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Medici di base: lo status quo non regge, ma non decolla l’ipotesi di inquadramento nel Ssn

24 Settembre 2021

La pandemia ha evidenziato tutti i limiti dell’attuale assetto. Speranza vuole la riforma e le Regioni ufficializzeranno a breve la loro proposta. Ecco cosa cambia con il Pnrr

di Ulisse Spinnato Vega

Stavolta sembra proprio arrivato il momento del redde rationem per la categoria dei medici di famiglia. Dopo anni di riforme annunciate e puntualmente andate a vuoto, il Pnrr potrebbe rappresentare una sorta di Armageddon per il comparto.

La pandemia ha evidenziato infatti tutte le debolezze dei medici di base: ha pesato la diffusa latitanza sulle visite ai malati di Covid, per colpa, va detto, anche della penuria di dispositivi di protezione a loro disposizione. Ma è evidente la marginalità del loro ruolo pure sul contact tracing e sulla vaccinazione. Non a caso, le Regioni, soprattutto le più efficienti, li hanno in larga parte rimpiazzati facendo ricorso alle Usca. Tirando le somme, sui circa 44mila professionisti del settore ce ne sono molti che cercano di dare il massimo nelle condizioni date e tanti altri che in pratica fanno solo i passacarte.

Ora, però, il Recovery plan, nella Missione Salute
, prevede una rivoluzione in seno alla medicina territoriale e mette sul piatto 3 miliardi per gli Ospedali e le Case di Comunità con team integrati di professionisti della salute, un progetto che in parte riprende la vecchia idea delle Case della salute. In particolare, l’obiettivo è quello di realizzare una Casa ogni 24.500 abitanti entro il 2026. Dunque, dovrebbero sorgere oltre 2.500 nuove strutture per prendere in carico circa 8 milioni di pazienti cronici mono-patologici e 5 milioni di soggetti cronici multi-patologici. Considerando che tra un decennio ci saranno quasi 800mila over 80 in più e dunque aumenterà l’impatto delle malattie croniche, si intuisce quanto sia strategico l’apporto dell’assistenza di prossimità per evitare l’affollamento dei pronto soccorso (16 milioni di accessi l’anno, di cui però l’87% non si traduce in un ricovero).

Il ministro della Salute Roberto Speranza vuole riformare in profondità il rapporto tra i medici di base e il Servizio sanitario nazionale e le Regioni stanno per ufficializzare una proposta che potrebbe rappresentare la base di lavoro. È stata ventilata l’ipotesi dell’addio alla convenzione e del passaggio dei dottori di famiglia dallo status di liberi professionisti a quello di dipendenti tout court del Ssn, ma stando alle fonti vicine al dossier consultate da Nursind Sanità è difficile che alla fine si opti per una conversione professionale così secca e radicale. Più probabile la messa a punto di criteri di accreditamento più stringenti oppure l’inquadramento dei medici di medicina generale in cooperative. O ancora resta in piedi l’idea che solo i nuovi professionisti, i più giovani, vadano nelle Case di comunità.

Contro l’inquadramento pieno nel Servizio sanitario nazionale si è schierato l’Enpam, l’ente previdenziale di medici e dentisti: “La Riforma provocherà un buco nelle casse” che viene stimato in 84 miliardi nel prossimo trentennio. Inoltre, si fa notare che un riassetto in tal senso ridurrebbe “sul territorio la disponibilità per i cittadini di un medico di propria scelta”. C’è da dire che un po’ tutte le sigle dei medici di famiglia rifiutano la riforma, almeno nei termini che le Regioni si apprestano a proporre e che sono già emersi da qualche indiscrezione. Il Sindacato medici italiani (Smi) manda un avviso al ministro Speranza:Le cosiddette ‘Casa della comunità’, che si qualificano quale punto di riferimento della medicina di prossimità, non ci convincono e contengono molti punti oscuri”. In pratica, il timore è che tutto il Pnrr si riduca per la sanità territoriale a un mero piano di speculazione edilizia.

Sulla stessa lunghezza d’onda la Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale) del Lazio: “Un sistema è tale se funziona da sistema, se si mettono i professionisti nelle condizioni di operare, di poter esplicitare il loro potenziale e non invece imbrigliando in schemi dipartimentali che sono quelli che hanno portato il sistema a vivere sempre sopra la linea di galleggiamento economico. Se si mettono i professionisti in grado di operare liberamente, nell’ambito delle prerogative previste dalle norme e dai contratti, a tutela della salute del cittadino e non solo dei conti dell’azienda. Se si sta pensando a come riempire i palazzi della comunità assumendo dipendenti con i soldi della convenzionata è più un piano di sfollamento che la costruzione di un sistema migliore. Abbiamo un contratto fermo, nella sua struttura, dal 2005. Ben 16 anni. Si scopre oggi? Ma per favore”.

La legge di Bilancio 2020 ha impegnato 235 milioni per fornire ai medici di base attrezzature come elettrocardiografi o ecografi, consentendo così loro di allargare il ventaglio delle prestazioni offerte a beneficio degli assistiti. Eppure le sigle da una parte restano aggrappate alla rete ambulatoriale sul territorio contro ogni ipotesi di riassetto, mentre dall’altra lamentano l’incremento di compiti e mansioni senza, a loro dire, adeguate contropartite. La linea Maginot eretta a difesa dello status quo fa leva su due argomenti chiave: il possibile aumento dei costi per lo Stato connesso all’attuazione del rapporto di dipendenza e la relazione fiduciaria con il cittadino che soltanto la convenzione garantirebbe. Tuttavia, il primo argomento appare sempre più debole alla luce delle risorse in arrivo con il Pnrr, mentre bisognerebbe chiedere ai cittadini stessi se preferiscano rinunciare a un minimo di confidenza con il medico in cambio di un possibile miglioramento del servizio connesso all’inquadramento del professionista nel Servizio sanitario. In ogni caso, l’assetto odierno appare sempre più anacronistico e difficile da difendere.