Le pubblicazioni su Nursind Sanità riprenderanno a settembre

Infermieri, la sindrome dei turnisti? Aumenta col lavoro in regime di rotazione antioraria

19 Ottobre 2021

Lo stabilisce uno studio dell’Università La Sapienza: nella sequenza pomeriggio-mattina-notte si amplificano sonnolenza e fatica percepita

di NS

Il lavoro con i turni stanca. Ma va ancora peggio quando i turni seguono una rotazione antioraria e cioè nella sequenza pomeriggio-mattina-notte. Ne sanno qualcosa gli infermieri. Ed ora a stabilirlo è una nuova ricerca – pubblicata sulla rivista JAMA Network Open e coordinata dal Dipartimento di Psicologia dell’università La Sapienza, in collaborazione con il Santa Lucia Irccs di Roma e con l’Università dell’Aquila – che ha studiato per la prima volta in Italia proprio gli effetti del lavoro a turni nel personale infermieristico sulla base della rotazione oraria o antioraria dei turni.

Lo studio ha coinvolto 144 infermieri provenienti da 5 ospedali del Centro e Sud Italia, seguiti da luglio 2017 a febbraio 2020. In particolare, l’obiettivo dei ricercatori è stato quello di verificare se il personale infermieristico che lavora in turni con rotazione antioraria (pomeriggio-mattino-notte) subisca conseguenze peggiori, rispetto a chi turni con un regime orario (mattino-pomeriggio-notte).

Per fare ciò, sono state considerate la sonnolenza e l’affaticamento percepito alla fine di un turno, misurando parallelamente la performance psicomotoria degli operatori sanitari. “Abbiamo ipotizzato – spiega Luigi De Gennaro del Dipartimento di Psicologia della Sapienza, coordinatore del lavoro – che la rotazione antioraria dei turni (Brs, backward-rotating shift) fosse associata a stanchezza e sonnolenza maggiori e, soprattutto, a ridotte misure comportamentali di attenzione costante”.

Che cosa è venuto fuori? Coerentemente con questa ipotesi, lo studio ha dimostrato un cospicuo peggioramento in tutte le dimensioni misurate, nel personale infermieristico che lavora in regime di turno antiorario. In conclusione, tutti i turnisti hanno un peggioramento di sonnolenza, fatica percepita e vigilanza psicomotoria associata al turno notturno, ma quelli inquadrati in un regime antiorario vanno incontro a un’amplificazione di queste conseguenze negative.

Le implicazioni di tale ricerca possono aprire delle prospettive potenzialmente innovative per l’organizzazione lavorativa in ambito ospedaliero, nella direzione di spingere le aziende ospedaliere a riconvertire il regime di turnazione, quando antiorario. “Certamente questa è una prima auspicabile conseguenza del nostro studio – aggiunge De Gennaro. – Ma l’obiettivo più ambizioso è di ridurre le conseguenze negative dei turni notturni, per qualsiasi regime di turnazione, e a tal fine stiamo pianificando uno studio ancora più ambizioso che utilizzi occhiali per fototerapia da far indossare al personale infermieristico durante il turno notturno”. In considerazione del fatto che sempre più segmenti del mondo del lavoro sono organizzati H-24, è importante sensibilizzare sulla cosiddetta ‘sindrome dei turnisti’, ovvero sulle conseguenze negative dei turni, al fine di introdurre contromisure basate su solide evidenze empiriche che riducano tali effetti negativi.

Tra l’altro, non si tratta del primo lavoro di questo gruppo di ricerca che, sotto la guida di De Gennaro, da anni studia le conseguenze del lavoro a turni nel personale infermieristico italiano. In una prima indagine era stato dimostrato che il turno notturno si associa sia all’aumento di sonnolenza e fatica, che a consistenti riduzioni della performance in compiti di vigilanza psicomotoria. In un successivo studio si dimostrava che negli infermieri una cattiva qualità del sonno, alla quale sono esposti tutti i lavoratori a turni, finisce per peggiorare ulteriormente le performance psicomotorie notturne.