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Terza dose sì o no? L’unica cosa certa è che diremo addio a primule e hub

01 Giugno 2021

Le prospettive scientifiche non sono ancora chiare, ma di sicuro tornerà centrale la medicina territoriale. I grandi centri vaccinali costano troppo

di U.S.V.

Il dilemma scientifico è già chiaro all’orizzonte e sarà sciolto solo nei prossimi mesi, grazie all’avanzare degli studi: servirà una terza dose dei vaccini anti-Covid che abbiamo oggi a disposizione o piuttosto la prima dose di un nuovo vaccino che tenga conto di eventuali prossime varianti? O magari nulla di tutto ciò?

Gli esperti sostengono che è presto per dirlo. Prima di decidere, “sarà necessario capire quanto dura la risposta immunitaria indotta dal vaccino già fatto e quale sarà la circolazione di varianti al momento della decisione. C’è dunque da ragionare anche sul vaccino aggiornato, non solo sul vaccino ripetuto”, spiega Massimo Galli, direttore dell’Istituto di Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, università Statale. Gli fa eco la microbiologa Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano: “Come al solito brancoliamo nella confusione”, c’è “chi dice di farla e chi di non farla. Il mio invito è quello di parlare non per ipotesi personali, ma in base a dati scientifici concreti. Aspettiamoli prima di esprimerci”.

Un atteggiamento prudente che il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, si sente di confermare alla luce della vita ancora troppo giovane dei vaccini anti-Covid: “Sono arrivati a novembre-dicembre. Quindi gli studi che noi abbiamo sulla durata della copertura sono questi. Dovremmo aspettare più tempo per sapere se la durata attesa di un anno sarà confermata. O magari più di un anno. In base a questi dati saremmo in grado di dire se serve una terza dose che, magari, potrebbe coprire anche altre varianti”. Nulla è ancora scontato, però. Non a caso, una voce illustre come quella di Andrew Pollard, direttore dell’Oxford Vaccine Group, sulla terza dose spiega: “Non credo sia ancora inevitabile. Semplicemente non lo sappiamo. Non è lo stesso virus dell’influenza, rispetto al quale tutti pensano a come si comporta e come cambia ogni anno. Il coronavirus è molto comune nelle popolazioni umane. Tutti noi siamo stati infettati dai coronavirus da bambini: e anche da adulti abbiamo di frequente lievi infezioni di questa natura”.

Al momento, in effetti, gli studi accreditano un tempo di immunizzazione tra gli otto e i dieci mesi, ma si tratta di dati che devono ancora trovare conferma definitiva. In ogni caso, è importante capire quale sarà la diffusione effettiva dei preparati tra la popolazione e, in quest’ottica, l’ok di Aifa a Pfizer per i 12-15enni è una buona notizia. Di sicuro c’è, inoltre, che la gestione ordinaria delle vaccinazioni dovrà vedere finalmente riconosciuta la centralità del ruolo dei medici di famiglia e della medicina territoriale, come ha confermato anche il ministro della Salute, Roberto Speranza, giudicando “molto probabile” la necessità di una terza dose.

In pratica, spariranno progressivamente le primule e i grandi hub vaccinali: d’altronde danno il senso di una straordinarietà emergenziale che non può durare in eterno e comportano spese di gestione spesso molto alte. Un esempio? Il centro di immunizzazione della Fiera di Genova costa poco meno di 40mila euro al mese, 170mila euro in tutto da aprile alla metà di agosto. E in questo caso il proprietario della struttura non ha chiesto alcuna locazione. Peraltro, gli hub in molte circostanze tolgono spazio ad attività d’impresa, commerciali o espositive che finora sono state chiuse o hanno lavorato a scartamento ridotto, ma adesso stanno via via tornando alla normalità. Certo, toccherà ancora una volta alle Regioni organizzarsi e programmare l’eventuale terza dose, a partire dalla messa a sistema delle piattaforme che devono dialogare tra loro. Nella speranza che la gestione autunnale del virus sia realmente, e del tutto, fuori dall’emergenza. 

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