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Contratto, Bottega: “Tempi giusti per dare sostanza alla riforma dell’ordinamento professionale”

20 Settembre 2021

Parla il segretario nazionale del Nursind: “Mettiamo subito in busta paga i soldi già stanziati, ma lasciamo aperto un tavolo nel 2022 per le novità che arriveranno dal Pnrr”

di Paola Alagia

La discussione sul rinnovo del contratto per il comparto sanità sta per entrare nel vivo. Già domani è in programma una riunione con i sindacati all’Aran. Un appuntamento che, a tre anni dalla precedente intesa, gli infermieri aspettano con ansia, ma non senza preoccupazione, come racconta Andrea Bottega, segretario nazionale del Nursind. “Siamo i primi a desiderare con tutte le nostre forze di poter raggiungere un accordo in tempi brevi sul nuovo contratto e, quindi, riuscire a dare finalmente alla categoria quel riconoscimento anche economico che le spetta. Al tempo stesso, però, siccome sul tavolo c’è pure la revisione dell’ordinamento professionale, non vorremmo che per la fretta di chiudere tutto e subito su questo aspetto si costruisse una scatola vuota”.

Segretario, cosa intende dire?
Le questioni sul tavolo sono tre: oltre alla valorizzazione economica, ci sono da rivedere le condizioni normative che discendono dal vecchio contratto e vanno migliorate. Ma il vero cuore della contrattazione riguarderà appunto la revisione dell’ordinamento professionale. Quest’ultimo è un tema delicato che sarebbe sbagliato affrontare in maniera frettolosa. E purtroppo l’orientamento emerso è proprio questo.

Quale sarebbe la soluzione migliore, allora?
I tempi sono fondamentali per arrivare a un buon risultato. Ecco perché diciamo al ministro Brunetta di non correre solo per poter fissare qualche bandierina.  Secondo noi, ora è giusto concentrarsi sulla revisione normativa e sugli aspetti economici, a cominciare dall’indennità specifica degli infermieri. Per la riforma dell’ordinamento professionale, invece, basterebbe lasciare aperto un tavolo nel 2022. Sarebbe una soluzione di buon senso, oltre che realistica. E’ scontato infatti immaginare che i progetti del Pnrr richiederanno aggiustamenti normativi per il personale che, inevitabilmente, comporteranno modifiche contrattuali.

Soffermiamoci sul nuovo contratto. Quali sono i paletti che ponete?
Una delle priorità è far partire realmente il sistema degli incarichi. L’architettura risale alla precedente intesa, ma per come è stata concepita ad oggi nessuno ha un incarico professionale. Noi chiediamo quindi che si apra sia ai professionisti sanitari esperti e sia agli specialisti. C’è un’altra questione da non trascurare però e riguarda i turnisti. Parliamo di infermieri che garantiscono la copertura h24, ma non hanno diritto alla mensa e ai festivi infrasettimanali retribuiti. Per tacere delle indennità che sono ferme al secolo scorso. Si tratta del personale più usurato, con un’età media superiore ai 50 anni. Se non si interverrà per migliorarne la condizione, vista la prospettiva pensionistica a 67 anni, alla fine saranno i pazienti a dover prendersi cura di questi infermieri.

E l’indennità specifica non rientra tra i vostri paletti?
Quest’aspetto, in realtà, lo diamo già per scontato e acquisito. Anzi, ci auguriamo che tali risorse non diventino un alibi per non per predisporne di nuove. Gli infermieri adesso hanno davvero bisogno di attenzione e considerazione. Ecco perché, per fare qualche esempio, nella stesura del contratto non si può trascurare l’enorme problema dell’organico. La categoria, infatti, è composta all’80 per cento da donne che giustamente hanno diritto ai mesi di maternità. Così come è doveroso intervenire per migliorare la condizioni di chi lavora nelle terapie intensive. La situazione nel comparto è tragica. Dunque, per affidarsi ancora alle cure degli infermieri è tempo di non nascondere più la testa sotto la sabbia.

Domani è convocato nuovamente il tavolo. Fino a ora che impressioni ha raccolto?
Le prime proposte che sono arrivate sono tutte pro datore di lavoro. Stento davvero a comprendere come sia possibile che le Regioni per prime non si pongano il problema di valorizzare il proprio capitale umano. Eppure, le conseguenze di un simile andazzo sono sotto gli occhi di tutti. Ci sono infermieri che si licenziano e cambiano lavoro. In tanti cominciano a optare per strade diverse. Sta venendo meno l’orgoglio e l’attaccamento a questa professione. E l’emergenza pandemica ha solo accelerato il processo.

E’ per tale ragione che all’aumento dell’offerta di posti messi a bando nei corsi di laurea non corrisponde un aumento della domanda da parte di aspiranti infermieri?
Assolutamente sì. E’ un dato di fatto che l’offerta formativa sia aumentata, siamo a +12,4 per cento. Il problema è che non viaggia di pari passo col numero di persone che sono disponibili a fare la selezione per diventare infermiere. Senza contare, poi, che le adesioni crescono al Sud e sono in calo al Nord. Parliamo del -2,8 per cento in Lombardia e del -4,6 in Veneto. Ma registriamo un segno meno pure in Friuli Venezia Giulia e Piemonte.

Come si spiega, visto che il Nord è stato più colpito dalla pandemia?
Proprio l’emergenza Covid può aver inciso. Molti si sono scoraggiati e ha prevalso la paura di una professione che ha i suoi rischi, ma al tempo stesso è mal pagata. Se non si invertirà questo trend, tra l’altro, i neoformati non riusciranno neanche a coprire i turnover. L’imbuto formativo, tuttavia, non è il solo nodo da sciogliere. Pure le sospensioni scattate con l’obbligo vaccinale per i sanitari pesano sul funzionamento del Ssn. Al punto che ci troviamo di fronte a un paradosso.

Quale?
Che, proprio per la cronica carenza di personale, anche i non vaccinati continuano a lavorare. E la ragione è semplice: senza di loro interi reparti sarebbero a rischio chiusura. Non contando che, comunque, ancora le attività sono ridotte e si procede con ritardo su tutte le prestazioni non covid. Ad aggravare il quadro, infine, c’è pure la prospettiva, in attesa che le università sfornino nuovi laureati, di ritrovarsi con le Rsa senza personale se molti infermieri decideranno di passare nel pubblico.

Come se ne esce?
E’ chiaro che serve un intervento strutturale. Tanto per cominciare si potrebbe superare il regime di esclusività per gli infermieri. E poi, per tamponare la carenza cronica di organico, reinserire l’acquisto di prestazioni aggiuntive per il personale dipendente, considerandole straordinario maggiorato. Un po’ come prevedeva la legge Sirchia (la n 1 dell’8 gennaio 2002, ndr). Mi rendo conto che significherebbe caricare ulteriormente di lavoro gli infermieri, ma offrirebbe almeno una soluzione temporanea. Del resto, è quanto ha fatto pure il Governo Conte per le vaccinazioni e il recupero delle liste d’attesa.

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