“I medici di famiglia la chiave per raggiungere gli anziani non vaccinati. E per superare gli hub”

10 Giugno 2021

Per Aldo Morrone, direttore scientifico del San Gallicano di Roma, è necessario però immunizzare anche migranti e homeless: “Sono circa 700mila coloro che non sanno di poter accedere ai servizi”

di Marta Tartarini

Bisogna raggiungere tutte le persone che sfuggono al Servizio sanitario nazionale e che quindi rischiano di essere escluse dalla campagna di vaccinazione, altrimenti sarà impossibile raggiungere l’immunità di comunità. Ne è convinto Aldo Morrone, direttore scientifico dell’Istituto San Gallicano Irccs di Roma. Il dermatologo infettivologo, esperto di malattie tropicali, intervistato da Nursind Sanità, sottolinea la necessità “pragmatica, non buonista” di vaccinare non solo gli anziani non ancora immunizzati, ma anche i senza fissa dimora e i migranti. Poi lancia una proposta in vista del Pnrr: rendere i medici di famiglia dipendenti, non più convenzionati, del Servizio sanitario, per un rafforzamento della medicina territoriale.

Come valuta l’andamento della campagna vaccinale? Il ritmo ora è sostenuto.
Sta andando bene ma, come tutte le cose, potrebbe andare meglio.

In che senso?
Dobbiamo raggiungere quei 2,3 milioni di ultra 65enni che non si sono ancora vaccinati, poi bisogna arrivare a 1 milione di dosi al giorno e, infine, dovremmo aumentare i tamponi, che sono fondamentali per individuare i focolai tra i soggetti che non sanno di essere contagiati.

Rispetto al primo tema, lei come agirebbe per raggiungere gli anziani non ancora vaccinati?
Coinvolgendo maggiormente i medici di medicina generale per arrivare nelle zone rurali e remote dove possono far bene le forze armate, ma i medici di famiglia sono più efficaci, avendo un elenco di tutti i loro pazienti.

Quindi è stato sbagliato aprire l’accesso ai giovani – tra l’altro mentre crescono i dubbi sull’utilizzo di Astrazeneca anche attraverso open day mirati -, quando non sono stati ancora risolti questi problemi?
Io non sono mai per gli ‘aut aut’, preferiscono gli ‘et et’. Mi spiego: non è che se non raggiungiamo gli anziani allora non dobbiamo vaccinare i giovani. Credo sia stato giusto iniziare con le fasce di età elevate e con le fragilità. Credo pure però che sui giovani sia opportuno valutare bene quale vaccino usare, preferendo quelli che usano la tecnologia dell’Rna Messaggero come Pfizer e Moderna che, anche considerando le varianti, sembrano più sicuri ed efficaci.

Questo discorso vale anche per i bambini? Secondo alcuni per loro sono più i rischi del vaccino che quelli del Covid.
E’ vero che i bambini si ammalano poco e muoiono meno degli adulti, ma non è vero che non si ammalano e non muoiono mai, quindi io inizierei la vaccinazione anche dei più piccoli, dando la priorità a quelli con patologie autoimmuni o genetiche.

Si parla di un possibile mix di vaccini cioè della possibilità di utilizzare tipologie diverse per i richiami. Si potra fare anche in vista della terza dose?
È un’ipotesi valida, ma le ipotesi in scienza devono essere sempre suffragate dai dati. Teniamo conto che tutti i vaccini sono stati approvati, giustamente, in via emergenziale ed è stato corretto fare così, ora però possiamo studiare meglio la situazione. Io credo che sia possibile in via teorica applicare vaccini diversi alla stessa persona, ma abbiamo bisogno di più studi scientifici.

Superare la fase di emergenza vuol dire anche superare il sistema degli hub?
Sono convinto che si debba puntare sui medici di medicina generale, che sono al centro del nostro Servizio sanitario nazionale e in questo senso il Pnrr può essere una grande opportunità per rivedere e migliorare il sistema, mettendo al centro la medicina territoriale.

Una proposta concreta quale potrebbe essere, utilizzando anche le risorse europee?
Io ad esempio trasformerei i medici di medicina generale da convenzionati a dipendenti del servizio sanitario, creando in questo modo un maggior coordinamento e più sinergia con tutte le altre figure sanitarie.

Cosa cambierebbe per i cittadini?
Noi abbiamo il problema che i pazienti trovano spesso risposte adeguate negli ospedali ma poi, una volta usciti dalla struttura sanitaria, si trovano in una terra di nessuno. Valorizzare e rendere interni al sistema i medici di famiglia aiuterebbe a rafforzare la presa in carico del paziente e la medicina domiciliare, oltre ad alleggerire le attività del pronto soccorso e a contenere i ricoveri non necessari.

Lei è impegnato nella assistenza delle marginalità. Chi sono i soggetti che stanno sfuggendo alla vaccinazione?
Ci sono ampie fasce di popolazione che rischiano di essere escluse con un pericolo reale per la salute pubblica. Non lo dico per buonismo ma per pragmatismo: bisogna arrivare anche a queste persone, altrimenti non raggiungeremo mai neanche l’immunità di comunità, altro che quella di gregge. Parlo di italiani che hanno perso il lavoro, che io incontro per strada, poi ci sono i migranti che hanno un permesso di soggiorno e un lavoro, ma non sanno di poter accedere al servizio sanitario. Infine, ci sono quelli privi di permesso che hanno accesso al servizio con codice Stp (Straniero temporaneamente presente).

Considerando tutte queste tipologie di quante persone parliamo?
Sono circa 700 mila persone che non sanno di poter accedere ai servizi, poi c’è tutto il tema dei Paesi in via di sviluppo che non hanno le infrastrutture, il personale formato e non possono garantire la catena del freddo, tutti fattori necessari nel processo di vaccinazione.

Il programma Covax non basta?
Non solo non basta. Rappresenta a mio parere un modo per i Paesi avanzati di lavarsi la coscienza senza affrontare il vero tema. Perchè il vaccino anti Covid sì e gli altri che sono altrettanto necessari no? Per questo gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Europa si stanno ponendo il tema di stanziare risorse per tutte le vaccinazioni. Tutti i vaccini devono arrivare a tutti.

E’ questa la lezione da trarre dalla pandemia?
Dobbiamo decidere se vogliamo imparare la lezione da questo che io considero come il virus delle disuguaglianze, perchè ha acuito le differenze già presenti nella nostra società e a livello globale. Basti pensare che mentre da noi si parla della terza dose ci sono tanti Paesi dove non hanno visto ancora la prima.