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“Problemi psichiatrici in aumento tra i giovani. Una denuncia lunga dieci anni”

13 Maggio 2021

Parla Antonella Costantino, presidente della Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza: “Non diamo la colpa solo alla pandemia”

di Marta Tartarini

La condizione psichica nell’infanzia e nell’adolescenza è “ormai drammatica”. Negli ultimi 10 anni si è osservato “il raddoppio degli utenti seguiti nei servizi di neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza (Npia)”. Una realtà che la pandemia ha aggravato ulteriormente, o comunque riportato all’attenzione. Antonella Costantino, presidente della Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (nella foto), intervistata da Nursind Sanità, spiega che “in nessun’altra area della medicina, a parità di personale, si è assistito a un aumento così rilevante degli accessi ai servizi e senza comunque riuscire a garantire le risposte adeguate agli utenti”. Sul tema la Società ha anche scritto una lettera aperta, il 15 aprile, al premier Mario Draghi per chiedere, in vista della programmazione delle risorse europee del Recovery plan, di rafforzare i servizi dedicati ai più piccoli.

Come era la situazione prima della pandemia?
Abbiamo segnalato che nella fase pre Covid 200 bambini e ragazzi su 1000 mostravano un disturbo neuropsichico. In numeri primi 1.890.000 minorenni, solo 60 su 200 dei quali riuscivano ad accedere ad un servizio territoriale di neuropsichiatria infantile, solo 30 su 200 riuscivano ad avere risposte terapeutico-riabilitative appropriate, mentre 5 su 1000 venivano ricoverati per un disturbo neurologico o psichiatrico.   

La pandemia ha aggravato la situazione?
E’ da 10 anni che noi denunciamo, inascoltati, un aumento dei problemi psichiatrici tra i bambini e i ragazzi. Sono restia a collegare questo fenomeno solo al lockdown o alla chiusura delle scuole, perché le situazioni che vediamo sono molto varie. Quello che è certo è che c’è una emergenza che riguarda i giovani, che va affrontata con decisione.

Come hanno risposto i servizi neuropsichiatrici infantili durante il lockdown? 
Emergono situazioni molto diverse. Alcuni servizi sono riusciti a seguire i ragazzi con strumenti telematici, altri non hanno potuto farlo perché non disponevano della dotazione tecnologica o di una connessione adeguata. Fa molta differenza restare senza supporto o poter continuare ad avere un rapporto. In effetti, negli utenti che siamo riusciti a seguire devo dire che non abbiamo rilevato peggioramenti. In altri casi abbiamo riscontrato che situazioni, già al limite, si sono aggravate e sono esplose durante l’emergenza pandemica.

Ci sono state quindi anche situazioni in cui lo stare chiusi a casa, in famiglia, ha giovato ai giovani?
La pandemia ha creato situazioni molto diverse. La differenza l’hanno fatta gli spazi a disposizione, la connessione che funziona o che è assente. Le famiglie con bimbi piccoli, quando la pandemia non ha causato eventi traumatici, tendenzialmente hanno retto bene.

Per gli adolescenti la situazione è stata diversa? 
È difficile dare la colpa solo al lockdown perché, come dicevo, le situazioni sono molto diversificate. Quello che posso dire è che più che lo stare chiusi in casa, è stato traumatico ricevere messaggi contrastanti, che in alcuni casi hanno colpevolizzato i ragazzi, accusati ad esempio di sottovalutare il virus e di contagiare i più anziani. E anche sulle misure pratiche, faccio notare che si sono aperte le scuole dicendo che si poteva stare al banco senza mascherina, poi la mascherina è stata imposta anche all’aperto.

Adesso che risposte vi aspettate per rafforzare le cure per i giovani?
Il punto fondamentale è che bisogna proseguire nella riforma della istruzione: la scuola deve diventare un luogo che dà valore alle competenze e non alle nozioni. Il percorso si è avviato, ma non è stato portato a compimento. Inoltre, servono servizi di neuropsichiatria infantile che dispongano di risorse economiche sufficienti e di personale preparato, in grado di affrontare i problemi neuropsichici dei giovani che, ora lo sappiamo, si possono curare e guarire.

Che figure professionali servono? 
Servono soprattutto più posti in specialità, che sono molto carenti. Noi calcoliamo che nei prossimi 10 anni usciranno dal sistema, per andare in pensione, molti più neuropsichiatri infantili di quelli che entreranno e i servizi già adesso sono in una situazione disastrosa. Di psicologi ce ne sono in abbondanza, molti senza lavoro, ma quelli inseriti nel Servizio sanitario nazionale sono insufficienti. Infine, negli ospedali c’è un problema di carenza di posti letto che va sicuramente affrontato, ma credo che soprattutto si debbano potenziare i centri diurni, con i servizi domiciliari, così che si possa agire anche sulla prevenzione e rendere il ricovero l’estrema ratio. Dobbiamo fare in modo che, quando ci si arriva, il ricovero duri il minor tempo possibile e che la cura possa continuare fuori dall’ospedale.                                                                                                                             

C’è chi propone l’introduzione dello psicologo a scuola, può servire a prevenire i disagi dei giovani? 
In molte realtà gli psicologi sono già presenti, credo che possano essere utili, ma la cosa fondamentale è che ci sia un coordinamento: famiglie, insegnanti e le figure specializzate devono lavorare insieme ad un sistema di promozione della salute, fin dalla prima infanzia. Le famiglie, soprattutto, devono superare lo ‘stigma’ verso i disturbi neuropsichici, che spesso impedisce loro di rivolgersi ai servizi quando i figli mostrano delle difficoltà.

Infine la vaccinazione. Si inizia a parlare di somministrare le dosi ai più piccoli, che però sono quelli che si ammalano di meno. Crede sia opportuno agire in fretta o meglio aspettare?
Considerando le aperture e lo sviluppo delle varianti del virus, credo sia opportuno vaccinare, in particolare, gli adolescenti. Avrei pochi dubbi sulla fascia di età 12-18 anni e anche per i più piccoli credo sia opportuna una protezione. Inoltre, i vaccini sono stati sperimentati nell’infanzia, anche se su numeri relativamente limitati di soggetti. Mentre, al di là del Covid, esiste il grande problema dei farmaci che somministriamo ai bambini. Nella gran parte dei casi, circa i tre quarti, questi prodotti non sono stati testati in modo specifico sui bambini, ma solo sugli adulti. Nonostante questo, sono utilizzati normalmente anche per i piccoli. Il problema è che fare sperimentazione sui bambini ha regole molto stringenti e costi molto rilevanti.

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