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Covid, tra terza dose e green pass la gimcana del Governo

19 Novembre 2021

Con l’epidemia che torna a correre e le nuove evidenze scientifiche sulla durata della protezione da vaccino, ecco tutti i rebus da risolvere

di Marco Assab

L’irrompere della variante Delta sullo scenario pandemico ha cambiato le prospettive della lotta al Covid. In Europa il virus rialza la testa, mentre in Italia assistiamo, al momento, a numeri gestibili, grazie ai progressi della campagna vaccinale e al mantenimento delle misure di sicurezza. Secondo uno studio della Fondazione Bruno Kessler, firmato anche dal presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, e dal direttore della prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, tra dicembre 2020 e giugno 2021 la campagna vaccinale ha scongiurato 12mila morti. Ma la nota dolente è che la diffusione mondiale di Delta, con la sua alta trasmissibilità, “ha probabilmente soppresso le possibilità residue di eliminazione di Sars- Cov-2 attraverso la sola immunità di gregge”. Per un completo ritorno alla vita pre-Covid, prosegue lo studio, è necessario raggiungere una copertura del 90% della popolazione, compresi i bambini dai cinque anni in poi, utilizzando vaccini a mRNA. In ogni caso, specifica la Fondazione, anche in assenza di un vaccino pediatrico l’aumento della copertura vaccinale consentirà ulteriori margini di riapertura della società.

Il 90% è senza dubbio un obiettivo ambizioso. Anche ammesso che l’Ema dia il via libera alla vaccinazione per gli under 12, siamo sicuri di riuscire a raggiungere quel 90% in modo rapido con le attuali regole e procedure in vigore? Non mancano infatti incognite e incongruenze. Bisogna fare i conti non solo con l’inoculazione di nuove prime dosi, ma soprattutto delle terze. L’evidenza scientifica, emersa nelle ultime settimane, è che a sei mesi dalla seconda dose di vaccino l’efficacia della protezione contro l’infezione diminuisce fortemente, mentre si resta ancora abbastanza protetti contro le complicazioni gravi. Questo comporta il rischio di contrarre con molta più facilità il virus e trasmetterlo agli altri. Mentre a palazzo Chigi si comincia a valutare anche l’ipotesi di anticipo della terza dose a partire dal quinto mese, il Governo – con una circolare del commissario all’emergenza Francesco Paolo Figliuolo – è intanto corso ai ripari, fissando prima l’1 dicembre, poi anticipando al 22 novembre, l’avvio della campagna di terze dosi per la fascia d’età tra 40 e 59 anni. Ma siamo sicuri che allo scoccare dei sei mesi ogni cittadino/a, con diligenza e puntualità, andrà a fare il richiamo?

Ed è qui che dovrebbe venire in soccorso il green pass, lo strumento utilizzato come stimolo alla vaccinazione, ma che però rischia di trasformarsi in un mezzo pasticcio. Perché l’estensione della validità del certificato a 12 mesi, risalente al settembre scorso, cozza ora con le nuove evidenze scientifiche. L’ipotesi allo studio è di fare marcia indietro, riducendo la validità del pass a nove mesi. Da qui, però, una serie di dubbi: se la durata della protezione scema a sei mesi dalla seconda dose, perché il certificato dovrebbe valerne nove? Non si darebbero così tre mesi di “vantaggio” al virus? La ragione potrebbe essere di ordine logistico, ma da settimane ormai sentiamo ripetere che non abbiamo problemi di approvvigionamento e che ci sono dosi di vaccino a sufficienza. Forse c’entrano l’organizzazione e le forze a disposizione degli hub vaccinali? Ma se nemmeno quest’ultima fosse la ragione allora quale sarebbe la logica? Una incongruenza simile ad altre già viste, come quella dei guariti che, pur potendosi vaccinare con una singola dose entro 12 mesi, hanno in mano un green pass che ne vale solo sei.

Ad ogni modo, nel mentre si attendono modifiche alla durata del certificato (si parla di dicembre) come fare per sollecitare i cittadini a fare il richiamo senza ritardi? L’assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato, in una intervista al Messaggero ha di recente proposto una sorta di “cartellino giallo”, un alert: “Oggi – ha detto – quando presenti il Qr-code compare sempre il colore verde se il tuo certificato è in corso di validità. Così, però, si sta consegnando un messaggio pericoloso a chi è stato vaccinato più di sei mesi fa. Per queste persone deve apparire il colore giallo, una sorta di ammonizione, come nel calcio. Ti dice: attenzione, sei già stato vaccinato da più di sei mesi, è importante che tu vada a ricevere la terza dose. Oggi tutti pensano che la dose di richiamo vada fatta quando scade il green pass, ma non è così. Con l’ammonizione si fa informazione, si manda un alert al cittadino”.

Beninteso che il problema sussisterebbe anche con un certificato di durata ridotta a nove mesi. Su questo si è espresso con chiarezza il microbiologo Andrea Crisanti: “Non è vero che dopo sei mesi il vaccino non funziona più, ma una persona può infettarsi e trasmettere la malattia e questo è in contraddizione con la durata del green pass”, ha detto nei giorni scorsi a Sky Tg24. Portare la validità della certificazione a nove mesi ha senso ma “io la porterei a sei”, ha affermato, osservando anche che anticipare il richiamo a cinque mesi avrebbe una sua logica.

Ma a far discutere non è solo la durata del certificato. Ci sono anche i criteri di accesso. Se si vuole raggiungere il 90% di copertura vaccinale ha senso mantenere la possibilità di ottenere il green pass tramite tampone? In altre parole: ha senso che una certificazione nata con il solo, evidente, scopo di indurre alla vaccinazione si possa ottenere aggirando la vaccinazione stessa? Domande d’obbligo se si vuole davvero, in tempi rapidi, raggiungere la soglia del 90% di immunizzati. “Nel migliore dei casi il tampone antigenico lascia scoperto un 30% di falsi negativi, che sono così liberi di circolare ed esporre troppi soggetti, magari fragili, al rischio di contagio”, ha dichiarato in un’intervista al Foglio Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute Roberto Speranza. Da qui, per Ricciardi, la necessità “di uno strumento più selettivo, che pian piano disgiunga l’omologazione tra effettuazione del test e inoculazione del vaccino. Ad esempio permettendo una serie di attività ai soli possessori di questo certificato rafforzato”. Anche sui test il Governo starebbe ragionando di introdurre una stretta: tra le ipotesi allo studio quella di ridurre la validità del test molecolare da 72 a 48 ore e di quello antigenico da 48 a 24 ore. Altra ipotesi, che potrebbe essere discussa lunedì in un incontro tra Esecutivo e Regioni, è quella di un “super green pass” rilasciato solo a vaccinati e guariti, per accedere a ristoranti, bar, cinema e altri luoghi di socialità, nelle Regioni che subiranno un cambio di colore. Ma non tutti sono d’accordo. Uno degli elementi che pesa, sulle scelte di Palazzo Chigi, è cercare di evitare un aumento della tensione sociale. Al momento resta del tutto escluso un lockdown selettivo in stile austriaco. Sempre la prossima settimana il Consiglio dei ministri dovrebbe anche esaminare la misura sull’obbligo del richiamo per i medici.

C’è, in ultimo, il tema delle prenotazioni, che in quasi tutte le Regioni sono ripartite per la terza dose ad eccezione della Campania, dove il presidente Vincenzo De Luca ha optato per il modello open day: hub accessibili senza necessità di prenotarsi, ma soprattutto senza distinzione di fasce d’età, giocando d’anticipo rispetto al Governo. Resta da capire quale delle due soluzioni di accesso, tra prenotazione e open day, sia la migliore in un momento di particolare urgenza, dove la rimonta invernale del virus va scongiurata attraverso la rapidità delle terze dosi. Gli open day hanno dimostrato di attirare molti cittadini, grazie alla capacità di azzerare anche il più piccolo degli step burocratici. Ma la domanda è: il sistema sarebbe in grado di reggere? Le prenotazioni, dal canto loro, tengono in ordine la macchina organizzativa e distribuiscono in modo gestibile i carichi di lavoro per il personale. Quale delle due dunque? Che si opti per l’una o l’altra soluzione l’auspicio rimane uno: che ci sia più uniformità possibile tra le 21 repubbliche sanitarie.