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Fine vita, testo in Aula il 25 ottobre, ma il cammino è ancora disseminato di trappole

24 Settembre 2021

Foto da Camera.it

Nelle Commissioni sono quasi 400 gli emendamenti presentati. Tra i nodi da sciogliere anche i requisiti per fare richiesta di morte volontaria medicalmente assistita

di Marco Assab

Il cammino in Parlamento della legge sul fine vita sembra delinearsi. La conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha deciso che il testo sarà esaminato in Aula il 25 ottobre. Ma da qui a quella data ci sono i 398 emendamenti al testo base che le commissioni riunite Giustizia e Affari sociali dovranno esaminare e che Nursind Sanità ha visionato. Non un numero tale da far intuire un palese e sterile ostruzionismo, ma più che sufficiente a rimarcare le profonde distanze tra i partiti. Dal centrodestra sono arrivate 272 proposte di modifica (FdI 89, Lega 77, CI 69, FI 37). Cammino dunque non in discesa per una legge in linea con la sentenza 242/2019 della Corte costituzionale (caso Cappato). Provvedimento che, a ben vedere, si limita a delineare un contorno normativo per consentire l’esercizio regolamentato di una condotta già legittimata dalla Consulta, ovvero la possibilità di richiedere, in presenza di precisi e stringenti requisiti, il suicidio medicalmente assistito.

Diversi i nodi da sciogliere. Tra questi quello relativo alle cure palliative. L’articolo 3 del testo base, che specifica i presupposti e le condizioni affinché un paziente possa fare richiesta di morte volontaria medicalmente assistita, al comma 2 recita: “Tale persona deve altresì trovarsi nelle seguenti condizioni: a) essere affetta da una patologia irreversibile o a prognosi infausta oppure portatrice di una condizione clinica irreversibile; b) essere tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale; c) essere assistita dalla rete di cure palliative o abbia espressamente rifiutato tale percorso assistenziale”.

Guardando alla lettera c, si osserva come il testo base offra la possibilità al paziente di rifiutare le cure palliative e accedere direttamente alla morte volontaria. Ma il centrodestra non è d’accordo e, tra le proposte di modifica, si legge: “Essere assistita dalla rete di cure palliative e che le stesse non assicurino più, salvo il ricorso alla sedazione profonda, il controllo adeguato di uno o più sintomi refrattari”. In questo modo le cure palliative diverrebbero una strada a cui il paziente deve accedere prima di chiedere la morte volontaria, insomma un prerequisito, quindi non rifiutabili.

In direzione totalmente opposta invece vanno diversi emendamenti avanzati da appartenenti al Gruppo Misto (per lo più ex 5Stelle), al M5s o a Sinistra Italiana, che tentano di allargare le maglie della legge, proponendo che i requisiti siano alternativi. Ovvero che sia sufficiente trovarsi in una delle tre condizioni fissate dal testo base, non in tutte simultaneamente, per accedere alla morte medicalmente assistita. Resta da capire, però, se il Partito democratico sosterrà modifiche in questo senso, considerate le diverse sensibilità che lo compongono. Certo è che, anche su questo punto, l’orientamento del centrodestra è radicalmente diverso: una proposta di modifica chiede proprio che sia anteposta la parola “contemporaneamente” alle tre condizioni.

Altro terreno di confronto è quello dell’obiezione di coscienza. Il testo base infatti non la prevede. Anche su questo fronte arrivano diversi emendamenti dal centrodestra, tra i quali uno che recita: “Il medico e l’appartenente al personale sanitario non è tenuto a partecipare ad alcun atto della procedura di morte volontaria medicalmente assistita, se in contrasto con la propria coscienza. Deve escludersi a seguito di ciò qualsiasi effetto pregiudizievole civile, penale, disciplinare, professionale, di progressione di carriera o di accesso a selezioni”. Proprio l’obiezione di coscienza, comunque, potrebbe alla fine rappresentare un punto di incontro tra i partiti, per trovare una sintesi e andare in Aula con un testo il più largamente condiviso possibile. Si vedrà.

C’è poi un altro campanello d’allarme, spia del cammino tortuoso del provvedimento: si tratta della richiesta di inserire la parola “eutanasia” che fa capolino in diversi emendamenti del centrodestra. Un tentativo di gettare il cuore oltre l’ostacolo o solo un modo per affossare la legge?

Sta di fatto che mentre il Parlamento segue i suoi tempi biblici, fuori dal Palazzo i cittadini passano rapidamente dalle parole ai fatti. Radicali e Associazione Luca Coscioni hanno già raccolto 900mila firme per il referendum sulla legalizzazione dell’eutanasia, 600mila cartacee e 300mila online. Quesito che si muove su un binario certamente parallelo alla legge, ma diverso. Interverrebbe infatti con la parziale abrogazione dell’articolo 579 del Codice penale, ovvero quello che riguarda l’omicidio del consenziente. La legge sul fine vita invece attiene all’articolo 580 del Codice penale, che disciplina l’istigazione o l’aiuto al suicidio. Nessun dubbio sul fatto che l’iniziativa referendaria, con il suo successo nella raccolta delle firme, abbia esercitato una certa pressione sulle dinamiche parlamentari.

I casi strazianti di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro, per fare solo due esempi, non erano bastati. Non era bastato l’acceso dibattito pubblico, i ripetuti appelli alla politica affinché affrontasse il tema del fine vita nelle Aule e non solo nei talk show, per delineare una urgente e necessaria cornice normativa. Per anni il Parlamento, indipendentemente dalla sua composizione, ha abdicato al suo ruolo. C’è voluta la disobbedienza civile di Marco Cappato nella vicenda di Dj Fabo e la sentenza 242/2019 della Corte costituzionale per dare una scossa. Da qui l’ennesima segnalazione della Consulta al Parlamento circa il vuoto normativo da colmare. Da quella sentenza sono passati due anni. Ma finalmente, forse, qualcosa si muove.

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