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Vaccini, Regioni in ordine sparso? “Titolo V da riformare”

30 Marzo 2021

Parla il costituzionalista Clementi: “Dal 17 marzo non hanno più la titolarità delle decisioni, ma serve tempo per allinearsi alla sentenza”

di Paola Alagia

Non è bastata la sferzata da parte del presidente del Consiglio Mario Draghi alle Regioni, che proprio ieri ha voluto incontrare per tendere loro una mano, ma anche per ribadire l’importanza di “una sincera collaborazione” nella lotta al virus. Dai diversi criteri di priorità adottati nelle vaccinazioni su tutto il territorio alle fughe in avanti sul fronte di accordi e trattative per l’acquisto autonomo di vaccini (è il caso del governatore della Campania), sul piano regionale la musica non è cambiata, ci si continua a muovere in ordine sparso. Nonostante, tra l’altro, il 17 marzo scorso sia scesa in campo pure la Consulta con una sentenza che, in teoria, fa chiarezza sulla gestione della pandemia, stabilendo appunto una primazia dello Stato sulle Regioni. E’ proprio di questo che Nursind Sanità ha parlato con il costituzionalista Francesco Clementi. Per dirla con le sue parole, in effetti, il pronunciamento della Corte Costituzionale costituisce uno “spartiacque. Segna un prima e un dopo. Attenzione, però – ha spiegato il professore di Diritto pubblico comparato all’Università di Perugia – Il riallineamento rispetto alla sentenza non avviene dall’oggi al domani. Le Regioni, dal 17 marzo in poi, sono entrate in un regime giuridico diverso. Mentre prima spettava loro, in quota parte, la titolarità delle decisioni, adesso compete loro l’esecuzione delle decisioni del governo. E questo passaggio richiede un po’ di tempo”.

Professore, la pandemia sta comunque mostrando i limiti del rapporto tra Stato e Regioni. Secondo lei, è necessario riformare ancora il Titolo V?
Va sicuramente riformato in alcuni suoi elementi. Ci sono dei temi che vanno riportati dentro la potestà esclusiva dello Stato, ma bisogna anche migliorare la qualità di alcune materie della potestà concorrente. Per dirla con una battuta, bisogna costituzionalizzare la giurisprudenza della Corte. Ma non basta.

Cosa altro serve?
Bisogna introdurre anche una Camera delle autonomie. Non è possibile, infatti, che le Regioni, che hanno un ruolo decisivo nel nostro ordinamento, siano costrette a vivere dentro un sistema che non riconosce loro dignità costituzionale in Parlamento.

Cosa le fa credere che in questo modo il sistema possa funzionare meglio?
Il discorso è molto semplice. Partiamo da un presupposto: le Regioni ci sono e rimarranno nella nostra architettura. Il tema, dunque, è far sì che possano discutere le questioni di materia concorrente in un luogo costituzionalizzato e cioè nella seconda Camera. Così, proprio perché tutto sarebbe verbalizzato in atti parlamentari, noi finalmente avremmo contezza del dialogo con lo Stato. E la pubblicità dei lavori renderebbe trasparente i diversi interessi politici che, legittimamente, si vogliono perseguire. Invece, al momento, non sappiamo come lo Stato e le Regioni negli ultimi 20 anni si sono scambiati i reciproci indirizzi politici. Questo è il tema.

Non sarà che alcuni ingranaggi di collegamento, ad esempio la Conferenza Stato-Regioni, non hanno funzionato?
Non è così. La Conferenza Stato-Regioni ha tenuto. Ma il problema è appunto che noi non sappiamo misurarne il grado di funzionamento. Non abbiamo gli strumenti pubblici di trasparenza per poterlo fare. Ecco perché una democrazia stabilizzata dà alle autonomie costituzionali dignità costituzionale.

Nel frattempo, però, con le Regioni che continuano a procedere in ordine sparso, come se ne esce?
La situazione è meno complicata di come appare.

Cosa vuol dire?
E’ semplice: noi abbiamo un avanti Cristo fino al 17 marzo, giorno in cui è arrivata la sentenza della Corte, e un dopo Cristo, dal pronunciamento della Consulta in poi. Il problema con cui ci stiamo misurando adesso è legato esattamente al fatto che le Regioni avevano predisposto dei piani e delle attività di indirizzo che a questo punto devono essere riallocate sulla base di una competenza esclusiva dello Stato. Tutte le scelte antecedenti al 17 marzo, quindi, erano nella loro piena titolarità dal punto di vista giuridico. Ecco perché bisogna cominciare a valutarne l’operato solo dalla sentenza in avanti.

Come la mettiamo allora con l’attivismo del governatore della Campania De Luca o con la precedenza alla vaccinazione data a categorie come gli avvocati in Toscana?
Nel caso della Campania, penso che si tratti di una provocazione e nulla più.

E invece con i differenti criteri di priorità nelle vaccinazioni da Regione a Regione?
Dico di fare attenzione perché la sentenza una volta pubblicata, in concreto, abbisogna che sia messa a regime e questo richiede un po’ di tempo. Gli scossoni a cui stiamo assistendo, a cominciare dalle parole del presidente del Consiglio Draghi, ci dicono proprio questo. E cioè che il riallineamento e l’assestamento rispetto alla sentenza della Corte sono in corso.

Intanto, l’Europa (in verità anche diverse Regioni italiane) si muove sul fronte del passaporto sanitario. C’è il rischio che questo strumento si riveli discriminatorio?
Non c’è discriminazione se c’è libertà di scelta, c’è discriminazione se la libertà di scelta non c’è. Mi spiego meglio.

Prego.
Bisogna fare un ragionamento legato alla realtà. Io dico: viva il pass vaccinale se questo ci consentirà di essere europei tra gli europei. Se insomma potrà essere messo in campo a parità di condizioni di accesso ai vaccini per tutti i cittadini. In questo caso sì che il passaporto ha una funzione. E siccome il pass dovrebbe arrivare a metà giugno e cioè quando tutti potremo avere la possibilità di immunizzarci non vedo pericoli di discriminazione. Anzi, auspico che ci sia perché ci consentirà di circolare con “dosi” maggiori di certezze. Sarà una leva di libertà.

Un’ultima domanda: governo e Parlamento lavorano per introdurre uno scudo penale per i vaccinatori. Serve secondo lei?
Non sono pregiudizialmente contrario perché penso che sia uno strumento che sarà costruito per dare garanzie e certezze a chi sta lavorando per la salute pubblica. Non vedo nell’uso di questo strumento forme di vantaggio o premialità. Parto da un presupposto.

Quale?
Con lo scudo i professionisti non lavorano certo con meno professionalità. Una tutela per loro, invece, sarebbe un riconoscimento per i rischi che, a maggior ragione con questa pandemia, stanno correndo.

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