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Geopolitica dei vaccini: se l’inerzia Usa lascia spazio alle fiale di Mosca e Pechino

10 Marzo 2021

Sulle campagne di immunizzazione si gioca una partita che potrebbe ridefinire le sfere di influenza. Biden non ci crede, Russia e Cina sì

di Ulisse Spinnato Vega

Non mischiare salute e geopolitica, non strumentalizzare la missione di salvare l’umanità dal Covid a beneficio delle tentazioni imperialistiche di grandi e medie potenze del globo: la strada verso l’immunizzazione dal virus è lastricata di tante buone intenzioni che, però, si scontrano nella pratica con quella che ormai in molti definiscono la guerra diplomatica dei vaccini.
Le nazioni più forti, che hanno già a disposizione uno o più sieri, giocano ciascuna la propria partita nel risiko internazionale e gli esperti si dividono tra chi prevede che il cavallo di Troia delle dosi possa modificare le sfere di influenza e chi, invece, ritiene questa una partita ininfluente, dato che entro un anno o poco più avremo comunque una vastissima disponibilità di sieri su scala globale e a prezzi molto bassi.

In effetti, dentro questa seconda posizione sembrano muoversi gli Usa che si sono chiusi a riccio e preferiscono accelerare la campagna di immunizzazione interna piuttosto che esportare le fiale a scopi egemonici o comunque di rafforzamento del proprio “soft power” all’estero. Una dinamica talmente evidente che persino il vicino Canada ha dovuto rifornirsi in Europa. Dal canto suo, l’Unione europea, lenta, debole e a rimorchio come spesso le accade, prova ora a reagire e il presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen, a valle di una telefonata con Joe Biden, ha annunciato una alleanza Usa-Ue per i vaccini.

Mentre a Occidente prevale comunque una certa inerzia e una sorta di “sovranismo vaccinale”, dilaga la colonizzazione da parte delle altre due superpotenze globali, Russia e Cina, che si muovono in giro per il mondo con i loro “Piani Marshall delle dosi” e trovano sbocco soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Ma non solo: è di ieri la notizia che ci riguarda più da vicino. L’Italia sarà infatti il primo membro Ue a produrre il siero del Centro Gamaleya di Mosca, lo Sputnik V. È stato infatti siglato l’accordo tra il Fondo russo per gli investimenti diretti (Rdif) la società Adienne Pharma&Biotech, con un obiettivo di 10 milioni di dosi entro fine 2021. Si tratta di una prima risposta concreta alla richiesta e alla pressione che arriva da molte Regioni italiane e da molte voci politiche, mentre Mosca, c’è da dire, è già entrata nella Penisola con il suo siero grazie alla campagna di immunizzazione nella Repubblica di San Marino. 

Quando il mondo avanzato, comprese nazioni quali Giappone o Corea del Sud, ancora aspettava vaccini come Pfizer, Moderna o AstraZeneca, lo Sputnik è stato il primo in assoluto a essere registrato: costa la metà di quelli occidentali e si conserva più facilmente (anche tra 2 e 8 gradi). Non a caso, oggi ha già raggiunto una quarantina di nazioni, dall’Argentina alla Guinea, dagli Emirati Arabi Uniti al Messico, dalla Tunisia alla Serbia, dalla Colombia fino al Myanmar. In Europa, anche l’Ungheria, dopo la Slovacchia, lo ha scelto senza aspettare il macchinoso via libera dell’Ema. Forse non torneremo ai tempi della Cortina di ferro, ma certe dinamiche ricordano quelle della Guerra fredda. La politica non c’entra nulla con la salute? Sarà, ma intanto il governo ucraino poche settimane fa ha bloccato qualsiasi autorizzazione sul siero di Mosca. D’altra parte, l’ampia diffusione dello Sputnik in America Latina, praticamente sul “back yard” geopolitico statunitense, testimonia proprio lo scarso interesse di Biden circa l’utilizzo delle fiale come strumento di influenza. Nel frattempo, però, Mosca ha già approvato altri due sieri e tre sono allo studio.

La Cina, dal canto suo, ha quattro vaccini in portafoglio e invia le sue dosi in quantità generose ai Paesi in via di sviluppo, in Africa e Sud-Est asiatico in testa, con cui intrattiene intensi scambi, soprattutto in termini di investimenti e attività imprenditoriali contro materie prime. Di pochi giorni fa è ad esempio la fornitura da 200mila dosi al Mozambico. Colpisce la forte presenza anche in un Paese come il Cile che grazie al primo siero di Pechino, il Sinovac, aveva avviato la campagna di vaccinazione.
La valenza geopolitica dei sieri anti-Covid traspare poi in modo lampante nei casi di Armenia, Azerbaigian e Georgia che si rivolgono ai loro alleati di riferimento, rispettivamente Russia, Turchia e Occidente, per avviare le campagne di copertura vaccinale. L’approccio tutt’altro che filantropico e la volontà di potenza di Mosca e Pechino hanno poi una controprova empirica nel flop del programma Covax, gestito da Cepi, Gavi e Oms per garantire l’accesso ai vaccini della parte più povera del pianeta. Finora, né i sieri cinesi né quelli russi sono entrati nel progetto che rimane una foglia di fico messa lì a coprire gli egoismi dei Paesi ricchi; in pratica Covax è una piattaforma schiacciata sotto tonnellate di buone intenzioni declamate a vuoto dai leader mondiali.

Intanto, anche potenze di media levatura utilizzano le immunizzazioni anti-Covid per fare geopolitica. Secondo indiscrezioni, infatti, Israele, oltre ad andare a passo di lepre sulle vaccinazioni domestiche, avrebbe acquistato 200mila dosi di Sputnik da inviare in Siria in cambio del rilascio di una giovane donna prigioniera, ma nondimeno seguendo una logica di natura sia tattica che strategica rispetto agli equilibri nella regione. Come è ovvio, Damasco ufficialmente nega, ma le voci da Tel Aviv sono molte e convergenti sulla vicenda. C’è da dire che persino una piccola e ancor oggi isolata nazione come Cuba sta utilizzando le sue tradizionali eccellenze in campo medico e sanitario per ritagliarsi un ruolo geostrategico nella lotta al Covid. Soberana, il siero dell’isola caraibica, è alla fase 3 del trial clinico, dunque i risultati potrebbero essere disponibili a novembre, ma intanto L’Avana è al lavoro su altri tre vaccini. Interessante, in questo caso, la composizione delle nazionalità dei soggetti che si stanno sottoponendo alla sperimentazione del Soberana: infatti, oltre a cittadini cubani, sono presenti soggetti provenienti dal Venezuela e dall’Iran, nazioni storicamente amiche di Cuba.

Ma una guerra geopolitica a bassa intensità come questa si combatte naturalmente anche con altre armi, a partire dalla propaganda e dalle fake news, fondate spesso sulle più fervide teorie cospirative circa la pandemia come strumento di dominio del mondo da parte delle solite oligarchie. Anche in questo caso le azioni di “disinformazia” vere o presunte conducono ad accuse incrociate tra i due ex blocchi della Guerra fredda. Mosca – attraverso l’account Twitter dello stesso Sputnik – ha chiesto le scuse pubbliche dell’Ema per aver paragonato il vaccino alla “roulette russa”. Mentre i media inglesi hanno denunciato campagne social, orchestrate a loro dire dal Cremlino, secondo cui AstraZeneca utilizza un virus che si avvale come vettore degli scimpanzé, tanto che alcuni studiosi in Russia lo avrebbero definito “vaccino delle scimmie”. Mosca, naturalmente, ha subito rispedito le accuse al mittente.
Nei prossimi 6-12 mesi capiremo se quello della vaccinazione anti-Covid è un terreno sul quale possono davvero cambiare gli equilibri geopolitici. Per adesso, è evidente che c’è tanta, troppa politica anche dentro le fiale.