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Caos AstraZeneca: ecco i quattro dilemmi che preoccupano gli italiani

14 Giugno 2021

I tempi della campagna di immunizzazione, la sicurezza della vaccinazione eterologa, il caso Johnson&Johnson e l’obbligo per tutti: sono i nodi da sciogliere al più presto

di Ulisse Spinnato Vega

La tragica morte di Camilla Canepa ha gettato nel caos una bella fetta della campagna vaccinale italiana. Gli errori di comunicazione di organismi scientifici e del governo, le posizioni ambigue e mutevoli di Ema, Aifa e Comitato tecnico scientifico, le divergenze nelle risposte delle Regioni, Lombardia e Campania in testa: il risultato è che adesso molti cittadini hanno più paura dei vaccini che del virus. Un esito paradossale dopo la corsa a perdifiato dei ricercatori di tutto il mondo per arrivare ad avere, in tempi record, dei preparati che comunque restano molto sicuri. Ma cosa accade adesso? Il sostanziale bando delle fiale a vettore virale per gli under 60 e i frigoriferi pieni di AstraZeneca cosa comporteranno da qui ai prossimi mesi? Quali dubbi rimangono dopo la tempesta emotiva e mediatica scatenata dal dramma di Camilla?

Il primo dilemma riguarda la campagna vaccinale. Rispetteremo i tempi? Gli open day per i ragazzi con Vaxzevria rispondevano a tre imperativi: sveltire le immunizzazioni aggirando le priorità legate all’età e alla condizione di fragilità, smaltire un vaccino che ha sempre suscitato diffidenze e infine immunizzare coloro che fanno più vita sociale e notturna, in modo da accelerare la riapertura di bar, locali e discoteche. Ci ha rimesso la vita una ragazza e adesso tutti a piangere lacrime di coccodrillo e a chiudere il recinto quando i buoni sono già scappati. Il premier Mario Draghi, comunque, tira dritto, il generale Francesco Paolo Figliuolo continua a spargere ottimismo e il ministro della Salute Roberto Speranza si dice sicuro: “Terremo il passo e a settembre raggiungeremo l’immunità di gregge”. Nel trimestre luglio-settembre dovrebbero arrivare 41 milioni di dosi di vaccini a Rna messaggero ed è su questi che il governo punta per rispettare le scadenze. Circa un milione di under 60 ha ricevuto la prima dose di Astrazeneca e ora deve fare il richiamo con Pfizer o Moderna. Dunque, l’altro rischio è che molti di quelli che attendono ancora la prima iniezione vedano posticipati i loro appuntamenti perché chi è in lista per la seconda non può aspettare oltre le 12 settimane.

Secondo dilemma di carattere scientifico: la vaccinazione “eterologa” (due dosi con due vaccini basati su meccanismi differenti) è sicura o no? Molti esperti sostengono che il mix vaccinale garantisca una copertura pari o addirittura superiore. “Siamo convinti che l’incrocio si possa fare e possa andar bene e ci sono due studi, uno inglese e uno spagnolo, che ci dicono che funziona. E poi questi vaccini a mRna coprono le varianti”, ha detto Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani di Roma. Naturalmente le autorità politiche e scientifiche sono sulla stessa lunghezza d’onda. Addirittura Giorgio Palù, presidente Aifa, è categorico: “Ormai gli studi sono inconfutabili” e gli esperimenti “stanno dimostrando la maggiore efficacia della vaccinazione eterologa”. Ma la voce fuori dal coro è quella del presidente Gimbe Nino Cartabellotta: “Ad oggi, i bugiardini dei vaccini finora approvati non sono stati finora modificati. Non abbiamo alcuno studio controllato e randomizzato, quindi ad oggi le uniche evidenze scientifiche che abbiamo, oltre a basi razionali sia immunologiche che biologiche, sono 4 studi piccoli che complessivamente hanno arruolato un migliaio di pazienti”. Di conseguenza “fino a quando Aifa non modifica i bugiardini – ha concluso Cartabellotta – il mix di vaccini è a tutti gli effetti off label (al di fuori delle condizioni autorizzate dagli enti predisposti)”.

Terzo dilemma. AstraZeneca e Johnson&Johnson sono davvero uguali, visto il principio comune, e comportano, quindi, rischi assimilabili? Anche su questo terreno la scienza naviga a vista. “I dati disponibili sono limitati, ma in base a quello visto negli Usa è lecito considerare in via preliminare il rischio in modo simile”, ha spiegato Marco Cavaleri, responsabile Vaccini e Prodotti terapeutici per Covid-19 dell’Ema. Ma Silvio Garattini, presidente dell’Istituto Mario Negri, ipotizza: J&J “ha il pregio di funzionare con una sola dose, quindi potrebbe avere la metà dei rischi”. Certo, fatto sta che a Camilla è bastata una sola dose di AstraZeneca per perdere la vita. Il problema, come al solito, è la carenza di dati, tanto che lo stesso ministero della Salute e il Comitato tecnico scientifico si tengono con un piede in tre scarpe: raccomandano Johnson&Johnson a chi ha più di 60 anni, ma in modo soft. “Qualora si determinino specifiche situazioni in cui siano evidenti le condizioni di vantaggio della singola somministrazione e in assenza di altre opzioni, Janssen andrebbe preferenzialmente utilizzato, previo parere del Comitato etico territorialmente competente”, spiega il verbale del Cts allegato alla circolare sui vaccini.

Quarto e ultimo dilemma: a questo punto sarebbe il caso di imporre a tutti la vaccinazione? Quello dell’obbligo generalizzato (al di fuori degli ambienti di lavoro sanitari) è un tema molto sensibile, con profili costituzionali estremamente delicati. Diversi esperti temono che non sarà facile raggiungere l’immunità di gregge con circa 10 milioni di italiani che per un motivo o per l’altro non possono o non vogliono essere vaccinati. L’immunologo Sergio Abrignani, membro del Cts, al Corriere della Sera si dice favorevole a obbligare “tutta la popolazione adulta, almeno fino a quando non avremo vaccini disponibili anche per la fascia pediatrica”. Del resto, in Italia sono state imposte per legge le immunizzazioni contro il vaiolo, la difterite, la polio e le malattie esantematiche. Il governo si mantiene per adesso sulla posizione della forte raccomandazione condita da campagne informative che, però, sono state finora a dir poco pasticciate. Se il numero dei no-vax, anche sull’onda emotiva di queste settimane, dovesse tuttavia crescere a dismisura, l’ipotesi dell’obbligo tornerebbe prepotentemente in agenda.