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Covax a rilento e dosi con il contagocce ai Paesi poveri. Così aumentano le diseguaglianze

12 Aprile 2021

Stenta il programma globale di vaccinazione. In Africa distribuite appena 30 milioni di unità, ma si discute ancora sulla sospensione dei brevetti

di Ulisse Spinnato Vega

Molte, troppe persone nel mondo aspettano ancora la prima dose di vaccino anti-Covid come fosse la magica fiala di Galadriel di tolkieniana memoria. Ma la Terra non è Arda, non viviamo una favola, piuttosto siamo immersi nell’incubo di una campagna di immunizzazione che, a livello globale, non fa che approfondire le disuguaglianze tra Nord e Sud del pianeta.
Sotto i riflettori ci sono le lentezze di Covax, il programma messo a punto per distribuire le dosi nelle nazioni più povere e coordinato da Cepi (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations), Gavi – l’Alleanza per i Vaccini e Oms, in collaborazione con l’Unicef, i produttori di vaccini dei Paesi sviluppati e in via di sviluppo, la Banca Mondiale e altri. Mentre nella parte più ricca del globo le immunizzazioni sono partite a dicembre, Covax ha effettuato la prima consegna in Ghana solo il 24 febbraio. Ad oggi sono state distribuite 38 milioni di dosi in 104 Paesi del mondo, ma la previsione è di arrivare a circa 2 miliardi nell’anno in corso. Al programma hanno aderito 190 nazioni e l’obiettivo rimane quello di proteggere il 27% della popolazione più a rischio nelle 92 economie più arretrate attraverso un accesso equo ai vaccini. Peccato che, secondo l’Oms, per mettere fine al Covid servirà l’immunità per almeno il 70% dei quasi 8 miliardi di abitanti del pianeta; dunque, al ritmo di 2 miliardi di somministrazioni annue, servirebbero due-tre anni per raggiungere il risultato.

Resta il fatto che ad oggi oltre l’87% dei vaccini, circa 700 milioni di dosi distribuite in tutto il mondo, è andato a Paesi a reddito alto o medio-alto, mentre quelli più poveri hanno ottenuto meno dell’1% delle fiale disponibili su scala globale. In media, una persona su quattro nelle nazioni avanzate ha ricevuto il vaccino contro il Covid, rispetto a una persona su più di 500 nei Paesi poveri. Oxfam e Amnesty International, invece, a dicembre scorso avevano messo nero su bianco una previsione drammatica: il 90% degli abitanti di 67 Paesi a reddito medio o basso non avranno accesso al vaccino anti-Covid nel 2021.
Prendiamo l’Africa: con un 1,3 miliardi di abitanti, finora il continente ha ricevuto meno di 30 milioni di dosi, di cui il 90% AstraZeneca. Un’inezia. Intanto, il virus corre e nel solo mese di marzo i decessi sono schizzati su del 40% rispetto a febbraio (da 16.000 a 22.300), con cifre ufficiali certamente sottostimate rispetto alla realtà. L’America Latina ha superato nel frattempo gli 800mila morti e nel Sud-est asiatico i piani di immunizzazione, pur procedendo a macchia di leopardo, vedono casi drammatici come quello delle Filippine, uno dei Paesi più colpiti dalla pandemia con oltre 815mila casi di contagio e oltre 14mila morti, ma con una campagna vaccinale partita solo a marzo.

Complessivamente sarà l’India a ottenere entro maggio la parte maggiore di vaccini Covax. Le consegne includono circa 237 milioni di dosi AstraZeneca, in fase di produzione nella stessa India e Corea del Sud, e altri 1,2 milioni del preparato Pfizer. Intanto, negli ultimi giorni il Venezuela ha annunciato a sorpresa di aver versato 64 milioni di dollari a Covax a titolo di metà del corrispettivo per assicurarsi 11,4 milioni di dosi. Mentre l’8 aprile sono arrivate 58mila unità in Libia su un totale di 292.800 AstraZeneca attese e il 7 aprile è toccato al Costa Rica ricevere 43.200 dosi prodotte dalla coreana SK Bioscience come prima fornitura di un totale di oltre 218mila previste. Ancora numeri piccoli, insomma.

Covax, che fa leva soprattutto sulla produzione del colosso Serum Institute of India, si muove in modo incerto in un contesto di emergenza assoluta. Tanto che lo stesso Seth Berkley, Ceo di Gavi, l’Alleanza per i Vaccini, alla fine di marzo si è lamentato per i ritardi nelle forniture da parte del produttore chiave indiano. C’è da dire che il preparato AstraZeneca riveste un ruolo particolarmente importante nella campagna globale: secondo l’Oms, infatti, esso vale il 90% dei volumi totali di Covax. Il vaccino anglo-svedese tocca oggi 100 nazioni, mentre Pfizer ne raggiunge appena 77 e Moderna 35. Non a caso, interpellato da Nursind Sanità, Roberto Ieraci, vaccinologo e referente scientifico Asl Rm1 e Regione Lazio per la vaccinazione Covid, ha detto: “AstraZeneca è il vaccino che costa meno, è di più facile accesso ed è l’unico che, in poche dosi, è arrivato nei Paesi africani”.

Covax ha comunque raccolto finora oltre 6 miliardi di dollari, ma serviranno ancora 2 miliardi di dollari per mettere in sicurezza, come detto, fino a 1,8 miliardi di dosi nel 2021. Tuttavia, lo schema sconta da una parte la scarsa sensibilità sostanziale, coperta dalla solita pelosa ipocrisia, dei Paesi occidentali, tuttora concentrati sulle campagne di immunizzazione domestica. Mentre, dall’altra, Russia e Cina preferiscono coltivare la volontà di potenza con una distribuzione dei propri vaccini calibrata su precisi interessi geostrategici.
Eppure, è ormai evidente che un approccio egoistico non giova a nessuno. La comunità scientifica ha lanciato l’allarme da molto tempo: lasciare senza immunizzazione centinaia di milioni di persone nei Paesi poveri significa consentire al virus di circolare in libertà, di mutare e poi di tornare inevitabilmente anche da noi con varianti sempre diverse e più difficilmente contrastabili. Lo stesso Ieraci ha ribadito: “Bisogna riuscire a raggiungere la grandissima parte della popolazione mondiale, altrimenti rimangono serbatoi in cui il virus fa quello vuole”. Serve, insomma, un approccio multilaterale, tanto che pure Berkley spiega: “Saremo al sicuro solo quando tutti saranno al sicuro”.

È vero che adesso il presidente Biden, con una campagna interna che procede spedita, ha iniziato a gettare lo sguardo oltre i confini domestici, ha capito l’importanza di un approccio multilaterale che rafforzi il soft power Usa e ha stilato un piano per potenziare la distribuzione in Asia con gli alleati Giappone, India e Australia. Ma dall’altra parte la Cina ha esportato finora 100 milioni di dosi Sinovac e Sinopharm e ha promesso di arrivare almeno a mezzo miliardo in favore di 45 Paesi, nonostante la recentissima ammissione circa la bassa efficacia dei suoi preparati. La Russia, dal canto suo, usa lo Sputnik come strumento di propaganda mediatica, mentre l’Europa continua ad apparire il vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro, con una capacità produttiva delle fiale praticamente nulla e campagne interne di immunizzazione che vanno a rilento in molti Stati membri. Anche Washington, per la verità, si sta ponendo il problema della delocalizzazione produttiva: le fabbriche Usa si trovano per lo più in Cina e ora Biden vorrebbe riportarle in patria. Su questo fronte, però, le stesse cancellerie europee hanno iniziato a darsi da fare. La visita odierna negli Usa del ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio e l’incontro con il suo omologo statunitense Tony Blinken hanno infatti un obiettivo chiave: Di Maio proverà a capire, parlando di accesso globale ai vaccini, se ci saranno chance di fruizione delle forniture americane per la Ue e quindi per l’Italia. A dir il vero, Anthony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale malattie infettive Usa, ieri non ha lasciato molte speranze: “Quando avremo vaccinato la nostra popolazione prenderemo in considerazione l’idea di donare vaccini ai Paesi che ne hanno bisogno”, ma “per le donazioni ci riferiamo a Paesi a basso e medio reddito” e quindi non certamente alla stragrande maggioranza delle nazioni europee.

In ogni caso, qualcosa adesso si sta muovendo sul fronte occidentale in favore delle economie povere. Gli Stati Uniti hanno finalmente deciso di mettere 4 miliardi di dollari nel serbatoio di Covax. Il Regno Unito ha stanziato 734 milioni di dollari. La Commissione Ue ha risposto raddoppiando l’impegno a 1 miliardo di euro, che si integra nello sforzo complessivo di 2,2 miliardi da parte del “Team Europe” (lo schema che combina le risorse dell’Ue, quelle degli stati membri e delle istituzioni finanziarie continentali, a partire dalla Bei e dalla Bers, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo). L’Italia, dal canto suo, ha messo 20 milioni di dollari sul piatto in favore di Gavi per la pandemia, ma ha previsto anche 79,4 milioni di dollari per la Covax Facility e 10 milioni a Cepi per il programma destinato allo sviluppo di un vaccino Covid-19. Invece, il contributo del nostro Paese nel quadro del “Team Europe” è in totale pari a 851 milioni di euro, di cui 540 milioni in garanzie emesse attraverso Cassa Depositi e Prestiti.

Primi segnali di apertura e di altruismo a fronte di un atteggiamento che invece resta di chiusura sul tema della sospensione dei brevetti sui vaccini. I governi di India e Sudafrica, il 2 ottobre 2020, avevano inviato all’Organizzazione mondiale del commercio una proposta congiunta con cui chiedevano una deroga a tutti i diritti di proprietà intellettuale in relazione a farmaci, vaccini, diagnostici, dispositivi di protezione personale, e le altre tecnologie medicali per tutta la durata della pandemia, in nome dell’interesse pubblico e fino a quando non si raggiungerà l’immunità. La soluzione della licenza obbligatoria, che spezzerebbe il monopolio di Big Pharma, è stata sottoscritta da oltre 100 Paesi. Eppure si sono mostrati contrari alla deroga proprio gli Usa, il Regno Unito e la Commissione Ue che pure ha interessi meno pressanti sul fronte della produzione. Stessa posizione per i 27 Stati membri, compresa l’Italia, malgrado un appello al premier Mario Draghi, firmato da decine di organizzazioni, in cui si chiede di sostenere le richieste di India e Sudafrica.

Si tratta in pratica di concedere una sospensione temporanea di tutti gli obblighi contenuti nell’Accordo Trips (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights) rispetto ai brevetti e ai diritti di proprietà intellettuale sui prodotti medici e sanitari. La deroga, nota come Dichiarazione di Doha, è ovviamente motivata con emergenze di sanità pubblica e permette ai Paesi membri del Wto di concedere licenze obbligatorie per la messa a punto di farmaci o autorizza ad importare le versioni generiche nel caso in cui non si disponga di capacità produttiva entro i confini.   
Nonostante la vasta campagna d’opinione in favore della sospensione, i difensori dei brevetti, a partire dalle multinazionali produttrici, sottolineano l’importanza del diritto di proprietà intellettuale quale motore della ricerca e degli investimenti ed evidenziano pure che la licenza obbligatoria non garantisce di per sé una soluzione in assenza di know-how e capacità produttive sufficienti. C’è da dire, però, che le case farmaceutiche hanno ricevuto circa 10 miliardi di dollari di fondi pubblici per la ricerca e sviluppo dei vaccini, senza dimenticare i quasi 2 miliardi arrivati da organizzazioni no profit. Dunque, appare evidente la preminenza dell’interesse pubblico globale in una partita che sta cambiando la storia del mondo.

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