“Noi sanitari di origine straniera, trattati come professionisti di serie B”

01 Dicembre 2021

Intervista a Foad Aodi, presidente Amsi : “Gli italiani mancano o fuggono via. Apriamo i concorsi a chi opera regolarmente da cinque anni anche senza cittadinanza”

di Ulisse Spinnato Vega

Già qualche anno fa avevano previsto che, tra pensionamenti e precariato, entro il 2026 il Bel Paese avrebbe dovuto rimpiazzare 50mila medici in totale e almeno 20mila infermieri all’anno, nel pubblico e nel privato. Ma l’Amsi, l’Associazione dei medici di origine straniera in Italia, denuncia di avere le mani legate rispetto a questa emorragia da turnover e il suo presidente, Foad Aodi, che è anche membro della commissione Salute globale della Fnomceo, si sfoga con Nursind Sanità: “Rappresentiamo tanti operatori con radici straniere che vengono trattati come un esercito invisibile, professionisti di serie B. Abbiamo avuto interlocuzioni politiche positive, ma mi spiace davvero che un uomo di sinistra come il ministro Speranza non ci abbia mai ricevuti. Non ci era mai successo in passato con il titolare della Salute”.

Presidente Aodi, chiariamo subito quali sono i vostri numeri.
Noi rappresentiamo circa 77.500 professionisti della sanità: 22mila medici, 38mila infermieri, 5mila farmacisti, 5mila fisioterapisti, tanto per dare le cifre maggiori.

Un numero ragguardevole, insomma.
Non solo. Le do una notizia: in Europa abbiamo 600mila medici di origine straniera, persone che non appartengono allo stesso Paese in cui lavorano. Questo numero negli ultimi tre anni è cresciuto del 25%, perché è aumentata la mobilità con l’Asia, l’Africa e dentro la stessa Ue. Tutti si spostano per cercare condizioni migliori.

Quali sono gli ostacoli normativi che frustrano il vostro apporto?
Con il governo Conte 2 riuscimmo a inserire l’articolo 13 del Cura Italia che apriva il servizio sanitario agli operatori stranieri: purtroppo è stato interpretato in modo ambiguo, per cui vale per chi viene da fuori, ma non per chi già vive e opera regolarmente in Italia.

In effetti sembra un paradosso.
Parliamo di professionisti che hanno studiato nella Penisola oppure hanno titoli europei o riconosciuti, conoscono la lingua e la cultura, sono iscritti a un Ordine professionale e possiedono il permesso di soggiorno.

Qual è la vostra proposta?
Chiediamo il diritto di partecipare ai concorsi di reclutamento previsti dal Sistema sanitario per chi ha almeno cinque anni di attività regolare in Italia, indipendentemente dal possesso della cittadinanza. C’è un problema cronico, che abbiamo denunciato già un decennio fa e che necessità di programmazione: parlo della carenza di medici specialisti e infermieri italiani. I bandi spesso vanno deserti e molti lasciano il settore pubblico o sempre più fuggono all’estero alla ricerca di stipendi e condizioni migliori.

All’estero li pagano molto meglio?
Si parla dell’Europa o degli Stati Uniti, ma anche in Arabia Saudita un medico prende 14-16mila euro al mese e nei Paesi del Golfo un infermiere guadagna fino a 6mila euro. Non a caso, registriamo anche un inizio di tendenza per cui gli stranieri tornano nelle nazioni di origine, nelle quali la situazione sta via via migliorando.

Per esempio?
Restando all’Europa, polacchi, albanesi o rumeni. Molti stanno andando via.

Dunque, non siete qui per togliere il pane agli italiani, come qualcuno potrebbe sostenere?
I pronto soccorso chiudono, le Rsa sono in difficoltà e potrei fare tanti altri esempi. Facciamo l’interesse dell’Italia, non dei medici o degli infermieri stranieri.

Vi chiamano dalle aziende sanitarie italiane con le mani nei capelli?
Arrivano ad Amsi tantissime richieste, cinque o sei alla settimana per medici specialisti e infermieri, perché non si trovano colleghi italiani. In totale circa 8mila negli ultimi 6 anni e con la pandemia sono ovviamente aumentate. Ci cercano sia dal pubblico che dal privato.

Per quali specializzazioni?
In primis, come detto, per l’area emergenza e i pronto soccorso, per l’anestesia e la radiologia. Ma anche per la ginecologia o la neonatologia. Senza dimenticare le già citate Rsa che hanno sempre bisogno di medici e infermieri.

Sì, in questi giorni si parla soprattutto della fuga dai pronto soccorso. Ma da quali territori vi contattano?
Soprattutto Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Umbria, Lazio. Ma anche Sicilia e Sardegna.

Perché l’Italia è così poco attrattiva per i professionisti stranieri della sanità?
Quattro motivazioni fanno scappare medici e infermieri: come detto, i concorsi chiusi a chi non ha la cittadinanza; i tempi troppo lunghi per il riconoscimento del titolo, fino a due anni contro i due-tre mesi negli altri Paesi; le lentezze sul via libera al permesso di soggiorno per motivi di lavoro, necessario per l’iscrizione all’albo professionale; infine gli emolumenti troppo bassi. Ecco perché arrivano in pochi.

Sono un po’ i soliti difetti del nostro sistema Paese.
Pensi che ci sono oltre 5mila medici e infermieri che aspettano il riconoscimento del titolo. Ecco perché chiediamo di accelerare su questo e di consentire a chi opera in Italia con regolare iscrizione all’albo da cinque anni di fare i concorsi senza l’obbligo della cittadinanza.

Il ministro Speranza non vi dà molta retta. Altre sponde politiche?
Un buon dialogo con Piemonte e Veneto, ma abbiamo interloquito in modo proficuo anche con l’assessore alla Salute del Lazio, Alessandro D’Amato. Non ci interessano i colori politici, con la pandemia abbiamo avuto 300 infermieri di origine straniera contagiati e 18 medici morti. Dobbiamo superare la piaga dello sfruttamento di questi professionisti che possono dare un grande contributo al Servizio sanitario nazionale.