Vaccini, “Nessun ritardo sulla produzione rispetto ai partner europei”

29 Aprile 2021

Intervista al presidente di Farmindustria Scaccabarozzi: “Il brevetto? E’ sinonimo di ricerca. Perché senza, nessuno la farebbe”

di Paola Alagia

L’obiettivo che si è data l’Italia è quello di riuscire ad avviare un polo nazionale pubblico-privato in grado di renderci autosufficienti sul piano della produzione di vaccini. Ma cosa significa in concreto e come si traduce questa autonomia? Nursind Sanità ne ha parlato con il presidente di Farmindustria, oltre che amministratore delegato di Janssen Italia, Massimo Scaccabarozzi, tra i protagonisti, tra l’altro, dei tavoli convocati al Mise proprio per individuare anche nel Paese le imprese che possono contribuire alla produzione dei vaccini. “Il primo aspetto da chiarire è che non è giusto dire che siamo in ritardo rispetto ad altri partner europei – spiega -. Basta guardare, giusto per fare un esempio, alla Catalent di Anagni che già da luglio aveva annunciato di infialare i vaccini di Astrazeneca e Johnson& Johnson. Oppure ad altre aziende che hanno annunciato accordi di produzione, quali Patheon Thermofisher per un vaccino mRna. E pure altre saranno in grado di produrre nei prossimi mesi”.  Ma Scaccabarozzi affronta col nostro giornale pure il tema dell’accessibilità dei vaccini e afferma: “Si fa presto a dire sospendiamo i brevetti. Se lo si fa è perché non si conoscono molte questioni. La prima cosa da dire, infatti, è che se noi oggi abbiamo i vaccini è proprio perché ci sono i brevetti. Il brevetto stesso è sinonimo di ricerca. Senza, nessuno ne farebbe”.

Presidente, quali passi avanti ci sono nel percorso dell’autonomia sul piano della produzione di vaccini che l’Italia ha intrapreso?
Bisogna fare innanzitutto una premessa quando si parla di autonomia vaccinale.

La faccia.
Bisognerebbe pensare al fatto che siamo parte di un mondo globale. E quindi parlare di autonomia significa dire che dovremmo riuscire anche noi ad avere le nostre produzioni, ma produzioni che vadano ad integrare quelle europee e mondiali. In modo da avere indietro, poi, la nostra quota parte. D’altronde, se così non fosse stato, non avremmo avuto i vaccini. Ma per un motivo molto semplice.

Quale?
Molti sottovalutano il fatto che anche la ricerca è un processo globale. Può nascere in un Paese, da una singola idea, ma poi per poter arrivare al percorso finale di un farmaco o di un vaccino c’è bisogno del contributo di tanti attori, magari in nazioni diverse, che partecipano al processo di ricerca. Senza contare, tra l’altro, che per i vaccini il discorso è ancora più complesso.

In cosa consiste questa complessità?
E’ insita nella stessa produzione dal momento che il vaccino è un prodotto biologico e non di sintesi chimica come per esempio nel caso di una compressa. Quest’ultima segue un processo unico che, inoltre, si sviluppa in poco tempo. Nel caso dei vaccini, invece, si parte dalla sostanza. Per quelli ad adenovirus bisogna prima disattivare il virus e per quelli a mRna bisogna fare la trascrizione del Dna. Una volta pronta la sostanza attiva occorrono i bioreattori. E poi c’è tutta la fase di purificazione, filtrazione e infialamento. Generalmente, tutti questi sono passaggi che richiedono mesi e mesi. E, soprattutto, non sono fatti dalla stessa azienda. Ci possono essere quelle che producono il bulk (principio attivo, ndr), quelle che invece fanno l’infialamento e poi quelle che si occupano del confezionamento finale. In Italia, per esempio, come dicevo, abbiamo un’azienda, di Anagni, che sta appunto facendo l’infialamento e le finiture di due vaccini, ma riceve il bulk dall’estero.

Sta affermando che la nostra produzione autoctona funzionerà così?
Dico che trovare, come stiamo facendo, aziende che siano in grado di dare una mano nella produzione dei vaccini è molto importante. Questo significherà, proprio alla luce del contratto di prenotazione europeo – da molti denigrato ma che io continuo a difendere come garanzia di equità -, che se l’Italia potrà dare un contributo alla produzione dei vaccini, questi farmaci incrementeranno il paniere dell’Europa e, quindi, pur rispettando la quota dei singoli Paesi (a noi ne spetta quasi il 13,5 per cento), ne avremo a disposizione di più.

Al momento sono state individuate quattro aziende. E’ giusto o ci sono ulteriori aggiornamenti?
Il tavolo al Mise era finalizzato proprio a fare scouting e cioè a verificare la disponibilità, ma anche la capacità produttiva delle aziende, a cominciare dai macchinari che non sempre sono compatibili. L’esempio più calzante lo offre il centro di produzione mondiale di vaccini che abbiamo a Siena. Lì però hanno macchine per fare i vaccini per batteri e non contro questo virus. Ma anche solo guardando ai virus, poi, i macchinari per i vaccini a vettore virale a base di adenovirus, ad esempio, hanno processi di produzione diversa rispetto a quelli per vaccini mRna. Tutti elementi che abbiamo preso in considerazione.

Per arrivare a quale conclusione?
Alla fine dello scouting sono emerse decine e decine di aziende pronte per l’infialamento. Il passaggio successivo è stato concentrarsi su quelle realtà in grado anche di dare una mano sulla produzione del bulk. Dall’elenco che noi di Farmindustria abbiamo fornito al Mise, il ministero ne ha già individuate quattroda mettere in contatto con le aziende che hanno scoperto i vaccini per trovare una modalità di collaborazione sulla produzione. 

I tempi sono lunghi?
Deve essere chiaro che non si risolve il problema della produzione dei vaccini domani mattina. Perché nel momento in cui ci sono le macchine pronte poi occorrono dai 4 ai 6 mesi per produrre. E per alcuni vaccini anche 12 mesi. C’è la consapevolezza, insomma, che questo è un lavoro per il prossimo anno. Ma proprio perché purtroppo questa pandemia potrebbe durare ancora e non essere l’ultima, è bene farsi trovare preparati.

L’Italia rispetto ad altri partner europei è in ritardo. Come mai?
Non è giusto dire che siamo in ritardo. Se avessimo dovuto fare un altro tipo di vaccino verosimilmente avremmo avuto anche in Italia gli impianti pronti. Sono tanti i fattori da valutare. Probabilmente, ci sono aziende che avevano i bioreattori disponibili. Ma prendiamo il caso della Sanofi che ha i macchinari e un preparato ancora in fase di ricerca. Da qui, però, è disceso l’accordo con Janssen. Pare incredibile, ma due potenziali concorrenti stanno producendo l’una il vaccino dell’altra per darsi una mano.

A proposito di collaborazione tra aziende. C’è un dibattito acceso sulla sospensione dei brevetti per rendere accessibili i vaccini. Lei che ne pensa?
Si fa presto a dire sospendiamo i brevetti. Innanzitutto, se noi oggi abbiamo i vaccini è proprio perché ci sono i brevetti. I processi di ricerca, poi, sono lunghi, durano anni e hanno bisogno di ingenti investimenti. E non solo economici, ma anche sul piano delle risorse umane.  Il brevetto, insomma, è sinonimo di ricerca. Perché senza, nessuno la farebbe, sarebbero tutti lì ad aspettare qualcuno che la fa per poi copiarla. Inutile negare che se non ci fosse la possibilità di rientrare dei costi in maniera equa, starebbero tutti fermi. Non a caso molti vaccini sono stati messi a disposizione in maniera no profit. Che non significa gratuitamente, ma vuol dire consentire almeno la possibilità di rientrare delle spese di produzione. E poi c’è un’altra considerazione da fare.

Quale?
Chi afferma che senza brevetti si produrrebbero più vaccini non dice il vero proprio perché non si possono trascurare i tempi di produzione. Avere un brevetto ma partire da zero, infatti, significa comunque ottenere un preparato dopo due anni. Dunque, non si risolverebbe il problema della disponibilità dei vaccini. Non è un caso che le aziende hanno già contratti di produzione in conto terzi.

E’ questa la strada, secondo lei?
Le aziende già si muovono in questa direzione per darsi una mano. Teniamo anche presente che quello della carenza di produzione è un problema quasi alle spalle. Tra maggio e giugno saremo infatti a regime. Ma anche qui non bisogna sottovalutare quanto sia delicato il processo produttivo e i tempi che richiede. Il 70 per cento dell’iter, infatti, riguarda i controlli di qualità.

I fautori della licenza obbligatoria, però, mettono in evidenza gli ingenti sostegni alla ricerca. Non bastano a dare preminenza all’interesse pubblico?
Investimenti dove? Negli Stati Uniti, certamente. Non a caso hanno messo a disposizione un prodotto no profit perché c’è stato un supporto del pubblico. Ma in Europa e in Italia non ci sono stati così tanti investimenti. O meglio ce n’è stato uno nel nostro Paese e speriamo che si arrivi al vaccino. Che al momento è in fase sperimentale.

Si riferisce a Reithera. Approfitto per chiederle se ritiene fattibile lo sviluppo in parallelo di un vaccino a vettore virale a base di adenovirus e di un preparato a base Rna messaggero.
Credo sia molto complesso. Ma nulla è impossibile. Ritengo, comunque, come ci sta dimostrando questa pandemia, che non abbiamo bisogno di quantità importanti di un solo vaccino, ma di tanti diversi vaccini. Anche per non trovarci scoperti qualora, avendo investito tutto su un solo preparato, questo incappi un domani malauguratamente in problemi di produzione. 

Passiamo al Pnrr. Gli investimenti in ricerca sono sufficienti per delineare la sanità del domani?
Gli investimenti in sanità non sono mai abbastanza. E soprattutto bisogna smettere di considerare la sanità un costo. Detto questo, ritengo che la cosa più importante su cui puntare sia la partnership pubblico-privato. Sarebbero d’aiuto poi semplificazioni burocratiche e un alleggerimento fiscale. Noi abbiamo presentato al Senato un piano come industria farmaceutica italiana, dicendoci pronti a investire nei prossimi anni 4,7 miliardi in ricerca e produzione. Attività facilmente cantierabili se solo ci fosse una buona collaborazione pubblico-privato. Se c’è la volontà, io credo che potremmo, insieme a piccoli investimenti pubblici, attirarne di grandissimi privati. Nei prossimi cinque anni nel mondo ci sono 1.500 miliardi d’investimenti in ricerca nel settore della salute. Quanto saremo bravi ad attirali in Italia? Questa è la vera sfida.