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Eutanasia, referendum e Parlamento scaldano i motori

03 Settembre 2021

Il quesito voluto dall’Associazione Luca Coscioni supera le 800mila firme raccolte, intanto passi avanti anche per il testo base a Montecitorio. Storia recente di un tema che divide

di U.S.V.

L’obiettivo minimo era arrivare a 500mila, ma “abbiamo superato le 800mila firme” e “la raccolta continua” soprattutto “per dare la possibilità a chi lo vuole fare di firmare”. Parola di Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni nonché anima politica e organizzativa della proposta di referendum abrogativo che, di fatto, aprirebbe la strada all’eutanasia legale. Insomma, la mobilitazione prosegue anche per alzare il livello di attenzione e di consapevolezza, nel tentativo di evitare lo spauracchio del mancato quorum della maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto, tagliola che in passato ha spesso falcidiato i quesiti abrogativi. Non a caso Cappato rilancia: “Dal 6 al 12 settembre stiamo organizzando una mobilitazione in tutta Italia”.

Al di là delle varie prese di posizione politiche, nel merito il quesito abroga l’articolo 579 del Codice penale (omicidio del consenziente), che risale a un regio decreto del 1930, e cancella la previsione della reclusione da 6 a 15 anni. Le disposizioni relative all’omicidio (articoli 575-577) si applicano comunque alle azioni compiute nei confronti dei minorenni, degli infermi di mente e di chi si sia visto estorcere o carpire il consenso con violenza, minaccia, suggestione o inganno. Se il referendum passasse, dunque, l’eutanasia attiva verrebbe consentita nelle forme previste dalle norme sul consenso informato e il testamento biologico. E in presenza dei requisiti previsti dalla sentenza della Corte costituzionale sul “caso Cappato” (si stabilì la non punibilità nel processo per l’aiuto al suicidio del dj Fabo). Rimarrebbe invece punibile, appunto, il fatto commesso contro una persona incapace, contro un minore e contro chi abbia subito forme di estorsione o inganno.

Va detto che già oggi sono penalmente consentite forme di eutanasia passiva, ossia praticata omettendo o astenendosi dall’agire per tenere in vita il paziente con forme di accanimento terapeutico. Mentre l’eutanasia attiva, messa in opera dal medico o dal paziente stesso che assume un farmaco eutanasico preparato dal soggetto agente, rimane vietata, malgrado le eccezioni procedurali previste proprio dalla recente sentenza Cappato. Tuttavia, distinguere le condotte passive e attive non è sempre semplice, ci sono diversi casi ambigui e, secondo i proponenti, si pone “il problema di una possibile disparità di trattamento ai danni di pazienti gravi e sofferenti affetti però da patologie che non conducono di per sé alla morte per effetto della semplice interruzione delle cure”. Ecco, perché, emergerebbe a loro parere “l’esigenza di ammettere l’eutanasia a prescindere dalle modalità della sua esecuzione concreta”.


Foto Associazione Luca Coscioni

Naturalmente c’è un fronte politico, riconducibile sostanzialmente al centrodestra, del tutto contrario. Ma c’è da dire che pure il Parlamento nel frattempo si è mosso: dopo diversi mesi di stallo, infatti, a luglio le commissioni congiunte di Giustizia e Affari sociali della Camera hanno dato il via libera al testo base di una legge per l’eutanasia. Un passaggio che arriva due anni dopo la stessa sentenza Cappato e che dovrebbe portare a un’evoluzione normativa molto attesa a seguito del primo step della legge 219 del 2017. Quattro anni fa, infatti, furono introdotte le Disposizioni anticipate di trattamento, le cosiddette “Dat”. Si tratta in pratica del testamento biologico, secondo cui ogni persona maggiorenne e capace di intendere può esprimere le proprie volontà (consenso o rifiuto) in materia di trattamenti sanitari, accertamenti diagnostici o scelte terapeutiche in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi e dopo avere acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle proprie decisioni.

Il tema, in ogni caso, è caldo e incarna almeno da un ventennio una delle faglie più profonde in seno all’opinione pubblica italiana. Una frattura che periodicamente riemerge quando i casi di cronaca infiammano il dibattito. Successe così nel 2006 con la vicenda di Piergiorgio Welby (copresidente dell’Associazione Luca Coscioni), affetto da distrofia muscolare, che in una lettera aperta chiese all’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il riconoscimento del diritto all’eutanasia. Napolitano replicò invitando il Parlamento a dibatterne. Tre anni dopo fu la straziante storia di Eluana Englaro ad accendere la discussione circa l’assimilabilità o meno all’accanimento terapeutico dell’alimentazione e idratazione forzata dei pazienti in stato vegetativo persistente. Come dimenticare la dignitosa compostezza del padre, Beppino Englaro, i 6233 giorni necessari “per riconoscere che Eluana poteva rinunciare a quelle cure”, disse lo stesso genitore e il surreale dibattito politico, con tanto di decreto legge incostituzionale, scatenatosi durante il febbraio 2009? Più recente il caso già citato del dj Fabo che nel 2017 dovette andare in Svizzera per togliersi la vita con l’assistenza, appunto, di Cappato. E in ultimo la storia, risalente alla primavera scorsa, di Samantha D’Incà, la trentenne bellunese ricoverata a Feltre in stato vegetativo dopo un intervento chirurgico di routine andato male.

Adesso, però, qualcosa sembra finalmente muoversi sul fronte istituzionale, benché il percorso rimanga lungo e tortuoso.

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