Le pubblicazioni su Nursind Sanità riprenderanno a settembre

Covid: da Londra a Mosca il virus rialza la testa. E c’è chi guarda al modello italiano

28 Ottobre 2021

L’infezione dilaga nei Paesi con bassa copertura vaccinale e poche restrizioni. Il mondo viaggia a diverse velocità: se la Cina avvia le somministrazioni nella fascia 3-11 anni, l’Africa resta in coda

di Marco Assab

Mentre l’Italia è alle prese con le proteste contro il green pass e la politica si divide sull’uso di questo strumento, altri Paesi valutano o introducono nuove restrizioni, simili anche al nostro modello, per tenere a bada un virus che, dopo l’estate, mostra di poter ancora rialzare la testa. A poco più di tre mesi dal “Freedom day” e dalla rimozione delle misure anti-Covid il Regno Unito, complice la variante Delta, ha registrato nell’ultima settimana una media di circa 44.500 casi al giorno. I ricoveri totali restano, al momento, sotto il livello di guardia (meno di 9.000) grazie allo scudo offerto dai vaccini: il 67,8% della popolazione britannica ha ricevuto il ciclo completo, mentre lo scorso 20 settembre ha preso il via, contemporaneamente, la somministrazione della terza dose agli over 50 e di una singola immunizzazione per i ragazzi dai 12 ai 15 anni. Ma l’aumento dei decessi e della pressione sugli ospedali, con la stagione invernale alle porte, preoccupano non poco, mentre crescono le pressioni di esperti e media sul governo di Boris Johnson per l’introduzione di nuove misure anti-contagio. Tuttavia, per ora, il “piano B” ipotizzato nei giorni scorsi non sembra trovare il favore dell’inquilino di Downing Street. L’idea di introdurre la vaccinazione obbligatoria per il personale sanitario, come accennato dal ministro della Salute, Sajid Javid, resta per ora nel cassetto, unitamente all’introduzione di una qualche forma di green pass, sulla scia di quello italiano, e dell’obbligo di mascherina nei luoghi pubblici. Johnson continua a puntare sul piano A: vaccinazioni e tamponi. All’origine di questa reticenza ci sarebbe un documento del Tesoro britannico, che stima in circa 18 miliardi di sterline il costo, per l’economia del Paese, derivante dalle restrizioni.

Se il Regno Unito può, in parte, permettersi di temporeggiare, la situazione appare drammatica nell’est Europa. Nelle ultime 24 ore la Russia ha fatto segnare un nuovo record di decessi: 1.123, a fronte di circa 36.500 nuovi contagi e 233.898 morti da inizio pandemia. Benché sia stata tra i primi Paesi a dare il via alla campagna vaccinale, forte del suo Sputnik V, la Russia registra al momento un basso tasso di vaccinazione: solo il 33,2% della popolazione risulta completamente immunizzato. E il virus dilaga. Tanto che le autorità di Mosca sono corse ai ripari, decretando lo stop al lavoro non essenziale dal 30 ottobre al 7 novembre, nel tentativo di frenare i contagi e alleggerire la pressione sulle strutture ospedaliere. Mentre nella capitale chiudono scuole, ristoranti, bar e negozi, restano però aperti teatri e musei, al 50% di capienza e previa esibizione di codici Qr all’ingresso, una sorta di green pass nostrano. Similmente, a San Pietroburgo, da novembre sarà necessario esibire il pass vaccinale per eventi al chiuso con più di 40 partecipanti.

Numeri allarmanti anche in Romania, dove la situazione è stata definita “una catastrofe” dal presidente Klaus Iohannis. Dall’inizio di settembre la curva dei contagi nel Paese si è impennata raggiungendo una media giornaliera, nell’ultima settimana, di circa 14.500 casi. In rapido aumento anche i decessi, che il 26 ottobre hanno superato quota 500. Anche qui, come in Russia, la campagna vaccinale arranca: solo il 30,7% dei cittadini ha completato il ciclo vaccinale e il governo ha varato nuove, severe, restrizioni. Tra queste anche l’ampliamento delle attività subordinate all’uso del green pass. Via libera al passaporto vaccinale per i locali al chiuso anche in Bulgaria, Paese ultimo in Europa per numero di vaccinazioni, dove la situazione appare analoga alla confinante Romania.

Ma a far discutere è la scelta dell’Austria di introdurre restrizioni mirate per i non vaccinati. Una sorta di lockdown selettivo, che scatterebbe al raggiungimento di determinate soglie nelle terapie intensive: con 500 posti occupati, pari al 25% dei totali, sarà interdetto ai non vaccinati l’accesso a bar, ristoranti, strutture sportive e ricreative. Alla quota di 600 ricoveri in terapia intensiva, invece, chi non si è immunizzato non potrà uscire di casa, se non per lavorare o per motivi di necessità. Linea dura di Vienna anche sul green pass, che dal 1° novembre sarà necessario per entrare nei luoghi di lavoro e, in caso di aggravamento della situazione epidemiologica, potrebbe non essere più rilasciato a seguito di tampone.

Tra i Paesi che tornano sui propri passi c’è il Belgio, dove crescono i contagi, le ospedalizzazioni e torna l’obbligo di mascherina al chiuso.
Ma non va meglio dall’altra parte del mondo, dove tutto ha avuto inizio. La Cina, con il 76% della popolazione che ha completato il ciclo di immunizzazione, ha infatti iniziato a vaccinare i bambini tra 3 e 11 anni, per frenare l’insorgere di nuovi focolai. Ma, accanto ai vaccini, Pechino mette mano anche alle misure restrittive, decretando un lockdown a Lanzhou, capoluogo da quattro milioni di abitanti del Gansu.

Tuttavia, per un nemico mondiale, come ripetuto più volte da autorità sanitarie ed esperti, servirebbe una campagna di vaccinazione altrettanto mondiale, da qui la domanda: come procedono le somministrazioni fuori dall’Occidente? Non bene, a giudicare dai dati che arrivano dall’Africa, continente fanalino di coda. Nella Repubblica Democratica del Congo, ad esempio, Paese da quasi 90 milioni di abitanti, sono state inoculate, stando ai dati più recenti, circa 150mila dosi. In Nigeria invece le dosi somministrate sono state circa 8,5 milioni, a fronte però di una popolazione di oltre 200 milioni di abitanti. Analoghe bassissime percentuali si registrano in tutta l’Africa subsahariana. Un problema di ordine etico, prima di tutto, ma che ha un peso importante anche nella lotta a un virus ormai diffuso in tutto il globo, che per essere eradicato ha bisogno di una risposta globale, senza diverse velocità.