Vaccini, “L’Italia? Non pervenuta sulla produzione, così siamo succubi di Big pharma”

10 Dicembre 2021

Parla l’ex ministra della Salute Giulia Grillo (M5s): “Bisognava modificare subito gli accordi internazionali sui brevetti. L’Ue si è mossa malissimo. Ora si rischiano contenziosi”

di Marta Tartarini

L’Italia risulta “non pervenuta sulla produzione nazionale di vaccini” e si trova quindi a dover spendere “cifre enormi per l’acquisto delle dosi, quando avrebbe potuto, mesi fa, spingere sulla fabbricazione interna con ricadute positive anche in termini di Pil e occupazione”. Ne è convinta Giulia Grillo, ex ministra della Salute (nel governo Conte I). La deputata del Movimento cinque stelle è impegnata da tempo nella commissione Politiche dell’Unione europea per la sospensione dei brevetti e, intervistata da Nursind Sanità, sottolinea come anche le difficoltà che si riscontrano oggi nel reperimento di fiale per la terza dose siano l’effetto di una “politica nazionale ed europea succube delle aziende farmaceutiche”. Per Grillo bisognava intervenire subito per modificare gli accordi internazionali sulla proprietà intellettuale dei brevetti. Ora, avverte, il rischio è quello di “contenziosi lunghi e costosi”.

A luglio è stato approvato l’emendamento, da lei proposto al decreto Semplificazione bis, che prevede che gli Stati possano, in caso di emergenze sanitarie, obbligare i possessori di brevetti a concedere le licenze ad altri. Da allora si è mosso qualcosa?
Premetto che noi ci siamo mossi da diversi mesi per impegnare l’Italia a sostenere a livello europeo la sospensione dei brevetti, abbiamo presentato ordini del giorno e promosso diverse iniziative parlamentari. Poi, finalmente, con questo emendamento siamo riusciti a prevedere la licenza obbligatoria, che vale per i farmaci e per i vaccini. Ora l’Italia ha lo strumento normativo necessario, ma serve la volontà politica per applicarlo.

Questa norma sarebbe applicabile ai vaccini contro il Covid?
E’ uno strumento che potrà valere, anche in futuro, per vaccini e farmaci. Certo, ora è molto complicato farlo, perché le aziende farmaceutiche hanno usato tutti gli strumenti possibili per difendere la proprietà intellettuale, con centinaia di certificati di protezione. Quindi si rischiano dei contenziosi complicati e costosissimi.

Si potrebbe allora agire con una sorta di ‘moral suasion’ nei confronti delle aziende farmaceutiche?
In altri Paesi europei si sono trovati degli accordi ‘volontari’, credo che mesi fa si sarebbe potuto provare ad avviare la produzione di vaccini in Italia, una operazione che però avrebbe richiesto del tempo. Il governo Draghi si è mosso all’inizio con il ministro dello Sviluppo economico Giorgetti ma non se ne è saputo più nulla. Si sarebbe, ad esempio, potuto produrre Pfizer a Catania, una realtà che conosco, ma ci sono senz’altro altre opportunità sul territorio. Il fatto è che il Governo ha stanziato tantissime risorse, 400 milioni per la produzione che non è mai partita, e ora in manovra 2 miliardi per l’acquisto di vaccini. E’ una cifra enorme, che non ha ricaduta sul territorio in termini di Pil e occupazione.

Ora siamo a caccia di fiale per accelerare la somministrazione della terza dose.
La produzione interna avrebbe potuto aiutare anche rispetto alle difficoltà che riscontriamo in questa fase. Il fatto è che siamo stati succubi delle aziende farmaceutiche, che hanno sfruttato la ricerca pubblica, usato dati condivisi a livello scientifico internazionale, goduto di una semplificazione delle procedure e adesso registrano extra profitti. Sarebbe ora che lasciassero liberi i brevetti. È importante sottolineare che non sappiamo quante dosi ancora dovremo fare e non ci possiamo permettere il lusso di pagarle ai prezzi attuali. Ricordo che stiamo finanziando la spesa pubblica a debito, quindi a discapito delle generazioni future.

Ma se non lo fanno spontaneamente si può obbligarle a cedere i brevetti?
Dovrebbero farlo gli Stati con gli strumenti come quello di cui ci siamo dotati in Italia. Poi sarebbe servita una azione a livello europeo, ma l’Europa si è mossa male, anzi malissimo, perché è stata succube della Germania e non credo che cambierà la sua linea.

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, però, ha nei giorni scorsi aperto alle licenze obbligatorie e a una politica comune che preveda anche l’obbligo a vaccinarsi.
Sulle licenze ha fatto poco e ora è tardi. Bisognava agire subito elaborando una strategia complessiva di acquisti a prezzi calmierati e di produzione autonoma nel medio periodo.

E sull’obbligo? Alcuni Paesi di fronte alla quarta ondata ci stanno pensando.
Penso che ogni Paese debba valutare la propria situazione. Nel nostro caso non credo sia necessario, abbiamo una buona copertura vaccinale e registriamo un aumento delle prime dosi. Se dovessimo pensarci potremmo valutarlo per le fasce di età più alte.

Tornando alla sospensione di brevetti, i Paesi del Sud del mondo restano quelli con la maggiore difficoltà di approvvigionamento e somministrazione. Stiamo sottovalutando la situazione anche alla luce delle nuove varianti?
Non cedendo i brevetti le aziende farmaceutiche stanno mettendo in difficoltà milioni di persone e anche gli Stati hanno le loro responsabilità, perché hanno scelto la strategia della donazione, che è senz’altro positiva, ma non risolutiva. Io sono molto critica sull’operazione Covax: si è decisa una strada fallimentare, che non ha portato i quantitativi previsti e non potrà mai coprire il fabbisogno di quei Paesi.