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“Medici di famiglia? Con la dipendenza dal Ssn salterebbe il rapporto di fiducia con i pazienti”

11 Ottobre 2021

Parla il segretario generale Fimmg Silvestro Scotti che mette in guardia: “Aumenterebbe anche la spesa sanitaria”. La ricetta? “Investire nel pubblico per attirare medici e infermieri”

di Marta Tartarini

La rivoluzione in seno alla medicina territoriale che il Recovery plan prevede e fissa nero su bianco nella Missione 6 chiama in causa direttamente i medici di famiglia e il loro ruolo futuro. Tra le ipotesi allo studio si è fatta strada pure quella di una loro dipendenza dal Servizio sanitario nazionale. Anche se, come Nursind Sanità ha già scritto, è difficile che alla fine si opti per questa soluzione. Che invece, per esempio, è vista di buon occhio dal farmacologo Silvio Garattini. Il presidente e fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs, intervistato dal nostro giornale, ha definito “necessaria” la dipendenza dal Ssn “in modo da avere più ore disponibili per occuparsi dei propri pazienti. Ciò aumenterà il rapporto di fiducia fra medico e paziente”.
Ne abbiamo parlato con Silvestro Scotti, segretario generale della Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale) – che è di tutt’altro avviso -, all’indomani dei lavori del Congresso nazionale che si è chiuso lo scorso 9 ottobre in Sardegna. Un appuntamento al quale ha preso parte il ministro della Salute. Roberto Speranza in quell’occasione ha schivato la questione spinosa dipendenza sì- dipendenza no dal Ssn per i medici di famiglia: “Non è il cuore della vicenda – ha detto -. Si tratta di un tema di cui dobbiamo discutere in un secondo momento. Siamo nel pieno di una stagione di riforme e dentro queste riforme c’è anche la sfida della nuova funzione dei medici famiglia. Ci stiamo lavorando”.
Scotti, invece, non ha dubbi e lo ha spiegato a Nursind Sanità: i medici di famiglia devono restare in convenzione e non diventare dipendenti, altrimenti, avverte, “verrà a mancare il rapporto di fiducia con i pazienti”. Lo Stato, poi, sottolinea ancora, deve tornare a investire decisamente nel pubblico o i privati acquisiranno sempre maggiori quote del mercato della sanità.

Partiamo dal Pnrr. Come cambierà la medicina territoriale con la riforma prevista dal Recovery Plan?
Noi crediamo che l’obiettivo della riforma debba essere quello di potenziare il servizio, partendo dall’attuale, quindi non di arrivare a un modello sostitutivo. Bisogna mantenere il criterio della prossimità perché la popolazione più fragile ha bisogno di un intervento che metta i professionisti ‘in mobilità’. I medici cioè devono potersi spostare verso i pazienti più fragili, che possono così restare a casa il più possibile. L’altra risposta da costruire è quella degli Ospedali di comunità per i pazienti a più bassa assistenza. Infine, bisogna affrontare la cronicità, che riguarda spesso persone che lavorano ancora, ma sono anziane, a cui bisogna garantire un monitoraggio della salute in chiave preventiva.

In queste diverse articolazioni del sistema quale sarà il ruolo dei medici di medicina generale?
Gli studi devono svolgere un ruolo centrale, facendo confluire al loro interno anche più medici e allargando pure ad altri soggetti, sia sanitari che amministrativi, per sburocratizzare l’attività e ampliare l’offerta. Penso a infermieri, operatori sociosanitari, figure amministrative.

Sul ruolo dei medici di famiglia si è ventilata l’ipotesi di una loro dipendenza dal Ssn. Lei è contrario, ci spiega perché?
Non credo che l’autonomia professionale debba essere soggetta a un rapporto di dipendenza. Trasformare il medico in un dipendente farebbe venir meno il suo rapporto di fiducia con i cittadini, che non avrebbero più la possibilità di una libera scelta.

Un rapporto di dipendenza, però, assicurare una presenza maggiore dei medici.
Se il problema è questo, basta intervenire sulla convenzione. Le ore di presenza si possono cambiare, quello che invece va preservato è il rapporto di fiducia. Vorrei dire a chi come Silvio Garattini sostiene la tesi della dipendenza che un recente studio ha mostrato come i cittadini abbiano una grande fiducia nei loro medici, più alta anche rispetto a quella degli ospedali. Inoltre, c’è il capitolo risorse.

Cosa cambierebbe sul fronte finanziario?
Un medico che diventa dipendente farebbe aumentare la spesa sanitaria. Il Servizio sanitario nazionale ora, con il sistema della convenzione, si sostiene con un medico che ha in carico 1.500 pazienti. Se noi diventassimo dipendenti il sistema si sosterrebbe con 5.000 pazienti per ogni medico. Non mi sembra che con un numero così alto di pazienti il nostro rapporto con loro potrebbe migliorare.

E’ in corso il rinnovo del contratto sanità. Cosa può cambiare per voi?
Noi siamo disponibili a prevedere quote variabili di stipendio calcolate sugli obiettivi che devono essere in termini di aumento della salute dei cittadini. Questo sarebbe un volano positivo anche per investire in strutture e macchinari e migliorare l’offerta. Poi occorrono dei capisaldi individuati dal pubblico, come la presenza oraria nelle Case di Comunità. Non devono essere pensate, ci tengo a sottolinearlo, come ore di sola presenza, ma devono essere finalizzate ad un monitoraggio dei pazienti per fare prevenzione.

Parliamo infine della carenza del personale medico che è cronica da anni. Come si può invertire questa tendenza?
Bisogna investire nel pubblico per attirare medici e infermieri, se non lo si fa viene il sospetto che si voglia lasciare spazio al privato, perché la desertificazione dei servizi pubblici porta il cittadino a rivolgersi al privato.