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“Un ‘apartheid’ vaccinale è intollerabile”

15 Aprile 2021

Putoto (associazione “Medici con l’Africa Cuamm”) traccia il quadro nel Continente. E su Covax dice: “Meritevole, ma paga il fatto che ogni Stato è concentrato su se stesso”

di Marta Tartarini

“Bisogna vaccinare tutti, non si può sopportare un ‘apartheid’ vaccinale, lo dobbiamo fare per ragioni etiche ma anche sanitarie ed economiche”. Giovanni Putoto, responsabile programmazione di “Medici con l’Africa Cuamm”, è medico infettivologo tropicale. La sua associazione collabora con 23 strutture in 8 Paesi dell’Africa sub-sahariana (Angola, Etiopia, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania e Uganda). Di recente è stato in Mozambico. Con lui Nursind Sanità ha parlato della situazione pandemica in Africa, una realtà che semplicemente “non conosciamo”, della questione brevetti e delle politiche internazionali necessarie contro il virus.

Putoto, intanto i dati, quanti sono i contagiati in Africa?
I dati ufficiali parlano ad oggi di 4 milioni e 400 mila contagi e 117 mila morti. Parliamo di un continente che ha il 17% della popolazione mondiale e registra il 3% dei casi di positivi, quindi questi dati vanno presi con estrema cautela. Rappresentano la realtà? Il fatto è che non lo sappiamo.

Ma il sistema di tracciamento funziona? Si riescono a fare i tamponi?
La media dei tamponi effettuati nei nostri Paesi è di 200-400 ogni mille abitanti. In Mozambico, dove sono stato recentemente, siamo sui 5 test ogni mille abitanti, nella Repubblica centrale africana 0,1. La difficoltà ad avere informazioni affidabili è dovuta al fatto che molti Paesi africani non hanno un registro delle nascite e delle morti e non si annotano le cause dei decessi. Solo 6 Paesi africani hanno un livello di registrazione paragonabile al nostro.

Quindi cosa sappiamo della pandemia in Africa?
Sappiamo pochissimo: non conosciamo quello che sta succedendo ed è quindi sbagliato usare toni catastrofisti come pure minimizzare la situazione. In Mozambico posso dire che c’è una situazione di grande difficoltà, con pochissimi servizi e carenza di personale. Le strutture sanitarie non riescono a gestire la situazione.

L’uscita dal tunnel dovrebbe essere rappresentata dai vaccini. Come procede il programma Covax in Africa?
L’Africa ha grosse difficoltà nell’accesso ai vaccini. Il programma Covax prevede 40 milioni di dosi nei Paesi del sud del mondo, di cui 31 milioni in Africa. Al momento è vaccinato il 2% della popolazione africana.

Ma il problema è la carenza di dosi o la gestione organizzativa?
C’è un tema sia di reperimento delle dosi che di trasformazione di vaccini in vaccinazioni. Il problema fondamentale è quello della logistica cioè portare le dosi dalle grandi città a quelle rurali: servono mezzi, personale preparato e un sistema di refrigerazione che spesso è impossibile da organizzare. Per questo noi operiamo per cercare di portare le dosi all’ultimo miglio, ma l’Africa è in un ritardo enorme e se si va avanti con questo ritmo l’immunità di gregge si raggiunge nel 2023.

Cosa fate concretamente negli 8 Paesi in cui operate?
Siamo impegnati a sostenere la campagna di vaccinazione, a partire dagli operatori sanitari che sono i più esposti. Il nostro intervento è a supporto dei servizi sanitari locali che, già fragili prima della pandemia, ora rischiano di crollare. Ci affianchiamo loro per aiutarli a distribuire le dosi dalla capitale fino alle aree rurali del paese, ai centri periferici. Siamo impegnati nella logistica, nella formazione dei vaccinatori, nell’adeguamento ed equipaggiamento delle strutture. Per questo abbiamo lanciato la mobilitazione “Un vaccino per ‘noi’ “: davanti a un’emergenza globale, l’unica risposta possibile deve essere globale e l’Africa non può restare esclusa.

Un problema non solo per gli stessi africani.
Questo è un grave problema per tutti perché il virus che si diffonde sviluppa, come avviene in tutte le epidemie virali, delle varianti che rendono in parte o del tutto inefficaci i vaccini.

Nodo brevetti. Sulla sospensione dei brevetti chiesta da tanti Paesi è stallo. Una decisione in questo senso avrebbe ripercussioni concrete per i Paesi più in difficoltà?
La normativa prevede la possibile sospensione delle licenze, ma credo che il tema vero sia che bisogna rivedere il modello di produzione e prendere la strada di una partnership tra pubblico e privato, in cui chi produce abbia le giuste garanzie e lo Stato possa riconoscere ai brevetti lo status di bene pubblico. Siamo in un contesto di emergenza planetaria e oggi troppi Paesi, tra cui l’Africa, sono privi di una produzione propria che invece sarebbe necessaria.

Quindi, che giudizio dà di Covax?
E’ un programma meritevole, che fa molta fatica, paga il fatto che ogni Stato è concentrato su se stesso. Stimiamo che manchino 12 miliardi per sviluppare appieno il progetto. Per l’Africa servirebbe un vaccino monodose, termostabile e a costi contenuti: grazie all’impegno del mondo della ricerca e della medicina credo sia possibile arrivarci.

L’Europa, tirando le somme, fino a questo momento come si è mossa nella cooperazione con i Paesi più poveri?
Ci sono luci e ombre. La Comunità europea ha espresso una buona volontà politica, distribuendo la metà dei vaccini ai Paesi in via di sviluppo, ma riscontra difficoltà molto grandi anche nel reperimento delle dosi per se stessa. Dovrebbe sviluppare un’autonomia produttiva anche per il futuro.

Insomma, a quale obiettivo deve tendere la comunità internazionale? 
Bisogna vaccinare tutti, non si può sopportare un ‘apartheid’ vaccinale, lo dobbiamo fare per ragioni etiche, ma anche sanitarie ed economiche. E per farlo servono forti politiche di cooperazione.

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