Aborto e limiti della 194, oltre l’obiezione di coscienza c’è di più

30 Settembre 2021

Parla il ginecologo Silvio Viale (Sant’Anna di Torino): “I veri problemi riguardano l’organizzazione del servizio. In Italia, poi, ancora le interruzioni di gravidanza si fanno solo nel pubblico”

di Marta Tartarini

L’obiezione di coscienza tra i ginecologi non è il problema principale, i veri temi su cui bisognerebbe intervenire per migliorare la legge 194 riguardano l’organizzazione del servizio da parte delle Regioni e il fatto che solo in Italia per interrompere la gravidanza bisogna rivolgersi per forza al pubblico, e procedere all’interno di un ospedale, affidandosi soltanto a medici ginecologi. Ne è convinto Silvio Viale, responsabile del Day Hospital – Day Surgery dell’Ospedale Sant’Anna di Torino, non obiettore ma, come preferisce definirsi lui, “ginecologo coscienzioso”. In una intervista a Nursind Sanità, il medico spiega che in tutti gli altri Paesi europei l’aborto si pratica in ambulatorio, anche nel privato e avvalendosi pure di altre figure sanitarie. Con lui, che dirige la struttura che fa più Ivg (interruzioni volontarie di gravidanza) in Italia, facciamo un bilancio sull’attuazione della legge del 1978. 

Partiamo dai numeri. Dalla Relazione annuale del ministero della Salute al Parlamento emerge un calo degli aborti e degli obiettori.
In realtà, dalla Relazione emerge che non è cambiato nulla, la tendenza a diminuire degli aborti è maggiore del calo della natalità. Vi è un fatto anagrafico: oggi le ventenni sono la metà delle cinquantenni, con un tasso di fertilità costante da 30 anni. Punto più basso nel 1995 con 1,19 figli per donna, mentre nel 2020 è 1,24. Sono le madri e le nonne delle giovani di oggi che non hanno fatto figli. Il punto è un altro.

Quale?
Ci va bene che siano le donne straniere a compensare in parte il crollo dei nuovi nati. Bisogna tenere conto poi che oggi solo una donna su quattro farà una Ivg durante la sua vita riproduttiva, negli anni Settanta erano due su tre. Oggi abbiamo 1,8 gravidanza per donna, di cui 0,22 Ivg, 0,16 aborti spontanei e 1,24 nascite.

Come lo spiega?
Si tratta di un fenomeno dovuto a vari fattori, principalmente la causa è l’emancipazione femminile che fa rinviare la scelta di diventare madri o addirittura la esclude, perché se le donne vogliono inserirsi nel mondo del lavoro devono competere con gli uomini. Tant’è che dal mio punto di osservazione noto che circa un quarto delle ragazze giovani non pensa proprio di avere figli. 

Ma è un fenomeno italiano o più generale?
Rispetto agli altri Paesi europei noi abbiamo un basso tasso di aborti e una bassa natalità. In Francia, ad esempio, che è il caso più eclatante, fanno un terzo di figli in più, ma anche più del doppio degli aborti. In Italia l’aborto subisce uno ‘stigma’, che riguarda le donne, ma pure i medici che lo praticano. Tuttavia di questo non si parla mai, ci si limita a fare polemica sugli obiettori, il cui numero è sempre lo stesso e non costituisce il vero problema.

Quali sono allora i nodi aperti nella applicazione della 194?
II peccato originario della legge è il fatto che le interruzioni si possano fare solo nell’ambito pubblico, solo all’interno degli ospedali e solo da parte dei ginecologi. Negli altri Paesi l’aborto si può fare anche privatamente. ll modello potrebbe essere quello della fecondazione assistita, che si fa sia nel pubblico che nel privato anche in Italia, senza che questo abbia mai creato polemiche sull’obiezione. Invece l’Ivg è l’unica prestazione sanitaria solo e completamente pubblica.

Quindi crede che servirebbe una modifica della legge?
Questa è una chimera… Quello che invece si potrebbe fare, e in tempi rapidi, è dire alle Regioni di dotarsi di un piano, come fanno per le altre tipologie di interventi, e programmare gli aborti in pochi ospedali in cui garantire una percentuale adeguata di medici non obiettori e strutture specifiche. Del resto, è il principio dei punti nascita con un numero adeguato di parti. Dove se ne fanno di più qualità e sicurezza sono maggiori.

L’obiezione di coscienza che dimensione ha? Perché non è un problema?
L’ultimo dato del 2019 dice che su 4.510 ginecologi, ci sono 3.022 obiettori e 1.488 non obiettori.  In gran parte non si tratta di medici che boicottano l’aborto per questioni religiose o personali, ma che semplicemente preferiscono non farli. E’ un lavoro stressante, non piacevole, da sempre considerato una appendice del resto. Le porto l’esempio della Valle d’Aosta dove nell’unico ospedale presente solo il 23% dei medici è obiettore, 3 sono obiettori e 10 non obiettori, ma si fanno solo 151 aborti l’anno e le Ivg urgenti sono spesso inviate a Torino al Sant’Anna.

Nel suo ospedale, appunto, come è la situazione?
Al Sant’Anna di Torino facciamo il 3,85% degli aborti in Italia, la metà delle interruzioni del Piemonte, il 90% di quelle di Torino, con un reparto di Day Hospital dedicato. Oggi siamo 80 ginecologi, di cui 49 obiettori, ma operativi a fare gli aborti siamo 24. Troppi, dico io, perché quando si fanno uno o due turni al mese, difficilmente ci si innamora del servizio. Siamo anche leader negli aborti farmacologici con il Piemonte che nel 2019 ha raggiunto il 49% con la Ru486.

L’aborto farmacologico è preferibile per le donne e per il sistema sanitario?
In realtà richiede più visite e per il medico comporta un rapporto più complesso e più faticoso con le donne. Implica risparmi in termini di costi e di personale per il mancato utilizzo delle sale operatorie. E’ un metodo sicuro, che utilizziamo anche per l’aborto interno, con la necessità dell’intervento ridotta al 3%.  

Ma c’è una resistenza politica a farli?
Certo, spesso è solo spot politico da parte di certi assessori, ma in realtà gli orientamenti sono molto variegati. In comune vi è un disinteresse verso le Ivg, accontentandosi che si facciano. Purtroppo tra i colleghi c’è un conservatorismo chirurgico di comodo. Comunque, quando possono scegliere, i tre quarti delle donne preferiscono l’aborto farmacologico, ritenuto più naturale e meno traumatico di quello chirurgico in anestesia.

Allora in base a cosa si decide se intervenire con i farmaci o con il cosiddetto raschiamento?
Anche nel chirurgico si usano gli stessi farmaci. Si decide insieme alla donna, in base alle settimane di gravidanza, alla situazione personale e, soprattutto, all’organizzazione del servizio nel reparto.

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