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Covid, Medici di famiglia: “A noi poche dosi. Ora apriamo la fase post hub”

27 Maggio 2021

Intervista al segretario nazionale Fimmg Scotti: “Per tornare alla normalità bisogna riportare il piano vaccinale nel contesto ordinario”

di Paola Alagia

Sono tra i primi ad essere stati coinvolti nella vaccinazione di massa e ad avere dato la loro disponibilità come vaccinatori. Ma poi sono anche rimasti più ai margini. Si tratta dei medici di famiglia. Le ragioni? Le poche dosi destinate e un piano ancora troppo sbilanciato sugli hub. Nursind Sanità ne ha parlato con Silvestro Scotti, segretario nazionale della Fimmg – Federazione italiana medici di medicina generale.  “Se vogliamo evolvere davvero verso la normalità – afferma Scotti -, dobbiamo gradualmente ridurre gli hub per accompagnare il trasferimento del lavoro in modo da non creare ritardi sulla campagna che, ovviamente, non possiamo permetterci”.
Ma il numero uno della Fimmg dice la sua anche sull’obbligo della vaccinazione per i sanitari contenuto nel dl Covid, approvato in via definitiva martedì alla Camera: “Non c’era bisogno di una norma di legge. Quello vaccinale è un obbligo deontologico”. E poi ancora la sua “amara” riflessione: “Nel momento in cui si riduce il ruolo di responsabilità di una categoria se ne riduce anche il suo ruolo”.

Segretario, partiamo dal Piano vaccinale. Perché fino ad ora non vi ha visto protagonisti?
Non per colpa nostra. Noi appena siamo stati coinvolti – era il giorno dell’Epifania per l’esattezza – dal presidente delle Regioni Stefano Bonaccini e dal ministro della Salute Roberto Speranza, abbiamo subito dato la nostra disponibilità. E ci siamo attivati iniziando a lavorare anche a una piattaforma che poi, non avendo ricevuto riscontri, abbiamo dovuto adattare alla contingenza.

Si spieghi.
Dopo quel primo segnale alla medicina di famiglia, ci siamo messi al lavoro insieme a Cittadinanzattiva e a esperti del calibro di Pier Luigi Lo Palco e di Walter Ricciardi per preparare un algoritmo in grado di classificare i pazienti sulla base della valutazione di rischio. Proprio per poter operare partendo dai più fragili e vulnerabili.

E poi cosa è accaduto?
Eravamo convinti che ci venisse fornito il quantitativo di dosi sufficiente almeno per vaccinare i pazienti che avevamo già immunizzato dall’influenza. Non riusciamo ancora a comprendere perché non siamo stati coinvolti neppure su questa categoria.

Proprio ieri avete incontrato il commissario straordinario Figliuolo e il ministro Speranza. Quali problemi avete sollevato?
Abbiamo fatto presente innanzitutto che il medico di famiglia deve poter disporre di tutte le informazioni che riguardano i suoi pazienti, da chi si è prenotato a chi ha ricevuto già una dose. Pe fare ciò occorre che tutte le piattaforme dialoghino tra loro. Un po’ quello che siamo riusciti a realizzare nella mia regione, la Campania. Qui, infatti, la nostra piattaforma è connessa a quella di adesione vaccinale regionale. Ed è importante proprio perché consente al medico di sapere chi è già vaccinato con doppia dose, chi è prenotato per la seconda, i vaccinati con dose unica o i classificati in ‘zone grigia’, cioè coloro di cui non si hanno informazioni. Ma l’utilità della piattaforma sta anche nel fatto che fornisce una suddivisione per patologie e fasce d’età che permette al medico di classificare le priorità.

E che risposta avete avuto dal governo?
Sia Figliuolo che Speranza concordano sulla necessità che i sistemi dialoghino. L’idea è quella di intervenire attraverso la piattaforma di Poste italiane che già serve sette regioni. Con la Campania si arriverebbe così a otto. Ma l’auspicio è che un indirizzo di questo tipo fatto dal commissario possa stimolare tutte le altre.

E sulla distribuzione delle dosi, invece?
Abbiamo posto il problema anche perché bisogna conoscere con esattezza le quote vaccinali per poter programmare l’attività. Resto dell’idea che la distribuzione non doveva essere lasciata alle varietà regionali e quindi alle diverse esigenze politiche ed economiche, pur condivisibili, dei diversi territori.

Una pecca del Piano, secondo lei?
Dico solo che bisognava avere due canali di produzione e quindi destinare la vaccinazione di massa all’emergenza economica e sociale. L’economia in ginocchio è un problema che abbiamo ben presente, ma al tempo stesso la nostra bussola era e rimane ridurre ricoveri e terapie intensive. Soltanto che se negli ospedali ci si è riusciti, sul territorio non è accaduto.

Morale: si è puntato troppo sugli hub, anche per una questione di maggiore impatto sociale e mediatico?
Sono stati uno spot buono per l’emergenza. Ma se si vuole dare l’impressione che si torna alla normalità non lo si fa di certo prolungando gli orari dalle 22 alle 24. Bisogna riportare il piano vaccinale nel suo contesto ordinario. Naturalmente, con gradualità proprio per non deprimere l’obiettivo principale di vaccinare il più possibile. Vorrei chiarire un aspetto, però.

Prego.
Attenzione: noi non siamo dei competitor degli hub. Ma una cosa è certa: dobbiamo arrivare a una fase post hub. Questo sì.

C’è da dire, tuttavia, che non tutti gli studi medici sono attrezzati per le vaccinazioni. Non le pare?
Quella della carenza di attrezzature è una fake news. A febbraio scorso abbiamo firmato un protocollo nazionale nel quale era scritto nero su bianco che il setting in cui si pratica la vaccinazione anti-Covid è uguale a quello della vaccinazione antinfluenzale. Allora i casi sono due: o la medicina generale ha vaccinato 13 milioni di italiani in ambienti non idonei o qualcuno dovrà spiegarci perché lì dove abbiamo eseguito le immunizzazioni ieri non possiamo farlo anche oggi.

Vi aspettate un maggiore coinvolgimento con una probabile terza dose o tale eventualità vi spaventa?
Non ci spaventa affatto. Ed è la direzione verso la quale andare. A meno che non si decida di tenere gli hub aperti fino a giugno del 2022. Anche se con quali risorse non saprei proprio dirlo.

Ieri intanto la Camera ha licenziato in via definitiva il decreto Covid. E’ stato quindi approvato l’obbligo vaccinale per i sanitari. Lei ha condiviso questo intervento legislativo?
Resto dell’avviso che l’obbligo vaccinale è deontologico. E che per categorie di professionisti intellettuali quali dovremmo essere non serviva una norma di legge. Punto. E’ stata una sottrazione di valore intellettuale. Nel momento in cui si riduce il senso di responsabilità di una categoria, infatti, se ne riduce il ruolo. E l’altra faccia della stessa medaglia riguarda lo scudo penale.

Vale lo stesso ragionamento?
Sì. Con l’aggravante, però, che nel momento cui togli responsabilità ai sanitari rischi anche di ridurre la fiducia in loro da parte dei cittadini. Senza contare, tra l’altro, che gli istituti di legge in materia già c’erano ed erano sufficienti.

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