“Posti letto di chirurgia dimezzati e blocco dei ricoveri programmati”: l’allarme dei camici bianchi

12 Gennaio 2022

Parla Francesco Basile, presidente Sic: “Interventi ridotti in media del 50% con punte dell’80. Il vero nodo? Manca il personale necessario”

di Marta Tartarini

La variante Omicron sta riportando le lancette dell’orologio indietro di due anni. Almeno sul piano della tenuta del sistema sanitario. Gran parte delle risorse e del personale, infatti, è assorbita dalla lotta al Covid. E ad andarci di mezzo sono diverse patologie, la cui cura passa in secondo piano. I medici chirurghi nelle scorse ore hanno lanciato l’allarme sul fatto che l’aumento di contagi e ricoveri stia causando una forte riduzione degli interventi necessari ad altri malati. Il presidente della Società italiana di chirurgia (Sic), Francesco Basile, in una intervista a Nursind Sanità, sottolinea che nella categoria è forte la preoccupazione per le crescenti difficoltà che si registrano in tutto il Paese ad operare i pazienti. E spiega che anche le attività di screening e di diagnostica stanno subendo un preoccupante rallentamento.

Avete segnalato che nel Paese sono stati ridotti del 50% gli interventi chirurgici. E’ l’effetto della quarta ondata Covid?
Sì, i posti letto di chirurgia sono di fatto dimezzati e c’è un blocco dei ricoveri in elezione cioè quelli programmati. Inoltre, molti posti in terapia intensiva sono stati convertiti per i pazienti Covid con conseguente impegno del personale. In questo modo l’attività chirurgica in tutta Italia è ridotta in media del 50% con punte dell’80%.

Quali tipologie di interventi sono più penalizzate?
Quelli programmati, come ad esempio le ernie, le colecisti, la tiroide, solo per citarne alcuni, mentre sono garantite le urgenze e gli interventi oncologici che però spesso subiscono un rallentamento. Il problema è che non è possibile operare i pazienti con tumore senza la disponibilità dei posti di terapia intensiva per il post operatorio. Parliamo di operazioni complesse su pazienti delicati, come quelli con tumore al pancreas o al retto, che richiedono una particolare attenzione nella fase successiva all’intervento.

Lei parla di riduzione dell’attività chirurgica con punte dell’80%. Dove le avete rilevate?
In Emilia-Romagna, i colleghi segnalano che a Modena da metà gennaio saranno bloccati l’80% degli interventi in elezione. In Campania per fare un altro esempio sono previsti solo i ricoveri definiti improcrastinabili.

Poi c’è tutta l’attività di screening e diagnostica con liste di attesa che si stanno allungando. Quali esami sono più a rischio?
Intanto, diciamo che la pur giusta attenzione ai pazienti Covid ha bloccato il percorso diagnostico dei tumori, dagli screening agli esami, ritardando le diagnosi. Nel 2021 non siamo riusciti a smaltire le liste di attesa accumulate nel 2020 per patologie chirurgiche in elezione, ora registriamo il fatto che le liste di attesa torneranno ad allungarsi a dismisura. 

A cosa è dovuto?
L’attività di screening è in capo alle Asl territoriali che in questa fase sono spesso impegnate per eseguire vaccini o tamponi, con medici e infermieri destinati a queste attività. Ma così ne risentono in particolare gli esami diagnostici di primo e secondo livello.

Facciamo qualche esempio.
Ci sono ritardi nelle gastroscopie, tac, colonscopie. E tutti gli esami che servono a intercettare in modo precoce le forme tumorali. Per le mammografie si parla di attese di sei-nove mesi, per la colonscopia di tre-sei mesi e parliamo di patologie oncologiche che se diagnosticate in tempo possono essere curate. Prima del Covid avevamo fatto passi avanti sulla diagnosi precoce, ora stiamo tornando indietro. Insomma, la giusta attenzione alla pandemia sta distraendo risorse economiche e personale da altre problematiche anch’esse potenzialmente mortali.

Quindi la coperta è corta e soprattutto permane una carenza di medici e infermieri. È così?
Esatto, questo è il nodo della questione. L’esperienza della pandemia ci conferma che i laureati, con il numero chiuso nelle facoltà di medicina e nei corsi di laurea di infermieristica, sono troppo bassi, tant’è che ora non troviamo il personale necessario. Nel mio Dipartimento a Catania, ad esempio, noi dovremmo avere in organico 28 infermieri in sala operatoria, mentre adesso ne abbiamo a disposizione 19, perché alcuni sono malati Covid, altri destinati appunto ad attività connesse alla pandemia. Per questo tra le nostre richieste c’è quella di ripristinare il personale infermieristico e anestesiologico dei blocchi operatori. Infine, chiediamo di preservare in ogni ospedale un numero adeguato di posti letto no Covid in terapia intensiva per i pazienti oncologici da operare.

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