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“Commissariare le sanità regionali non può essere un tabù”

31 Marzo 2021

Parla il senatore Pd Misiani. E sull’obbligo vaccinale per i sanitari non ha dubbi: “La priorità è la salute pubblica. Sono per la linea severa”

di Marta Tartarini

Nell’Italia a troppe velocità, che insegue l’immunità di gregge in una corsa ad ostacoli tra reperimento di vaccini e Regioni che si muovono a ruota libera, dopo la pandemia bisognerà fermarsi ed esaminare cosa non ha funzionato. Ma l’emergenza preme e il governo intanto fissa alcuni paletti con l’obbligo di vaccino per il personale medico a contatto con i cittadini e inserendo una sorta di scudo penale che permetta di arruolare nella lotta al virus quanti più professionisti sanitari possibili. Due misure al centro del decreto all’esame del Consiglio dei ministri di oggi e delle quali Nursind Sanità ha parlato con il senatore del Pd Antonio Misiani. Per il parlamentare lombardo, già viceministro al Mef nel governo Conte bis e da qualche settimana responsabile Economia nella nuova segreteria targata Letta, “la priorità va data alla salute pubblica”, per cui ben vengano scudo penale e obbligo vaccinale. Ma ben venga anche il pass europeo per consentire viaggi in sicurezza. Misiani, però, si è soffermato pure sulla gestione del virus in Lombardia che – è stato il suo j’accuse – ha collezionato una serie di flop.

Senatore, le Regioni si muovono in ordine sparso, con ritmi di somministrazione delle dosi diversificati. Come si può intervenire per garantire un accesso uniforme al vaccino?
C’è ancora un divario troppo grande tra le Regioni nella capacità di gestire la campagna vaccinale e di somministrare le dosi disponibili. E’ un tema che va risolto, c’è una struttura commissariale che lavora proprio per questo. Le Regioni in difficoltà hanno il dovere di accettarne il supporto, soprattutto lì dove sono emersi casi macroscopici.

A quali casi sta pensando?
Per esempio alla Lombardia. Qui, prima c’è stato il flop della vaccinazione influenzale e poi quello della vaccinazione anti-Covid. Ma prima ancora c’è stata la tragedia di una pandemia con un tasso di decessi sulla popolazione quasi doppio rispetto alla media nazionale. Un disastro costantemente negato o minimizzato dalla giunta regionale a guida leghista.

Di fronte a un sistema sanitario con molte falle, il governo può pensare anche a forme di commissariamento?
Se la situazione lo richiede, il ricorso al commissariamento delle sanità regionali non può e non deve essere considerato un tabù. Detto questo, il problema in Lombardia è molto più profondo. L’organizzazione del sistema sanitario regionale va completamente rivista. Negli ultimi anni le giunte leghiste hanno puntato tutto su alcune eccellenze ospedaliere lasciando sguarnita la sanità territoriale. E questo squilibrio ha fortemente indebolito la capacità di risposta del sistema di fronte alla violenza della pandemia.

Alla luce di queste di queste difficoltà e squilibri, il percorso di autonomia intrapreso da molti governatori per avere maggiore margine di manovra e di gestione finanziaria può ancora andare avanti?
Io rimango favorevole a una ampia autonomia delle Regioni, ma per realizzarla in modo equilibrato nel nostro Paese mancano due cose fondamentali: una clausola di supremazia che definisca chiaramente in Costituzione le fattispecie in cui lo Stato prevale rispetto alle funzioni regionali. E poi una riforma del bicameralismo che trasformi il Senato in una camera rappresentativa delle autonomie territoriali, dando loro voce nel processo di formazione delle leggi nazionali. La pandemia ha messo in luce le falle del regionalismo italiano, con sovrapposizioni di competenze e il rischio costante di andare in ordine sparso. Per salvaguardare l’autonomia territoriale, che rimane un valore fondante, bisogna rimettere ordine al sistema, imparando la lezione da ciò che non ha funzionato durante la pandemia. È una riflessione comune a tanti Paesi con un assetto federale o autonomista come il nostro.

Considerando lo sforzo a cui è chiamata ancora nei prossimi mesi, pensa che la sanità avrà risorse sufficienti o nel decreto Sostegni bis interverrete con ulteriori stanziamenti?
Abbiamo il dovere di garantire al sistema sanitario tutte le risorse necessarie. Nel decreto Sostegni all’esame del Parlamento ci sono 5 miliardi, che sono una cifra molto rilevante. Se dovessero servire altre risorse il governo le stanzierà.

Oggi il Consiglio dei ministri esaminerà il decreto che introduce l’obbligatorietà vaccinale per gli operatori sanitari. Era necessario arrivare all’obbligo?
La priorità è la tutela della salute pubblica: chi opera a contatto con i cittadini deve essere vaccinato, se si rifiuta io sono per una linea severa: deve essere destinato ad un’altra attività e se non basta si devono prevedere sanzioni fino alla sospensione dal lavoro senza stipendio.

I no vax tra medici e infermieri non sono però molti. Non le pare?
Non è un fenomeno di massa, la percentuale di adesione alla campagna è molto alta, ma ci sono alcuni casi di obiezione per cui bisogna intervenire.

Il governo inserisce anche una sorta di scudo penale, ma per molti esperti basta l’attuale normativa a tutelare le professioni mediche. Lei che ne pensa?
Credo che lo scudo sia indispensabile: dobbiamo dare la massima tutela a chi opera sul campo perché ora la nostra priorità è avere il maggior numero di vaccinatori possibili, coinvolgendo tutte le figure mediche disponibili. Lo scudo serve a dare maggiore tranquillità al personale. Non deve essere totale e deve escludere la colpa grave. Sono sicuro che la ministra Cartabia individuerà una soluzione equilibrata.

Infine il green pass. Il progetto europeo di certificato sanitario che consente la libera circolazione può salvare dal punto di vista economico la stagione estiva?
Ritengo che questo progetto possa essere molto utile per favorire gli spostamenti e vada portato avanti rapidamente. La via maestra per rilanciare il turismo è la campagna vaccinale di massa ma, in attesa di raggiungere l’immunità di gregge, ben venga il passaporto europeo.

Così però si creeranno discriminazioni all’interno dell’Europa tra Paesi che sono più avanti nella somministrazione delle dosi e altri più lenti e nello stesso Paese tra cittadini vaccinati e non. Come la mettiamo?
Questo è un rischio, ma se accanto al passaporto si prevedesse un sistema condiviso a livello europeo di corsie preferenziali per chi viaggia avendo fatto il tampone, il sistema potrebbe funzionare e agevolare molto i flussi turistici.

Qualche esponente del governo però ha sollevato dei dubbi, il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, ad esempio, ha detto che così si penalizzano le fasce di popolazione che non hanno accesso ai vaccini.
Se ne discuterà all’interno del governo, ma sarebbe un grave errore se l’Italia, con la sua grande vocazione turistica, restasse fuori da un progetto europeo di fondamentale importanza come questo.

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