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Cure palliative: l’Italia non primeggia, “C’è un gap formativo evidente”

30 Giugno 2021

Alla Statale di Milano nasce la prima cattedra dedicata. Parla il nuovo professore associato Augusto Caraceni dell’Istituto nazionale tumori: “Spero faccia da apripista per altri atenei”

di Paola Alagia

All’Università statale di Milano, la nuova cattedra in Medicina e Cure palliative, unica in Italia, è ormai ai box di partenza. E Augusto Caraceni, direttore delle Cure palliative, terapia del dolore e riabilitazione dell’Istituto nazionali dei tumori, ne è il nuovo professore associato. Intervistato da Nursind Sanità conferma che “siamo pronti per partire”. E non nasconde l’entusiasmo per “questa sfida importante. Un altro tassello che si aggiunge a un percorso che parte da lontano e che spero faccia da apripista anche per altri atenei”.

Professore, è la prima cattedra nel Paese. Conferma?
Questa cattedra, frutto della collaborazione tra l’Università statale di Milano e l’Istituto nazionale tumori, è in effetti un unicum nel panorama italiano perché è la prima. Sicuramente però ne seguiranno altre. La discussione è a livello avanzato, per esempio, all’Università di Bologna, ma anche alla Cattolica di Roma. So inoltre che c’è interesse anche da parte dell’ateneo di Brescia.

Come si innesterà nel percorso universitario di uno studente di medicina?
Ci saranno 25 ore di didattica esperienziale e teorica.

Resta il fatto che, a livello universitario e poi, a cascata, sul piano formativo delle professioni dedicate alle cure palliative l’Italia non primeggia.
Scontiamo un ritardo importante rispetto ad altre parti del mondo. C’è un gap formativo evidente. Nonostante di cure palliative si parli dagli anni ’60. Negli anni ’80, poi, anche nel nostro Paese è maturata una sensibilità specifica nei confronti del trattamento delle patologie inguaribili e terminali: penso all’esperienza di enti no profit come le Fondazioni Floriani e Vidas a Milano, Samot a Palermo, Ant a Bologna e Antea a Roma. Dall’attenzione alla terapia del dolore, quando l’uso della morfina era sconosciuto, siamo giunti alle cure palliative. Con il contributo determinante del professor Vittorio Ventafrida, all’Istituto nazionale dei tumori di Milano, per esempio, il primo reparto dedicato è nato nel 1987.

Non sono mancati neppure gli interventi legislativi. Ma siamo indietro.
E’ così: c’è stata la legge del ’99 che ha finanziato gli hospice e poi la legge 38 del 2010 che ha dato una strutturazione nazionale alla rete delle cure palliative. Il problema vero è che in questa rete così come negli ospedali hanno cominciato a lavorare centinaia e centinaia di operatori, tra medici e infermieri. Ma tutti seguendo percorsi formativi assolutamente casuali e personali, fatta eccezione per i master di secondo livello previsti dalla legge 38. Bene, dunque, sul fronte del lavoro d’equipe e della valorizzazione dell’attività multidisciplinare che sono imprescindibili, ma non sul piano della formazione specifica. Vorrei ricordare che le cattedre in cure palliative, al contrario che da noi, ci sono in tutti i principali paesi europei.

Con il decreto Rilancio è stata istituita pure la scuola di specializzazione in medicina e cure palliative. Un passo avanti?
Uno stimolo senza dubbio. Parliamo della parte più sofistica della piramide formativa. In questo momento è in fase di strutturazione, ma credo che nel prossimo anno e mezzo dovrebbe poter partire in sei sedi universitarie. Tuttavia, vorrei anche ricordare che, invece, per creare una cattedra come si è fatto a Milano, le università italiane non hanno bisogno di alcun intervento del Governo. Basta avere dei palliativisti capaci e qualificati – e in Italia ce ne sono molti – e la volontà degli atenei.

Come si spiega questo “letargo” in Italia, si sarà fatto un’idea al riguardo.
E’ legato a una certa sordità da parte sia dell’establishment medico che universitario. Si tratta di sposare quel paradigma del dolore totale introdotto da Cicley Saunders, una delle fondatrici della disciplina delle cure palliative. E’ una questione di approccio culturale.

Cosa vuol dire?
E’ semplice: parliamo di una disciplina che comporta un approccio globale alla persona. Focalizzata, quindi, non solo sugli aspetti di natura soggettiva (i disturbi e la situazione clinica del malato, la prognosi e il contesto assistenziale), ma anche su quelli psicologici, sociali e spirituali, trattandosi di condizioni caratterizzate da non guaribilità, cronicità e spesso terminalità del paziente. La medicina palliativa è tutto questo, punta sia organizzativamente che scientificamente a valutare tali bisogni e, sulla base di questi, ad approntare e programmare interventi efficaci. Ma c’è una seconda esigenza culturale imprescindibile.

Quale?
L’integrazione con tutte le altre specializzazioni della medicina e con la medicina di base. Ma non dimentichiamo neppure come le cure palliative promuovano una cultura del lavoro di equipe e della collaborazione paritetica tra medici e infermieri. 

L’emergenza pandemica quanto ha messo a nudo le carenze italiane sul fronte delle cure palliative?
E’ difficile quantificare, di certo l’esperienza di tante morti inevitabili e la necessità di offrire almeno sollievo alla sofferenza ha rivelato che proprio l’ospedale è l’anello debole della rete delle cure palliative. Poche strutture ospedaliere, come l’Istituto nazionale dei tumori di Milano, possiedono una struttura complessa di cure palliative dotata di ambulatori, hospice consulenza nei reparti. Ci sono altri ospedali in cui le cure palliative sono presenti e l’interazione multidisciplinare funziona, tuttavia abbiamo ancora realtà di media grandezza ma anche grandi centri ospedalieri policlinici nei quali non c’è nemmeno un palliativista.

Il Pnrr punta molto sulla medicina territoriale. Sarà la volta buona per imprimere una svolta sulle cure palliative?
Una cosa è certa: il territorio va promosso in maniera diversa. Così come è sicuro che per potenziare i servizi c’è bisogno di personale. Staremo a vedere come si concretizzeranno i progetti e quale sarà il punto di caduta anche con gli interessi di natura privata nelle singole regioni. Non basta, infatti, avere a disposizione le risorse. Occorrono progetti concreti. Si può sperare che la recente mozione proposta dal deputato Giorgio Trizzino e approvata dal Parlamento – che impegna il Governo sul potenziamento delle cure palliative – sia seguita dai fatti e trovi spazio nel Pnrr. C’è bisogno di investimenti che potenzino la struttura erogativa di queste cure, in particolare con i servizi ospedalieri che mancano.

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