Le pubblicazioni su Nursind Sanità riprenderanno a settembre

Vaccini, “si fa presto a dire sospendiamo i brevetti, ma…”

21 Aprile 2021

Intervista a Mazzoni (Istituto per la Competitività): “Giusto porre il tema etico, ma non risolverebbe il problema dell’accessibilità. Ecco i motivi”

di Paola Alagia

Mentre continua il pressing sul Governo, soprattutto in vista del prossimo Consiglio generale del Wto del 5 maggio per la sospensione dei brevetti sui vaccini anti-Covid, c’è anche chi invita a una riflessione e, pur a rischio di andare contro corrente, si chiede: “Ma siamo sicuri che alla fine della fiera siano davvero i brevetti il vero ostacolo alla produzione e distribuzione su larga scala dei vaccini?”. E’ il quesito che si è posta Eleonora Mazzoni (nella foto), direttore dell’area Innovazione dell’Istituto per la Competitività (I-com). Intervistata da Nursind Sanità, infatti, l’esperta spiega che “il vero problema è la scalabilità della produzione. Riuscire, quindi, come già si sta in parte facendo, a stabilire collaborazioni tra le imprese e incrementarle”. Mazzoni aggiunge inoltre: “E’ giusto porsi il tema etico e morale a livello internazionale di garantire i vaccini a tutti, anche ai Paesi in via di sviluppo, ma bisogna pure considerare che esistono modalità alternative alla liberalizzazione dei brevetti. E iniziative come il programma Covax ne sono la prova”.

Mazzoni, lei lascia intendere che la sospensione temporanea dei brevetti è facile a dirsi, ma difficile da fare. Che problemi si aprono?
E’ proprio così. La sospensione, seppure temporanea, dei brevetti pone dei problemi di sostenibilità economica per le aziende farmaceutiche. Ma andiamo con ordine.

Prego.
C’è in primis una questione di carattere regolatorio. Nei casi di partnership pubblico-privato, ci sono dei contratti che regolano gli accordi tra le industrie farmaceutiche e le istituzioni o i governi di riferimento. Procedere ex post, come si dovrebbe fare adesso rispetto a intese già chiuse, con una modifica della tutela dei diritti di proprietà intellettuale, crea un precedente che aumenta il rischio d’impresa. Non bisogna dimenticare, infatti, che l’industria farmaceutica, oltre ai finanziamenti pubblici, investe sue risorse nello sviluppo di un farmaco, sottoscrivendo dei contratti ma sapendo anche che ci sarà una certa tutela per avere un ritorno di mercato. Che nel caso dei vaccini è basso in partenza.

Cosa vuol dire?
Voglio dire che rispetto ad altri farmaci che intervengono per la cura per esempio di una malattia cronica o di una patologia che riguarda un’alta fascia di popolazione, il vaccino non è un preparato ad alta redditività, sia per il tempo in cui viene somministrato e sia perché, come spesso accade (e speriamo accada anche nel contrasto al Covid), in futuro sarà presumibilmente destinato alla popolazione fragile. Un po’ quello che si verifica, insomma, con i vaccini antinfluenzali. Quindi, a un problema di rischi di mercato e di sostenibilità economica di un’attività di ricerca che non sempre dà i frutti sperati, aggiungere un problema di certezza del diritto può a lungo andare portare alcune aziende a decidere di non brevettare le proprie produzioni o di non investire in certi Paesi.

E’ vero pure, però, che i finanziamenti pubblici sono stati ingenti proprio per sostenere la ricerca dei preparati contro il Covid. Come la mettiamo?
Ma questa è la logica per cui nasce una partnership pubblico-privato. Non bisogna dimenticare inoltre che il ritorno, in termini di benefici sul lungo periodo, per il pubblico e quindi per il sistema sanitario nazionale è molto più alto che per l’impresa. Vuol dire infatti evitare non solo eventuali crisi sanitarie, ma anche gli effetti diretti e indiretti che il permanere di una certa patologia provoca nel tempo. Il vaccino contro la poliomelite è l’esempio che fa al caso nostro: l’uso di dosi circoscritto fino a che la patologia non si è estinta ha comunque evitato un carico enorme sugli Stati interessati. Ma c’è un’altra considerazione da fare sugli investimenti pubblici.

Quale?
Se non ci fossero stati anche in passato e, quindi, se non fosse cresciuto il know- how della ricerca in questi anni, oggi come oggi non sarebbe stato possibile arrivare in così breve tempo a disporre dei vaccini attualmente sul mercato per contrastare la pandemia. Non a caso per alcuni sono state utilizzate le stesse piattaforme di altri preparati in uso o di preparati che non hanno mai visto la luce come quello contro la Sars del 2003.

A questo punto, se la sospensione dei brevetti non è la strada da percorrere, a parte il Covax, quali sono le vie d’uscita?
Gli accordi bilaterali, come già si sta facendo. Ma anche accordi per la produzione in conto terzi. Dire ‘sospendiamo i brevetti’, infatti, è facile. Ma, poi, siamo sicuri che in questo modo il vaccino arriverebbe davvero a tutti?

Lei come risponde a questa domanda?
Dico che ci sono due considerazioni da fare che spesso non vengono fatte. La prima è la seguente: non abbiamo un’evidenza sulla capacità produttiva inutilizzata soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Basti pensare che il 60 per cento dei principi attivi è prodotto in Asia, il 30 per cento in Europa. Il resto del mondo, che comprende anche Paesi a basso reddito, ha quindi tra il 7 e l’8 per cento di produzione. Del resto, lo vediamo pure in Italia dove si sta pensando ad un’operazione di riconversione molto importante.

E la seconda considerazione?
Bisogna ricordare che, oltre all’impresa detentrice di brevetto, tutte quelle impegnate nella produzione di vaccini non sarebbero esonerate giustamente dai passaggi di verifica dell’efficacia e della sicurezza da ripresentare agli enti regolatori. Ciò per dire che il processo che si aprirebbe a partire dalla sospensione dei brevetti non è così immediato. Ecco perché non è questo il vero ostacolo a una produzione su larga scala. Il problema è la scalabilità della produzione. La strada maestra restano le pratiche collaborative proprio per non lasciare capacità produttiva inutilizzata. Anche perché nessuno ha interesse a ridurre l’offerta, nessuna impresa ha interesse a non collaborare con le altre di fronte a una domanda mondiale.

L’Italia è al lavoro per creare un polo produttivo.  Nonostante la farmaceutica sia sempre stata un fiore all’occhiello per il Paese, sul fronte della produzione di vaccini autoctoni siamo in ritardo rispetto ad altri partner europei. Come se lo spiega?
La farmaceutica in teoria è un nostro fiore all’occhiello, ma abbiamo perso molto negli ultimi 10-15 anni. In Italia e in Europa. Il dato sulla produzione dei principi attivi che citavo prima ne è un esempio. Per quanto riguarda il nostro Paese, poi, c’è anche un problema di incentivi, che ha riguardato tanto l’industria farmaceutica, un settore molto regolamentato a cui sono stati messi spesso i bastoni tra le ruote. La spesa farmaceutica, per esempio, è stata utilizzata come strumento di contenimento di quella sanitaria. E, infine, ci sono le lungaggini burocratiche. Tutti fattori che scoraggiano molto pure sul fronte delle riconversioni.

Dunque, tutto questo ha inciso sui ritardi, secondo lei?
Su questo fronte, dico che ci siamo mossi tardi, ci siamo affidati forse più di altri Paesi al potere contrattuale dell’Europa e abbiamo un po’ sottovalutato i problemi della fase di produzione dei vaccini. La crisi di governo, poi, ha fatto il resto. Ecco perché abbiamo preso tardi in mano la situazione.

Leggi anche:
Covax a rilento e dosi con il contagocce ai Paesi poveri. Così aumentano le diseguaglianze
Bisognerà attendere il 2022 per la produzione “autarchica” dei vaccini
“Un ‘apartheid’ vaccinale è intollerabile”
“Il vaccino è un bene comune. Non è tardi per sospendere l’efficacia dei brevetti”