“Variante Omicron? Spingere sulla vaccinazione nel Sud del mondo”

01 Dicembre 2021

Parla Aldo Morrone, direttore scientifico del San Gallicano Irccs di Roma: “In Sudafrica gli immunizzati sono il 24%, in Etiopia il 2”. Inoltre “servono investimenti per la ricerca internazionale”

di Marta Tartarini

La variante Omicron, dalle poche informazioni per ora a disposizione, “sembra non avere una forte patogenicità e non abbiamo ragione di credere che i vaccini attuali non ci proteggano”. E’ questa la prima analisi di Aldo Morrone, direttore scientifico dell’Istituto San Gallicano Irccs di Roma. Il dermatologo infettivologo, intervistato da Nursind Sanità, avverte che il vero tema è spingere sulla campagna di immunizzazione nei Paesi del Sud del mondo, Africa in primis. Per l’esperto di malattie tropicali bisogna inoltre investire nella comunità di ricerca internazionale che rende possibile l’individuazione delle varianti.

E’ arrivata la variante sudafricana, che idea si è fatto? 
Con una casistica così ridotta di casi non possiamo sapere se questa variante abbia una maggiore contagiosità o patogenicità rispetto alle altre, ma l’esperienza del paziente zero e della sua famiglia è una buona notizia perché sembra indicare una bassa patogenicità. 

Omicron conferma che non esistono confini nella lotta alla pandemia.
Infatti io l’avrei chiamata variante ‘ottusità’ perché abbiamo pensato di poter lasciare interi continenti senza tamponi e senza vaccini. Basti pensare che in Africa su 1 miliardo e 300 milioni di persone sono stati fatti solo 70 milioni di tamponi. In Sudafrica la quota di immunizzati è al 24%, in Etiopia siamo attorno al 2%. Con questi numeri è chiaro che il rischio di varianti è molto alto, ma è anche vero che la comunità scientifica le sta individuando. Per questo credo che andrebbero ringraziati i colleghi del Botswana che hanno messo sulla piattaforma il sequenziamento che ha permesso di individuare tale variante.

Questo sistema di condivisione dei risultati dei tamponi sta quindi funzionando?
C’è una comunità internazionale di ricercatori che ha già individuato 5 milioni di sequenziamenti del virus. Si tratta di un lavoro che sta producendo risultati, ma che andrebbe rafforzato con investimenti, basti pensare che sono coinvolti tanti professionisti precari. 

I vaccini in uso sono ancora efficaci di fronte a questa e alle prossime varianti?
Abbiamo ragione di credere che le dosi di mRNA garantiscano ancora una certa protezione, avendo creato una memoria immunologica che non ci fa ammalare. Comunque, di varianti ne avremo ancora tante, quindi dobbiamo puntare sui ricercatori e le tecnologie per avere una rapida individuazione. E poi dobbiamo vaccinare nei Paesi dove si fa più fatica. Noi siamo alla terza dose, ma ci sono centinaia di milioni di persone che non hanno ricevuto neanche la prima.

La nuova variante ha fatto tornare di attualità anche la questione, rinviata da tempo dalla comunità internazionale, dello stop ai brevetti dei vaccini. Sarebbe un’arma in più contro la pandemia?
Io sono a favore della sospensione temporanea dei brevetti, ma accanto a questo serve un piano Marshall per l’Africa che non è mai stato realizzato, perché il vaccino da solo non serve a molto se non ci sono le infrastrutture, i centri vaccinali, i professionisti formati, i luoghi di cura e i farmaci adeguati.

Va in questa direzione l’appello lanciato da numerosi sindacati d’infermieri in tutto il mondo, compreso il Nursind per l’Italia, all’Organizzazione mondiale del commercio per una sospensione temporanea dei brevetti sui vaccini.
Lo condivido pienamente, dovremmo ormai aver capito che da questa pandemia ci si salva solo tutti insieme, benché questa pandemia abbia messo in luce le grandi disuguaglianze e iniquità che ci sono nel mondo.