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Fine vita, “la legge? Un dovere morale e istituzionale”

06 Settembre 2021

Intervista a Mario Perantoni (M5s), presidente della commissione Giustizia della Camera che parla anche del referendum sull’eutanasia: “L’ho supportato, ma temo lascerebbe un vuoto normativo”

di Paola Alagia

Da un lato la battaglia referendaria per l’eutanasia legale portata avanti dall’Associazione Luca Coscioni e dall’altro quella parlamentare sulla morte medicalmente assistita. Mentre la raccolta firme per il quesito abrogativo avanza, anche il Parlamento si sta muovendo. A luglio scorso, infatti, è stato approvato nelle commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera un testo base. Non è un provvedimento blindato, naturalmente – c’è ancora la fase emendativa e poi l’esame dell’Aula – ma “un primo passo”, come spiega a Nursind Sanità il deputato del Movimento cinque stelle e presidente della commissione Giustizia, Mario Perantoni.

Presidente, il dibattito in Parlamento sull’eutanasia legale sia nel 2016 e sia nel 2019 si è arenato. Dopo il via libera al testo base a luglio nelle commissioni Giustizia e Affari sociali, pensa che questa sia la volta buona?
Ci spero. Con la presidente della Affari sociali Marialucia Lorefice stiamo facendo il possibile per chiudere il provvedimento nelle Commissioni. Lo considero un po’ un dovere morale, alla luce della sentenza della Corte costituzionale, oltre che un dovere istituzionale, dal momento che non siamo riusciti a legiferare prima del pronunciamento della Consulta. Adesso che c’è la sentenza è doveroso darle un contorno normativo adeguato.

I tempi per l’Aula? E’ possibile azzardare qualche ipotesi?
Il termine per gli emendamenti è stato aggiornato al prossimo 14 settembre. Il calendario non dipende da noi, ma Il nostro intento è lavorare per essere pronti a portare il provvedimento in Aula.

Centrodestra, e Lega in primis, permettendo. E’ così?
Il testo base è il frutto di un lungo e delicato lavoro, dal momento che attiene non solo alla sfera giuridica, ma anche a quella individuale. Quanto alla Lega, credo che il suo non sarà un atteggiamento collaborativo. Mi auguro però che non sia ostruzionistico. Bisogna rendersi conto che il tema trattato va al di là delle posizioni politiche proprio perché tocca la sfera personale e le libertà dell’individuo. Fino a qualche decennio fa i partiti su determinate questioni sensibili lasciavano libertà di coscienza, mentre oggi si ha la tendenza a seguire gli ordini di scuderia. Ecco, su questo sarebbe utile che noi parlamentari facessimo una riflessione.

Intanto la società civile si è mobilitata. La raccolta firme per il referendum promosso dall’associazione Luca Coscioni va avanti. Che ne pensa dell’iniziativa?
Personalmente condivido l’iniziativa e l’ho anche supportata perché l’eutanasia, come il suicidio assistito, è un tema che si trascina da troppi anni. Per il legislatore, poi, rappresenta sicuramente uno stimolo a portare avanti con più decisione il testo base sull’articolo 580 che abbiamo in Commissione. Sono al tempo stesso preoccupato perché il referendum è abrogativo e quindi, qualora dovesse essere accolto creerebbe un vuoto normativo. Un po’ come è accaduto dopo la sentenza della Corte costituzionale.

Sul referendum si è levata la voce da Oltretevere. La Cei ha espresso “grave inquietudine”, monsignor Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, ha parlato di “nuove forme di eugenetica”. Teme il giudizio del Vaticano quando la legge arriverà in Aula, un po’ come è successo con il ddl Zan?
Sul 580 la Cei ha già espresso diverse volte la sua posizione. Da legislatore, non temo giudizi, ma tengo in considerazione tutte le posizioni e le critiche che muovono da parti importanti della società civile e dal mondo cattolico. Dopodiché c’è un pronunciamento della Corte costituzionale, questo sì in uno Stato laico è da tenere in conto.

Entriamo nel merito del testo base: al netto di eventuali future modifiche, al momento contempla 180 giorni per rendere applicabile la legge. E’ un tempo congruo, secondo lei?
Siamo ben consapevoli che sono centinaia i decreti attuativi che giacciono nei cassetti ministeriali, ma noi prevediamo che sei mesi siano un tempo congruo per spingere le amministrazioni centrali e periferiche ad attivarsi. Se così non dovesse essere, scaduto il termine, in forza di legge ci sarebbero tutte le argomentazioni per sollecitare l’applicazione della norma.

Lei stesso ammetteva che anche di eutanasia si discute da troppi anni. La legge, però, interviene solo sull’articolo 580 del Codice penale (aiuto al suicidio) e non sul 579 (omicidio del consenziente), oggetto invece del quesito referendario. La società civile ancora una volta dimostra di essere più avanti rispetto alla classa dirigente.
Le proposte di legge che sono state tenute in considerazione per l’elaborazione del testo base prevedevano anche l’eutanasia. E’ evidente che politicamente e culturalmente in Parlamento non si sarebbe riusciti a ottenere una condivisione anche sull’articolo 579. E’ stato laborioso già trovare una convergenza sul 580. E ciò è stato possibile solo dopo il pronunciamento della Consulta. La verità è che in alcuni casi le istituzioni non hanno la reattività che servirebbe per recepire tempestivamente le istanze della società e, quindi, si finisce con l’aspettare una sorta di copertura che spesso e volentieri arriva dalla Corte costituzionale.

Il provvedimento, infine, pur non trattandosi di una legge penale, all’articolo 7, contempla anche la retroattività. A determinate condizioni (quali la richiesta di morte volontaria medicalmente assistita formulata da persona maggiorenne capace di intendere e volere, ma anche l’accertamento di una patologia irreversibile), non è punibile, si legge nel testo, “chiunque sia stato condannato, anche con sentenza passata in giudicato, per aver agevolato in qualsiasi modo la morte volontaria medicalmente assistita di una persona prima dell’entrata in vigore della legge”. Come mai?
Siamo di fronte a una legge che tocca un ambito parziale della fattispecie penale. Ma comunque con la retroattività abbiamo voluto dare legittimità e copertura alle condotte uguali a quelle che vogliamo depenalizzare e che la Corte ha già dichiarato depenalizzabili.

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