“Terza dose? Non è detto sarà per tutti”

19 Ottobre 2021

Intervista all’immunologo Cossarizza: “Bisogna tornare a ragionare in termini più medici, valutando i casi. L’uso smodato di tamponi per chi non si vaccina? Non può continuare”

di Paola Alagia

“Basta guardare le curve, quella che riguarda il numero delle persone vaccinate, sempre in aumento, e quella dei ricoveri ospedalieri per Covid-19, in grandissimo calo, per concludere che meglio di così la vaccinazione non potrebbe funzionare”. Questo è il bilancio “non basato su previsioni, ma solo sui dati” della campagna di immunizzazione che fa con Nursind Sanità l’immunologo Andrea Cossarizza. L’ordinario di Patologia generale e Immunologia e direttore della Scuola di specializzazione in Patologia e Biochimica clinica di Unimore (Università degli studi di Modena e Reggio Emilia), al tempo stesso, avverte: “Guai ad abbassare la guardia perché il virus circola ancora, anche se molto meno”. E proprio di fronte all’impennata di casi nel Regno Unito (domenica per il quinto giorno consecutivo ha superato la soglia dei 40mila) e al trend che cresce stabilmente da metà settembre, il professore non ha dubbi: “Da loro stiamo imparando cosa non bisogna fare”. 

Professore, dunque, nulla da eccepire rispetto alla campagna di vaccinazione in Italia.
La situazione è straordinaria. Se un anno fa, con la seconda ondata in pieno svolgimento, con una media di oltre mille morti al giorno e i con i vaccini ancora in fase di studio clinico, qualcuno mi avesse detto che a ottobre del 2021 avremmo avuto un quadro come quello attuale – di quasi ritorno alla normalità -, ci avrei messo una firma subito. La campagna vaccinale gestita dal generale Figliuolo, per quanto riguarda la distribuzione e l’organizzazione della logistica, è stata assolutamente perfetta. Non ci sono stati problemi di alcun tipo, dall’approvvigionamento dei vaccini stessi alla messa a punto del sistema per il loro congelamento e trasporto è stato fatto un lavoro esemplare. E gli italiani, questo bisogna dirlo, hanno risposto in maniera eccezionale.

Non tutti, però.
La risposta è arrivata da una larghissima parte di cittadini che vaccinandosi ha dato un contributo essenziale alla tutela della salute pubblica, oltre che alla loro personale. Ad eccezione di qualche migliaio di facinorosi che non ha la minima idea di cosa sia la scienza e che forse ha completamente rimosso il recente passato, le immagini del 2020.

Sta dicendo che i no-vax hanno un problema di rimozione?
Non faccio lo psichiatra o lo psicanalista e non voglio occupare campi altrui, ma credo che probabilmente sia andata così. Forse alcune persone hanno rimosso, ovvero hanno totalmente cancellato dalla memoria quello che è accaduto nei mesi scorsi, quando si aveva paura anche ad uscire di casa.

Che cosa si sente dire oggi?
Non bisogna abbassare la guardia perché il virus circola ancora, anche se molto meno.

In questo discorso rientra anche la terza dose?
Preferirei chiamarla dose aggiuntiva perché è quella che permette di chiudere il ciclo di immunizzazione. Un ciclo che è appunto legato allo stato di salute di un determinato soggetto, alla fragilità, alle terapie a cui è sottoposto e all’età.

Al momento la platea è infatti circoscritta ad anziani e fragili. Immagina che per garantire maggiore sicurezza sarà presto estesa?
Si valuterà, certamente. Quello che dobbiamo fare, però, è passare da una medicina di comunità, che è stata fondamentale per la vaccinazione di massa, a una medicina personalizzata, quella che si praticava prima del Covid.

Sta parlando di una valutazione caso per caso?
La priorità iniziale è stata vaccinare tutti, un intervento indispensabile per fermare la pandemia. Una volta fatto questo, però, bisogna tornare a ragionare in termini più medici, valutando chi ha bisogno di una dose aggiuntiva e a chi non ne ha bisogno.

In che modo?
In questo momento il dosaggio di anticorpi come marcatore surrogato di protezione potrebbe aiutarci. E’ un discorso un po’ complicato perché tale misura ci dà una informazione solo parziale di come sia avvenuta l’immunizzazione, ma è sempre meglio che niente. In base alle indicazioni ricevute, all’età dei soggetti e al loro stato di salute, poi, ci si potrà orientare sulla necessità o meno della dose aggiuntiva. Tra l’altro, effettuare un dosaggio di anticorpi oggi non costa molto. Ce lo possiamo permettere. Possiamo dedicare qualche risorsa a questa attività, vedere l’utilità di tale approccio e poi decidere. In sintesi, pratichiamo la medicina personalizzata.

Cosa possiamo dire ai cittadini scoraggiati dal fatto che trascorsi i primi sei mesi, poi la protezione da vaccino cala?
Non è vero che cala la protezione, quello che cala è il livello plasmatico degli anticorpi. L’immunità rimane.

Si spieghi.
Una volta finita la produzione di anticorpi con la prima dose e completata con la seconda, se non si incontra il virus, questi anticorpi non hanno più motivo di essere prodotti ancora. Al bisogno ci sono le cellule di memoria pronte a funzionare. Le assicuro che non vanno in vacanza, si attivano quando arriva di nuovo l’antigene.

In pratica ci sono, ma non si vedono?
E’ così: ci sono, ma non si vedono. Anzi, ci sono e funzionano meglio dal punto di vista qualitativo.

La validità di 12 mesi del Green pass, dunque, si spiega in questo modo?
Dal punto di vista scientifico non si fanno mai previsioni. Si studia e si monitora. Quello che posso dire è che la durata del Green pass è passata da sei mesi a nove perché si è visto che gli anticorpi, ma soprattutto la protezione dall’infezione e dalla malattia, c’erano ancora.

Rispetto al lockdown, questo sarà un autunno diverso. Con la libertà di circolare all’aperto senza mascherine, dobbiamo aspettarci un picco influenzare e magari un panico generato che si riverserà sui pronto soccorso?
Anche qui entriamo nel campo delle previsioni, che non è il mio. Possiamo dire però che la precauzione è importante e che le mascherine nei luoghi chiusi sono fondamentali, visto che all’aperto il problema non si pone perché gli spazi sono maggiori e lo è anche il distanziamento. Dunque, sulla prevenzione non bisogna abbassare la guardia.

Vale lo stesso per i testing ed anche per i tamponi antigenici o questi ultimi rischiano un po’ di alterare i dati scientifici?
Monitorare va sempre bene. E’ la strada maestra non solo per il Covid, ma pure per la prevenzione di altre malattie. Tuttavia, l’uso smodato di tamponi per le persone che non vogliono vaccinarsi non può continuare. Questi soggetti prima o poi dovranno capire l’importanza della vaccinazione. I numeri spettacolari raggiunti con l’immunizzazione dei giovani possono essere d’esempio per loro. Un altro dato importante, inoltre, arriva dalle scuole medie inferiori, dalle elementari e dai nidi: qui i contagi stanno diminuendo e un motivo c’è.

Lo ricordiamo?
E’ semplice: il virus è molto meno presente nella popolazione adulta e anziana e, di conseguenza, anche i bambini hanno minore possibilità d’infettarsi. Non si può parlare d’immunità di gregge, è vero, ma forse di gruppo sì.

E poi c’è anche la lezione che arriva dal Regno Unito. E’ così?
Dal Regno Unito stiamo imparando cosa non fare. Le aperture smodate e il liberi tutti hanno provocato oltre 40mila casi al giorno. Tra queste persone infettate, per una parte andrà bene – con una infezione più leggera o ben controllata dal sistema immune -, ma per altre forse no. Noi, quindi, dobbiamo continuare sulla nostra strada. Confortati anche dalla mancata ondata post-ferie estive che è semplicemente dovuta al fatto che una percentuale altissima di persone ha iniziato o completato il ciclo vaccinale.