“Numeri bassi grazie ai vaccini, ma anche i bambini vanno protetti”

01 Ottobre 2021

Parla l’immunologo clinico Francesco Le Foche: “Manca ancora un 10% della popolazione da immunizzare per arrivare a una condizione di sicurezza”

di Marco Assab

Da alcune settimane i numeri della pandemia di Covid-19 in Italia sembrano essersi stabilizzati. Appare bassa infatti la circolazione del virus, mentre la campagna vaccinale ha raggiunto e superato il 78% della popolazione over 12. Ma c’è ancora un ultimo scatto da fare. Ne è convinto il professor Francesco Le Foche, immunologo clinico presso il Policlinico Umberto I di Roma: “Manca ancora un 10% della popolazione da immunizzare per arrivare a una condizione di sicurezza”, ha spiegato in un’intervista a Nursind Sanità. Riguardo all’ipotesi di estendere la vaccinazione nella fascia tra i 5 e gli 11 anni, poi, ha aggiunto: “Il bambino, come gli adulti, ha il diritto alla salute. E siccome il vaccino è un presidio di salute pubblica, anche i più piccoli devono essere protetti”.

Professore, partiamo dai dati che indicano una bassa circolazione del virus ormai da diverse settimane.
La maggior parte di questa riduzione è merito, assolutamente, dei vaccini, che hanno funzionato e stanno immunizzando la popolazione. Abbiamo avuto una campagna vaccinale un po’ barcollante all’inizio, ma poi c’è stata una accelerazione, che ha portato a una immunizzazione significativa in un tempo ristretto. Siamo un esempio per l’Europa e per il mondo. Il risultato ottenuto si basa su tre punti. Il primo è proprio la vaccinazione.

E il secondo?
Il sistema sanitario nazionale, che ha retto a un urto importante: medici, infermieri e operatori sanitari all’inizio hanno dovuto affrontare questa pandemia con mezzi piuttosto scarsi. Poi ci siamo organizzati bene e questo, insieme alla vaccinazione degli operatori, ha favorito la netta riduzione all’interno delle strutture sanitarie dei contagi, mettendo nelle condizioni gli operatori di svolgere il loro lavoro in modo ottimale.

Manca all’appello un ultimo aspetto.
Sì, è il comportamento responsabile della maggior parte della popolazione. Su questi tre punti si è aperta la strada ‘a riveder le stelle’. Mi lasci dire in ultimo una cosa sugli infermieri.

Prego.
Hanno avuto un ruolo fondamentale, sono stati un baluardo contro questo virus, sono orgoglioso di ciò che ho visto fare al personale infermieristico.

Molte persone si interrogano sulla durata degli effetti dei vaccini. Secondo uno studio del Niguarda di Milano funzionerebbero anche quando calano gli anticorpi, per via delle cellule T e della memoria immunitaria. Il coordinatore del Cts, Franco Locatelli, ha detto che la terza dose ai soggetti sani e giovani non è scontata. Lei che ne pensa?
Sono d’accordo su entrambe le cose. L’immunità è anche il titolo anticorpale, ma non solo. Ci sono i linfociti T di memoria che, nel momento in cui abbiamo un nuovo contatto con il virus, si riattivano immediatamente e ripropongono sia una copertura anticorpale che dell’immunità cellulo-mediata. La memoria immunologica è molto più complessa. La riduzione del titolo anticorpale non vuol dire che restiamo senza immunizzazione.

Che autunno dobbiamo aspettarci?
Credo che le cose andranno molto meglio e andremo, piano piano, verso le riaperture. Mancano ancora un po’ di persone da vaccinare, soprattutto tra gli ultracinquantenni, ma mi sembra che stia avanzando una certa sensibilizzazione. Manca ancora un 10% della popolazione da immunizzare per raggiungere una condizione di sicurezza. Forse non arriveremo mai ad azzerare la mortalità per Covid-19, ma dobbiamo tendere allo zero, in quanto ogni singola vita ha dalla nostra il massimo rispetto.

Tre milioni di over 50 sono ancora senza copertura. Cosa si può fare per convincerli? Crede che siano stati commessi errori di comunicazione?
La comunicazione della comunità scientifica è stata corretta. Ma è stata inquinata da fake news e da una comunicazione online non controllabile. Abbiamo cercato di proporre una comunicazione qualitativa, rispettosa dei canoni scientifici. La scienza ha tantissimi argomenti per sensibilizzare le persone, ed essi sono inconfutabili. Purtroppo, queste fake news hanno indotto uno scollamento di fiducia tra scienza e società. Il rapporto tra medico e paziente deve essere basato sulla fiducia. E la fiducia si acquisisce con la professionalità, parlando con la persona, sensibilizzandola in modo empatico, umano, ma scientificamente corretto.

Si parla della possibilità di estendere la vaccinazione ai bambini tra i 5 e gli 11 anni. Lei che ne pensa?
Intanto va detto che un vaccino è tale solo quando le agenzie regolatorie lo hanno autorizzato. Fatta questa premessa, non c’è dubbio che il bambino, come gli adulti, ha il diritto alla salute. E siccome il vaccino è un presidio di salute pubblica, anche i più piccoli devono essere protetti. Ogni soggetto nasce con l’immunità innata e adattativa. La prima è un baluardo aspecifico e, contestualmente alla adattativa, si completa intorno al quinto anno di età. Se incontriamo un virus molto aggressivo, che supera l’immunità innata, non abbiamo armi per opporci.

E’ a questo punto che subentra il vaccino?
Con le vaccinazioni stimoliamo l’immunità adattativa, cioè quella specifica. L’immunità innata è molto forte nell’infanzia, tant’è che nella prima fase della pandemia questo virus non riusciva ad avere la stessa efficacia con i bambini. Ma i virus cambiano, a volte possono superare l’immunità innata ed essere, quindi, infettivi anche nell’età pediatrica. Questo è il caso della variante Delta. E’ giusto quindi che pure i più piccoli siano tutelati. Anche perché tra i rischi legati al Covid-19 c’è la malattia infiammatoria sistemica del bambino, la Mis-C, dalla quale il bambino deve essere assolutamente protetto. Tale protezione possiamo acquisirla appunto con il vaccino.

Esistono altre varianti di cui preoccuparci?
Ci sono delle varianti da considerare, ad esempio la Mu, che però stiamo monitorando e sembra molto più stanziale della Delta. Questi vaccini funzionano perfettamente per le varianti che abbiamo. La Mu sfugge a qualche anticorpo monoclonale, sembra essere più resistente dal punto di vista immunologico. Quella che temiamo di più è la Delta che, come abbiamo avuto modo di osservare, tende a contagiare in modo velocissimo, anche se attualmente definirei il quadro sotto controllo.

Fino a che punto, esclusi i casi di chi non può vaccinarsi per problemi medici, è giusto e sicuro rilasciare il green pass con i tamponi?
Temporaneamente mi sembra giusto non bloccare chi tende ad esitare. Ma credo che in futuro il tampone servirà esclusivamente in termini epidemiologici, cioè nel tracciamento del virus.

Il sottosegretario alla Salute Sileri ha detto che il green pass non durerà per sempre e che il 2022 potrebbe essere l’anno della svolta. Condivide?
Sono d’accordo, è uno degli scenari che potremmo ipotizzare per il prossimo futuro.