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Fine vita, “Il testo in Parlamento? Speriamo cambi, così come è scritto non serve a niente”

10 Settembre 2021

Parla Mario Riccio, il medico anestesista al fianco di Englaro e Welby: “La risposta al referendum sull’eutanasia oltre ogni previsione. Supereremo il milione di firme”

di Paola Alagia

Da un lato la campagna referendaria sull’eutanasia legale che va avanti a tamburo battente e viaggia ormai sulle 850mila firme raccolte. E dall’altro la legge sulla morte medicalmente assistita che per ora è un testo base approvato e da emendare nelle commissioni congiunte Giustizia e Affari sociali della Camera. Alla luce della sua biografia ed esperienza medica – che lo ha visto al fianco di Beppino Englaro prima e poi impegnato sui casi di Piergiorgio Welby (per il quale fu processato e prosciolto), Dj Fabo e Davide Trentini -, Nursind Sanità ha interpellato il dottor Mario Riccio, responsabile del reparto di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale di Casalmaggiore (Cr), oltre che membro della Consulta bioetica, “la prima associazione – ricorda lo stesso Riccio – a parlare di biotestamento nel lontano 2000 quando il tema era paragonabile a un dibattitto della vita su Marte”.

Dottor Riccio, partiamo proprio dalla sua esperienza professionale. Qual è il faro che l’ha guidata in tutti questi anni, anche di vuoto legislativo?
Io cito sempre il professor Rodotà che parlava non di vuoto, ma di pieno giuridico. E in effetti sia nella vicenda Welby e sia in quella Englaro i pronunciamenti dei giudici si sono basati sul dettato costituzionale. Anche se, come poi è avvenuto soltanto nel 2018 con l’approvazione delle Dat, di una legge quadro che chiarisse alcuni aspetti c’era bisogno. E oggi con il caso Dj Fabo il dibattito è spinto in avanti sulla morte medicalmente assistita. Per rispondere alla domanda: per me, anche se il Codice deontologico medico e infermieristico oggi vieta espressamente azioni dirette che provochino la morte del paziente, è un dovere morale del sanitario assisterlo nella richiesta di morte medicalmente assistita. E la ragione è semplice da spiegare.

Lo faccia.
E’ la medicina moderna quella che spesso crea le condizioni per cui il paziente chiede di morire perché, pur offrendo molte soluzioni, non sempre sono migliorative per chi è ammalato. E il medico non può voltargli le spalle, ma rispettare le sue scelte di cure palliative o anche di morte. Perché la vita rimane un bene disponibile.

Sarà certamente soddisfatto di questa campagna referendaria che tra l’altro ha contribuito a promuovere partecipando anche al deposito del quesito in Cassazione?
Parliamo di 850mila firme. Siamo di fronte a un risultato che va oltre ogni previsione. Una risposta così, in piena estate, con il Covid e i problemi pratici ad esso connessi, non me l’aspettavo. Sono certo che supereremo il milione. Ma si badi bene: siamo arrivati a questi numeri non solo e non grazie alla firma digitale. Quando è stata introdotta, infatti, avevamo già raggiunto quasi 400 mila sottoscrizioni. Che significa persone motivate, gente che si è messa ordinatamente in fila ai tavoli sotto il sole. L’intera campagna, quindi, ha un valore sociale impressionante. Questa è la vera democrazia diretta.

In Parlamento, intanto si muove qualcosa. Anche se è solo un testo base quello approvato nelle commissioni Giustizia e affari sociali della Camera, che giudizio ne dà?
Partirei dal titolo del provvedimento – “Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell’eutanasia” -, che è già fuorviante.

Si spieghi.
Tanto per cominciare il rifiuto dei trattamenti sanitari è una legge che già abbiamo. E poi c’è la locuzione “liceità dell’eutanasia”, salvo poi scoprire che ad essere lecita  nel testo risulta essere solo l’assistenza al suicidio. C’è un po’ di confusione, insomma. Si tratta di un vero e proprio titolo civetta che non rispecchia il contenuto dell’articolato. Ebbi modo anche di esprimerlo ai componenti delle commissioni Giustizia e Affari sociali nel corso di una audizione nell’aprile del 2019.

Passiamo al testo, appunto.
Il testo è ancora più complicato. In sostanza riporta la contraddizione contenuta nel pronunciamento della Consulta. La Corte costituzionale, intervenuta tra l’altro dopo aver sollecitato un intervento legislativo che non è mai arrivato, risponde sicuramente alla logica giuridica. Tuttavia, scrivere che può ricorrere al suicidio assistito solo chi è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale non ha senso sul piano medico. In questa casistica, infatti, non serve alcun atto eutanasico o assistenza al suicidio. Basta sospendere tali trattamenti. Un aspetto che, ribadisco, è già normato. Il provvedimento contiene questo limite che rischia di vanificarne il senso.

Sta dicendo che senza correttivi, insomma, questa legge è inutile?
Allo stato attuale, per come è scritto il testo, risultache la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale del paziente, la diagnosi di patologia irreversibile e l’assistenza delle cure palliative sono i tre presupposti indissolubili per richiedere il suicidio assistito. Nei Paesi come la Spagna o l’Olanda in cui c’è una legge sull’eutanasia, il 70 per cento dei richiedenti è un paziente tumorale che, nella maggior parte dei casi, non dipende da forme di sostegno vitale. Comprende allora perché questo testo all’esame del Parlamento non coprirebbe la maggior parte della platea?

Come se ne esce?
Possiamo solo sperare nell’approvazione di qualche emendamento che pone come presupposto anche una soladelle tre condizioni cliniche e non tutte e tre insieme.

In generale, tra referendum e legge in Parlamento, come finirà?
Sono molto preoccupato, non lo nascondo. E’ evidente che il referendum ha una carica dirompente. L’impatto sarebbe molto forte. Ecco perché temo che sarà approvata una legge prima, in modo da depotenziarlo. E se la legge dovesse rimanere più o meno questa non servirebbe a niente. Un bel pasticcio.

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