Pediatria, “Il virus toglie spazio anche ai piccoli malati non Covid”

18 Gennaio 2022

Intervista a Nursind Sanità di Annamaria Staiano, presidente Sip: “Sulle vaccinazioni siamo ancora lontani dall’obiettivo”. Ricoveri pediatrici e terapie intensive? “Sono in aumento”

di Marta Tartarini

È passato un mese dall’avvio della campagna vaccinale che ha coinvolto i bambini. Da metà dicembre la fascia di età tra i 5 e gli 11 anni è entrata a pieno titolo nella lotta contro il Covid. Ma l’immunizzazione dei più piccoli arranca: chi ha avuto la prima dose non arriva al 25%, solo il 4,5% ha completato il ciclo con la seconda iniezione di Pfizer, che avviene a tre settimane di distanza dalla prima. Nursind Sanità ha fatto il punto con Annamaria Staiano, presidente della Società italiana di pediatria (Sip), che invita i genitori a non ascoltare fake news e a proteggere i propri figli. La pediatra conferma che Omicron è “apparentemente molto più contagiosa, ma con manifestazioni meno severe” e osserva che anche in età pediatrica si registra “un minor coinvolgimento delle vie respiratorie basse e un maggior interessamento di quelle alte”.

Un bilancio della vaccinazione in età pediatrica. I bimbi tra i 5 e gli 11 anni che hanno ricevuto la prima dose sono il 24,5% di una platea di più di 3,6 milioni. Non è poco? 
Siamo un po’ lontani dall’obiettivo, ma occorre precisare che esiste una certa eterogeneità territoriale con alcune Regioni al di sotto della media nazionale e altre, come la Puglia, dove è già stata superata la soglia del 40% di vaccinati, anche grazie alla scelta di somministrare il vaccino a scuola. Auspichiamo che nelle prossime settimane si possano raggiungere migliori risultati anche perché l’avvio della campagna vaccinale è coincisa con l’interruzione delle attività scolastiche e l’inizio di un periodo festivo. 

C’è ancora diffidenza verso questo vaccino?
Le famiglie spesso scelgono di aspettare perché sono spaventate dalle fake news e dalle informazioni, talvolta contraddittorie, che circolano sul web, come, ad esempio, il rischio di effetti a lungo termine. L’unica arma per combattere questa diffidenza è la corretta informazione e soprattutto la rassicurazione dei pediatri sulla efficacia e sicurezza dei vaccini, necessari per garantire anche ai più piccoli il ritorno alla normalità.

L’Istituto superiore di sanità ha lanciato l’allarme sui contagi e i ricoveri. Omicron sembra più contagiosa per i più piccoli, è così? 
Stiamo assistendo a una crescita di positivi e ricoveri in età pediatrica. In Italia circa un contagio su quattro, il 24%, riguarda gli under 20. In un mese i ricoverati tra gli under 19 sono aumentati di quasi 800 unità passando da 8.632 a 9.423. Come riportato da varie Agenzie governative l’impressione è che Omicron sia molto più contagiosa, ma con manifestazioni cliniche per fortuna meno severe.

Che sintomi riscontrate in prevalenza?
Anche in età pediatrica si osserva un minor coinvolgimento delle vie respiratorie basse e un maggior interessamento delle alte vie respiratorie.

E’ cresciuta anche l’ospedalizzazione sotto i 5 anni. Il sistema sanitario è in grado di reggere l’urto?
I ricoveri pediatrici sono in aumento e, purtroppo, in proporzione anche quelli in terapia intensiva. Molti ospedali e Asl si stanno attrezzando aumentando i posti letto dedicati ai bambini. Non siamo in una condizione di saturazione ma, come accade per gli adulti, anche per l’età pediatrica il Covid finisce per sottrarre risorse professionali dedicate all’assistenza di bambini affetti da altre patologie.

Che conseguenze a lungo termine produce il Covid sui più piccoli?
In alcuni bambini, è stata osservata la persistenza di alcuni sintomi dopo la fase acuta. Si parla di long Covid, anche se non esiste una definizione condivisa da tutte le autorità sanitarie. Le manifestazioni che potrebbero rientrare sono: cefalea, affaticamento, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, dolore addominale, dolore toracico persistente, mal di stomaco, diarrea, palpitazioni cardiache e lesioni cutanee. La Sip ha realizzato, insieme ad altre società scientifiche, un documento di raccomandazioni per i pediatri. Sebbene non sia possibile definire con precisione i limiti temporali di queste manifestazioni, il long Covid può essere considerato dopo tre mesi dalla diagnosi, in presenza di sintomi che perdurano da almeno due mesi e che non possano essere spiegati con un’altra diagnosi. 

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