaccino sicuro, questo va detto ai cittadini. Così come va detto, però, che dà degli effetti collaterali leggermente più pesanti rispetto agli altri vaccini. Parliamo, comunque, di uno stato febbrile intorno ai 37,5-38 che si risolve con un semplice antinfiammatorio.

Il balletto sui limiti d’età del vaccino AstraZeneca, però, ha creato un certo disorientamento.
Non c’è stato un problema relativo all’efficacia del vaccino, ma solo al disegno del trial che non conteneva un numero sufficiente di persone sopra i 65 anni per poterne giustificare l’utilizzo per quella fascia d’età. Adesso si sono accumulati i dati che suggeriscono di poter andare in questa direzione. Tutto qui.

E’ corretto andare avanti per fasce d’età?
Penso che sia la linea giusta da seguire ed è coerente con le misure prese fino ad ora. Vaccinando per fasce d’età, infatti, quando arriveremo a coprire circa l’80-90 per cento di persone ultra sessantenni, otterremo un duplice effetto: meno pressioni sul sistema sanitario e meno persone che muoiono. Con una ricaduta positiva anche sul piano psicologico. Si tratta, tra l’altro, di una priorità non solo per i malati di Covid, ma anche per tutte le altre persone che hanno bisogno di cure, con le liste d’attesa che si allungano. Un problema serio che sta diventando anch’esso un’emergenza.

Sempre in tema di piano vaccini, il consigliere del ministro della Salute Speranza, Walter Ricciardi, ha espresso forti dubbi sull’ipotesi di immunizzazione con una sola dose al posto delle due previste (sulla scia del modello britannico). Lei cosa ne pensa? 
Sono d’accordo con Ricciardi. La cosa da fare, a mio avviso, è chiedere al governo inglese tutti i dati e presentarli agli esperti dell’Ema per le opportune verifiche. Noi non possiamo bypassare i nostri organismi regolatori che tutelano i cittadini. Altrimenti, derogando su determinati criteri e principi di qualità, sarebbe un Far west.

Sul siero made in Russia vale lo stesso discorso?
Sì. Bisogna attendere le valutazioni dell’Ema. L’Agenzia non può approvare un vaccino sulla base di qualche articolo di giornale. Bisogna aspettare, quindi, l’esame dei dati raccolti e le verifiche, in base ai criteri di qualità e tracciabilità, su produzione e distribuzione.

Dosi a parte, comunque, per accelerare la campagna di vaccinazione, occorrono i vaccinatori. Il governo si sta muovendo su più fronti, dall’accordo con 45mila medici di famiglia a quello con 40 mila specializzandi. Scarseggia il personale infermieristico. Che ne pensa della proposta lanciata da Fnopi che consentirebbe di schierare 90mila infermieri?
Storicamente i vaccini vengono somministrati dai medici perché esiste una probabilità – bassa, ma c’è – che emergano reazioni avverse. Quindi, un medico deve essere presente. Direi che medici e infermieri vanno mobilitati nella stessa misura, ma anche nello stesso luogo e tempo.

Pass vaccinale. Se ne discute in diverse Regioni, inclusa la Sardegna, oltre che a livello europeo. Una questione di là da venire?
E’ urgentissimo. Altro che di là da venire. Se noi vacciniamo 20 milioni di persone entro giugno-luglio, questi soggetti costituiscono una forza d’urto fondamentale per far ripartire l’economia. Se possono dimostrare, infatti, di essere vaccinati potranno andare in palestra, al ristorante, al cinema. Ma se non si creano l’anagrafe vaccinale e un sistema informatico efficiente per controllarle non potremo sfruttare questo vantaggio.

Si pone, tuttavia, un problema di privacy e di discriminazione. Come se ne esce?
E’ chiaro che qualcuno alla fine qualcosa deve cedere. Non si può avere tutto.