Covid, “La variante indiana? Speriamo non diventi una bomba a orologeria anche per noi”

30 Aprile 2021

Intervista all’infettivologo Galli che sulle aperture non ha dubbi: “Scelta dettata da ragioni politiche, nient’altro. Non siamo ancora in una situazione di relativa sicurezza”

di Marta Tartarini

“La storia non è finita, ma speriamo non sia infinita, ai cittadini dico: vaccinarsi, vaccinarsi, vaccinarsi”. L’infettivologo Massimo Galli invita alla prudenza e ad aderire senza titubanze alla campagna vaccinale anti Covid, perché, spiega, “siamo ancora lontani da una situazione ‘normale'”. Il direttore della Divisione universitaria di malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano non ha dubbi in proposito e raccomanda ai cittadini “di vaccinarsi il prima possibile con il primo vaccino disponibile”. In una intervista a Nursind Sanità, Galli affronta tutti i temi dell’attualità, a partire dal decreto riaperture.

Il governo ha deciso di dare fiato alle attività economiche, ma litiga sul coprifuoco.
Da oggi parlerò di coprifuoco solo se deciderò di scrivere un romanzo storico… è un tema strumentale. Il messaggio che dovevamo dare è che non ci si può comportare come se si fosse in una situazione normale, siamo ancora costretti a sottoporci a restrizioni. Chi parla di altro o non ha capito la condizione in cui siamo o ritiene prioritarie altre cose.

Quindi, era presto per aprire?
Le aperture sono state una scelta dettata da ragioni politiche, nient’altro. Non siamo ancora in una situazione di relativa sicurezza per tre ragioni: la prima è che scontiamo un gap di 30 milioni di dosi inoculate rispetto alla Gran Bretagna, che ha una popolazione paragonabile alla nostra e ha riaperto sulla base di questo risultato, mentre noi ne siamo molto lontani e abbiamo già riaperto. La seconda ragione è presto detta: nella nostra campagna di vaccinazione mancano all’appello la maggioranza delle persone tra i 60 e gli 80 anni e ancora molti ultra 80enni. Persone che, se contagiate, possono contrarre la malattia in forma molto seria, causando di nuovo pressione sugli ospedali e costringendoci purtroppo a contare altri morti.

E la terza ragione?
Sono le varianti. Quella inglese è molto presente in Italia e ha dimostrato grande capacità di diffusione e c’è purtroppo ragione di credere che sia anche discretamente più letale, non solo nei grandi anziani. In ogni caso, ancor più di fronte alle varianti, è necessario vaccinarsi, perché se anche si venisse contagiati da vaccinati la malattia sarebbe più lieve e non mortale.

Ora, appunto, c’è anche la variante indiana con cui fare i conti. Bisogna allarmarsi?
La variante indiana è una nuova bomba, che ci auguriamo non diventi una bomba a orologeria anche per noi. Se si confermasse che è responsabile della spaventosa impennata di infezioni osservata in India (nella giornata del primo marzo erano stati registrati circa 12mila casi, in quella del 25 aprile più di 350mila, con un terrificante crescendo), la preoccupazione non potrebbe che essere altissima.

Restiamo sui vaccini. Il governo con il nuovo commissario Figliolo ha indicato l’obiettivo delle 500mila dosi al giorno. Ci siamo appena avvicinati a questa soglia.
E speriamo di mantenere il ritmo, che dipende anche dalla costanza dell’approvvigionamento. Avendo le dosi per fare le 500mila iniezioni, per raggiungere la situazione della Gran Bretagna ci servirebbero comunque circa 60 giorni.

Ma c’è anche un timore a vaccinarsi. Il caso Astrazeneca e il balletto di regole sulle fasce di età a cui somministrare i diversi preparati quanto hanno minato la fiducia dei cittadini?
Dalle tante mail che ricevo posso dire che molti mi chiedono come possono evitare il vaccino Astrazeneca o non fare la seconda dose. Gli errori di comunicazione in questo caso sono stati gravi e numerosi, come discutibili sono state le decisioni dei governi europei.

Lei che consiglio si sente di dare ai cittadini?
Io dico di vaccinarsi il più presto possibile, con il primo vaccino che viene proposto. Dico: vaccinarsi, vaccinarsi, vaccinarsi, senza esitazioni e senza costruirsi in testa film drammatici. I rischi di trombosi attribuibili forse ai vaccini con vettore virale – la faccenda non è ancora chiara – sono un’assoluta rarità e riguarderebbero solo una ristretta fascia di età e in particolare il sesso femminile.

Veniamo alle mascherine. Ritiene corretto toglierle per chi è vaccinato, come è stato deciso negli Stati Uniti?
Permettere a chi è stato vaccinato, anche con la seconda dose, di togliere la mascherina mi sembra ragionevole, ma nel nostro Paese è prematuro parlarne perché abbiamo immunizzato solo 5 milioni di persone. Se aggiungiamo i 4 milioni che sanno di aver avuto la malattia parliamo di 9 milioni di italiani a cui si potrebbero allentare le restrizioni. Ancora pochi per dare un segnale che non crei confusione. Meglio pensare a certificati di guarigione o vaccinazione che consentano un accesso più libero a certe attività.

Rispetto alle cure c’è chi ripone grande speranza in quelle monoclonali. Ritiene che la sperimentazione possa dare buoni frutti?
Stiamo lavorando intensamente, ma il problema sono le varianti. Tre sui quattro degli anticorpi che stiamo testando sono inefficaci per la variante sudafricana e per quella brasiliana. Per quella indiana non abbiamo ancora dati. Quindi, ribadisco, la storia del Covid non è finita, ma speriamo non sia infinita. Lo ripeto ancora: vaccinarsi, vaccinarsi, vaccinarsi. Tenendo conto, però – senza che questo scoraggi nessuno – che è probabile che nei prossimi mesi i vaccini debbano essere aggiornati, perché quelli che stiamo usando ora sono tarati sul virus che circolava a marzo dell’anno scorso.