Fine vita: la legge che scontenta (quasi) tutti e il percorso minato in Parlamento

13 Dicembre 2021

Al via l’iter del testo in Aula alla Camera. Molti i malumori sui troppi vincoli e sui compromessi accettati dal centrosinistra per ammorbidire il centrodestra, che comunque promette battaglia

di Ulisse Spinnato Vega

Si prospetta una navigazione parlamentare accidentata per la legge sul fine vita, sbarcata oggi in Aula alla Camera con la discussione generale. La spaccatura tra centrosinistra e centrodestra, i dissidi interni agli stessi partiti (Forza Italia e Pd in testa) e i franchi tiratori che affilano le armi in attesa di probabili voti segreti, come accade per tutte le materie eticamente sensibili, renderanno il percorso del testo ancor più tempestoso di quanto già successo nelle commissioni Giustizia e Affari sociali.

Nonostante la pressione esterna del quesito referendario promosso in primis dall’Associazione Luca Coscioni, il Parlamento si è lungamente avvitato su un provvedimento che adesso, tra mille compromessi, scontenta quasi tutti. Da una parte, molte anime del centrosinistra lo giudicano troppo timido e inefficace. Dall’altra, il centrodestra (con alcuni distinguo) lo combatte in nome della contrarietà a ogni apertura a forme di suicidio assistito. Nessuno può dunque prevedere dove porterà, e in che tempi, l’avvio del dibattito sulle norme che regolano il “rifiuto di trattamenti sanitari” e la “liceità dell’eutanasia”, malgrado i 25 voti di vantaggio che il centrosinistra può in teoria vantare. Anche in considerazione dello stop forzato che, tra poche settimane, verrà imposto alla discussione dal gran ballo per l’elezione del Quirinale. Peraltro, la legge dovrà poi passare comunque al Senato, autentico porto delle nebbie in cui, non a caso, a fine ottobre era stato affondato pure il ddl Zan.   

Si partiva dalle due sollecitazioni arrivate, nel 2018 e nel 2019, dalla Corte costituzionale e da precisi requisiti per l’accesso alla procedura: la capacità del paziente di intendere e volere, la presenza di una malattia o condizione clinica irreversibile, l’insorgenza di sofferenze psichiche o fisiche intollerabili, la dipendenza del malato da presidi sanitari vitali. Il testo, tuttavia, ha subito ridimensionato le proprie ambizioni togliendo di mezzo la parola eutanasia (malgrado il titolo della legge di iniziativa popolare da cui tutto era partito) e provando a regolare il suicidio assistito in presenza di condizioni molto stringenti. Il problema principale, almeno secondo i fautori di una norma avanzata in materia, è la inderogabile compresenza di tre requisiti chiave per l’attivazione della procedura: ai due già citati, ossia la patologia irreversibile o la prognosi infausta e l’esser tenuti in vita da trattamenti sanitari, si aggiunge pure la necessità di aver avviato un percorso di assistenza con cure palliative o l’aver espressamente rifiutato tale percorso. L’ala sinistra del Parlamento, non a caso, punta a rendere le tre condizioni alternative tra loro.

Il vincolo sulle cure palliative, tra l’altro, è stato poi aggravato su richiesta del centrodestra, per cui adesso la norma prevedrebbe come prerequisito non più eludibile l’obbligo di aver avviato (per quanto tempo?) trattamenti contro il dolore per malati inguaribili. Tuttavia, ci sono molti altri punti su cui Pd, M5s e Leu hanno ceduto pur di agevolare un consenso da parte dell’altra metà dell’arco parlamentare, consenso che comunque in commissione non è arrivato dopo un continuo gioco al rialzo (il centrodestra aveva addirittura chiesto l’ulteriore requisito dell’imminente pericolo di morte).

Per esempio, è saltata fuori l’obiezione di coscienza per i sanitari, appena contemperata dall’obbligo per le Regioni di garantire l’erogazione del servizio sul territorio. Oppure la previsione che le sofferenze del paziente siano “fisiche e psichiche” e non “fisiche o psichiche”. E infine rimane il nodo centrale della presenza obbligatoria di trattamenti sanitari che tengono in vita il malato (formula peraltro aggravata dall’ulteriore inciso: “…la cui interruzione provocherebbe il decesso del paziente”): un vincolo che rende praticamente inutile il testo per molti dei favorevoli a una legge sul fine vita, secondo i quali in questi casi non serve alcun atto eutanasico o assistenza al suicidio, perché basta sospendere i presidi vitali con una procedura che è già normata da tempo. Nei Paesi come Olanda o Spagna, in cui esiste una legge sull’eutanasia, il 70% dei richiedenti è composto da pazienti oncologici che, nella maggior parte dei casi, non dipendono da forme di sostegno vitale. Ecco perché il provvedimento in discussione in Italia rischia di tagliar fuori la gran parte dei cittadini potenzialmente beneficiari.

Paletti e pastoie, insomma, che fanno mugugnare le anime più progressiste del Pd e del centrosinistra, mentre l’associazione Coscioni ha già presentato proposte di emendamenti “ritenuti indispensabili perché, al contrario del testo attuale, la legge rappresenti un passo avanti”. Durante il voto sul processo civile, il 24 novembre scorso, il medico, deputato del Misto ed ex eletto M5s Giorgio Trizzino aveva recriminato: “È l’ultima fiducia che voto al Governo. Dalla prossima fiducia esprimerò voto contrario per protesta contro il silenzio del Parlamento sul tema del suicidio assistito”. E oggi, col testo approdato in Aula, intervenendo alla Camera, ha parlato di “speranza vana” per la legge: “Questo Parlamento, ed è bene che i cittadini italiani lo sappiano, ha deciso di non approvarla – ha detto- perché tutto verrà messo a tacere chissà fino a quando”. Dall’altro lato della barricata, però, l’area cattolica non molla la presa e Paola Binetti, senatrice Udc, ha attaccato frontalmente: “Una delle maggiori divergenze riguarda anche il tipo di malattia che permetterebbe di ottenere l’aiuto nel suicidio. Allo stato attuale, la bozza parla di condizione clinica irreversibile, ma sono molti i clinici che denunciano questa genericità. La legge infatti consentirebbe di iniettare il farmaco letale anche in persone che hanno una malattia rara o che sono affette da patologie come il diabete. Ma l’asse Pd-M5s rifiuta quanto il semplice buon senso suggerirebbe”.

Raggiunto da Nursind Sanità, il deputato di +Europa e già segretario Radicali italiani Riccardo Magi non mostra grande ottimismo: “Il vincolo dei sostegni vitali rischia di essere discriminatorio, mentre il compromesso sulle cure palliative violenta la lingua italiana ed è soltanto un accanimento burocratico; il testo base su questo fronte era più equilibrato. Infine c’è l’obiezione di coscienza che potrebbe portare a carenze gravissime nel servizio, come accade per l’interruzione di gravidanza”. Sul nodo politico di un negoziato giudicato al ribasso che pure non ha convinto il centrodestra, Magi coltiva cattivi pensieri: “Qualcosa non mi torna: se fai una mediazione peggiorativa con l’altra parte e l’altra parte continua a votare contro, allora non regge politicamente. Allora vuol dire che anche Pd e M5S cercavano di modificare il testo e hanno usato il centrodestra come alibi”. Infine lo sconforto sui tempi. “Oggi la discussione generale è stata aperta e chiusa dopo quattro ore. Ora non c’è alcuna data fissata e se ne riparlerà sicuramente dopo metà febbraio, mentre invece doveva esserci la volontà politica di trovare una corsia preferenziale per questo testo – ha concluso Magi – Menomale almeno che c’è il referendum”.  

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