Il Covid e i pezzi del Ssn persi per strada: nel 2020 -13% di ricoveri urgenti

15 Dicembre 2021

I dati Agenas circa l’impatto della pandemia sul sistema sanitario: ospedalizzazioni diminuite di 1,7 milioni l’anno scorso. Quelle ordinarie e programmate crollate addirittura di un quarto

di Ulisse Spinnato Vega

L’impatto da Covid c’è stato, ma il sistema sanitario italiano ha provato a reggere l’urto. L’emergenza pandemica ha sicuramente tolto spazio nel 2020 alle altre prestazioni del Ssn, soprattutto durante la prima e la seconda ondata, tuttavia gli scenari cambiano a seconda dei diversi ambiti e complessivamente le erogazioni hanno tenuto botta, pur con qualche campanello d’allarme e con il solito gap tra le diverse aree del Paese. La fotografia dell’efficacia nella pratica, l’appropriatezza, l’equità di accesso e la sicurezza delle cure garantite dal Servizio sanitario, nell’ambito dei Livelli essenziali di assistenza (Lea), arriva come ogni anno dal Programma nazionale esiti (Pne), il piano sviluppato da Agenas che quest’anno non poteva non fare i conti con la congiuntura storica senza precedenti che il Paese sta attraversando. Il Pne, in sostanza, racconta come gli italiani sono assistiti dalle strutture territoriali e ospedaliere pubbliche e convenzionate, dove si può migliorare e comunque è una bussola per le scelte del policy making.

A livello generale, il Covid ha abbattuto il numero di ricoveri ospedalieri di 1,7 milioni nel 2020 rispetto all’anno prima. Naturalmente, il calo è stato minore per gli ingressi urgenti (-13%) rispetto a quelli ordinari programmati e ai day hospital (riduzione di un quarto dei volumi). Il Pne, realizzato in collaborazione con l’Istituto superiore di sanità e il Dipartimento di Epidemiologia della Asl Roma 1, segnala comunque dinamiche peculiari per ogni ambito di analisi. Così, per esempio, in quello vascolare i ricoveri urgenti per infarto sono calati l’anno scorso del 12% (15mila in meno rispetto alle attese). Le cause sono da ricercarsi, secondo Agenas, in una minore incidenza generata da una ridotta esposizione a “fattori trigger” quali l’inquinamento o l’iperattività. “Inoltre – spiegano da Agenas – potrebbe aver pesato anche un minore ricorso all’assistenza ospedaliera da parte dei pazienti con quadri clinici più lievi, come dimostrerebbe il leggero aumento della mortalità a 30 giorni dall’evento acuto (+1%)”. Non sembra comunque peggiorata la risposta a beneficio di chi si è rivolto con urgenza all’ospedale: infatti risultano sostanzialmente stabili i volumi delle angioplastiche entro 2 giorni dall’evento acuto. Sono invece crollati del 24%, tenendo conto del trend, gli interventi programmati come il bypass, mentre si conferma la difficoltà a concentrare le operazioni sulle strutture al di sopra di 200 interventi l’anno.

Anche in ambito oncologico il 2020 ha fatto segnare una riduzione delle prestazioni chirurgiche. Nel caso del carcinoma alla mammella, la diminuzione dei ricoveri è stata pari al 10%, tenendo conto del trend, con 7mila ospedalizzazioni in meno. Tuttavia, stavolta il picco negativo non si è registrato durante il lockdown, ma a giugno del 2020. Una battuta d’arresto che ha come causa il crollo dei programmi di screening nei mesi immediatamente precedenti. Sul versante della medicina muscolo-scheletrica, l’intervento tipo di frattura del collo del femore ha fatto registrare un calo dell’8% dei volumi, con circa 7.200 ricoveri in meno. La minore incidenza è certamente connessa alla ridotta mobilità durante i periodi di forte limitazione degli spostamenti. In ogni caso, ha tenuto il numero degli interventi entro 2 giorni a beneficio di over 65 interessati da questo tipo di trauma. Invece per operazioni programmate, tipo la protesi d’anca, il Pne ha evidenziato una marcata riduzione nel 2020: -18% al netto del trend, con 21mila ricoveri in meno. In questo caso il privato convenzionato ha retto meglio del settore pubblico, costretto a sopportare l’impatto più gravoso dell’emergenza Covid. Forti cali anche per gli interventi al ginocchio (-24,1%) e alla spalla (-16%).

In ambito perinatale, infine, rimane tutto sommato invariata la quota di erogazioni nel 2020 sull’anno prima. Ma restano i problemi di inappropriatezza che comunque provengono da lontano: per esempio, è allarmante il ricorso eccessivo al taglio cesareo, con molte regioni sopra la soglia prevista dal Dm 70/2015. E si conferma intorno al 6%, come nel 2019, la proporzione di parti vaginali in donne con pregresso taglio cesareo: una soglia troppo bassa secondo gli esperti.

Da quest’anno il Pne, oltre al rapporto tra volumi di attività ed esiti delle cure, misura anche l’equità delle erogazioni grazie a indicatori socio-economici o che, ad esempio, hanno evidenziato le discriminazioni di genere. Un caso emblematico è quello dell’accesso tempestivo (entro 90 minuti) all’angioplastica, con le donne che subiscono uno svantaggio sistematico. Il Programma per il 2021 conta comunque 184 indicatori (a fronte dei 177 della passata edizione) di cui 164 sull’assistenza ospedaliera (71 di esito/processo, 78 di volume di attività e 15 di ospedalizzazione) e 20 sull’assistenza territoriale, valutata indirettamente in termini di ospedalizzazione evitabile (14 indicatori), esiti a lungo termine (2) e accessi impropri in Pronto soccorso (4). Infine, quest’anno hanno debuttato indicatori chirurgici di volume per singolo operatore, per cui si potrà stimare l’impatto dell’expertise di chirurghi ed équipe. Cambiata anche la misurazione della tempestività di accesso alle cure, con valutazioni di processo non più parametrate sui giorni, ma sulle ore o addirittura i minuti.

Il ministro della Salute, Roberto Speranza, intervenuto alla presentazione del Report, ha parlato di “momento cruciale nella storia del Ssn” che è “punto di tenuta essenziale per tutto il Paese”. E dopo aver aggiornato, sul fronte Covid, i dati di “una campagna di vaccinazione che continua a dare risultati incoraggianti” e che è giunta a 102 milioni di dosi, ha rivendicato nuovamente l’incremento dei finanziamenti al Fondo sanitario che passerà dai 114 miliardi del 2018 ai 128 del 2024, le risorse del Pnrr per quasi 20 miliardi e ha traguardato la sfida delle riforme che attendono il settore, dall’assistenza territoriale alla digitalizzazione; partite in cui Agenas è chiamata in causa con un ruolo importante. Il presidente dell’ente, Enrico Coscioni, ha invece spiegato che “le innovazioni introdotte in questa edizione” del Pne rappresentano “un ulteriore passo avanti per coinvolgere in un dialogo costruttivo i professionisti clinici in un percorso condiviso e finalizzato ai risultati di salute migliore per tutti i cittadini”. Mentre il direttore generale, Domenico Mantoan, ha aggiunto: “A fronte di una riduzione attesa delle attività in elezione, sembra essersi mantenuta la capacità di risposta rispetto alle patologie tempo-dipendenti. A questo proposito, sul fronte della valutazione ospedaliera, le novità introdotte consentono di valutare in maniera molto più accurata la tempestività di intervento sia nell’ambito delle patologie cardiovascolari acute che traumatiche”.