Il Covid fa male anche al cuore. “La mortalità per patologie cardiache è aumentata del 20%”

15 Giugno 2021

Parla Alessandro Parolari, presidente della Fondazione Cuore Domani: “Le risorse del Pnrr? Utilizziamole per avvicinare i giovani alla carriera di medici e infermieri”

di Marta Tartarini

Le malattie cardiovascolari rappresentano ancora oggi la principale causa di morte in Italia e, a causa della pandemia, la prevenzione ha rallentato il passo con una riduzione delle attività di cardiochirurgia del 55% nella fase acuta della diffusione del Covid, e del 30-40% negli ultimi mesi. E’ l’allarme che arriva dalla Fondazione Cuore Domani, Onlus della Società italiana di chirurgia cardiaca (Sicc), che ha lanciato la campagna “Il Covid passa, ma il cuore non dimentica” (raccolta fondi attraverso sms solidale 45537, info su www.cuoredomani.org). Il presidente Alessandro Parolari, intervistato da Nursind Sanità, sottolinea che si contano ogni anno 18 milioni di decessi, di cui più di 9 milioni dovuti all’infarto ed alla malattia coronarica, e si registrano più di 230 mila casi in Italia. Parolari poi, guardando oltre la pandemia, suggerisce di usare la risorse del Pnrr anche per incentivare le professioni mediche. “Dobbiamo avvicinare i giovani alla carriera di medici e infermieri o in futuro non avremmo abbastanza personale”, avverte.

Iniziamo dagli effetti del Covid sulle patologie cardiache. Cosa avete osservato?
Durante la pandemia la mortalità è aumentata del 20-30% per una serie di motivi. Principalmente sono calate le operazioni e le cure, basti pensare che molti reparti di cardiochirurgia sono stati chiusi per dedicare le strutture e le rianimazioni ai pazienti Covid. Il che era normale che avvenisse, ma ha avuto delle conseguenze.

Le operazioni di quanto sono state ridotte?
Sono state ridotte, nella prima fase della pandemia, del 55%. Nella seconda fase, che non è ancora finita, stimiamo un calo del 30-40%. Molte operazioni sono state differite, ma in questo modo alcuni pazienti sono peggiorati.

Perché? Quando si decide di intervenire con la chirurgia?
Noi decidiamo l’operazione quando il rischio dell’operazione, che si aggira sul 2-3%, è inferiore a quelli che si corrono mantenendo il paziente nella condizione in cui si trova, quando cioè non intervenire comporta un rischio di mortalità del 5% o maggiore.

E le cure?
Anche quelle sono diminuite, in parte perché le strutture dovevano dare la priorità ai pazienti Covid e in parte anche perché i cittadini avevano paura a recarsi in ospedale. Chi riscontrava sintomi lievi ha preferito aspettare piuttosto che rivolgersi al medico o all’ospedale, temendo di incorrere in un contagio da Covid.

Insomma, per dirla con il vostro slogan, Il Covid passa, ma il cuore non dimentica.
Esatto, abbiamo lanciato una raccolta fondi da destinare a diversi progetti come borse di studio per temi specifici riguardanti l’impatto della pandemia da Covid sui pazienti affetti da problemi che necessitino di terapia cardiochirurgiche standard oppure di transcatetere. Inoltre, vogliamo finanziare un progetto di rilettura critica dei Trials randomizzati, relativi alle Tavi (impianto valvolare aortico transcatetere), per giungere a prescrizioni indipendenti, non viziate dai conflitti di interessi insiti nelle sponsorizzazioni dei produttori.

Venendo alla campagna vaccinale, i pazienti cardiopatici sono tutti vaccinati?
La gran parte sì perché sono pazienti che rientrano nella categoria dei fragili quindi hanno avuto la priorità nella somministrazione delle dosi. Per quelli che ancora non lo sono consigliamo di farlo subito e comunque preferiamo differire le operazioni alla fase successiva al vaccino.

Ma c’è un vaccino più adatto per chi ha queste patologia?
Tutti i vaccini sembrano estremamente efficaci, le complicanze ci sono in ogni preparato ma, soprattutto per questi pazienti, i vantaggi del vaccino, qualunque esso sia, sono di gran lunga superiori ai rischi, quindi il messaggio è vaccinarsi con il primo disponibile.

Guardando oltre la pandemia, arriveranno le risorse europee del Pnrr che saranno destinate anche alla sanità. Su cosa bisognerebbe puntare per non disperdere gli investimenti?
Io credo si debba rinforzare in generale la sanità, dando più risorse agli ospedali e incentivare chi opera nel settore a tutti i livelli. Con il turn over delle professioni mediche rischiano a breve di non avere il personale necessario e allora dobbiamo avvicinare i giovani a questi studi. La carriera di medici e infermieri deve essere resa allettante per le nuove generazioni.

Il Senato ha approvato, e a breve arriverà l’ok della Camera, la legge per installare i defibrillatori nei luoghi pubblici, su mezzi di trasporti e nelle scuole. E’ un intervento che può contenere il fenomeno della mortalità?
I defibrillatori rappresentano una risposta concreta alle morti improvvise, pensiamo agli atleti che perdono la vita in campo. Purtroppo ci sono patologie, che stiamo conoscendo meglio, che possono causare morti improvvise e spesso sono silenti, cioè non danno segnali. La loro diagnosi è molto complessa e spesso sfugge agli esami più diffusi. Quindi, con l’intervento del defibrillatore, che ormai è molto facile da usare, non salveremo tutti ma più ce ne sono vicini a chi si sente male e più vite salviamo.