Hiv, Italia ancora indietro sulla raccolta dati

08 Febbraio 2022

Barbara Suligoi (Iss) in Parlamento: “Il registro nazionale Aids è ancora in forma cartacea e invia dati per posta ordinaria”. Mentre il sistema di sorveglianza cambia da Regione a Regione

di Fabrizio Lioni

La pandemia, com’era prevedibile, ha creato un vero e proprio divario culturale e mediatico nel dibattito sulla sanità. Da una parte i malati di Covid e dall’altra quelli affetti da tutte le altre patologie. Un fenomeno certamente quasi impossibile da evitare, vista la portata globale del nuovo virus, ma che ha reso terribilmente in salita il fondamentale percorso attraverso il sentiero della prevenzione sul quale si fonda la risposta clinica a tutto un insieme di malattie che, quasi non esistessero più, sono finite appunto sotto il tappeto, in attesa che il Covid ci dia un po’ di pace.

Tra queste vi è anche l’Aids, che nonostante gli indubbi progressi in campo medico nel combatterla – l’aspettativa di vita di un sieropositivo oggi è molto vicina a quella di una persona sana – deve fare i conti ancora con un sistema di raccolta dati vecchio e datato. O almeno questo è l’impietoso quadro che emerge dall’audizione a Montecitorio di Barbara Suligoi, direttrice del Centro operativo Aids del dipartimento di malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità.

“Ad oggi – ha sottolineato Suligoi nel corso della sua relazione alla commissione Affari sociali della Camera – i dati vengono raccolti in due modi diversi: attraverso il Registro nazionale Aids e il Sistema di sorveglianza Hiv”. Ebbene il primo “è ancora in forma cartacea ed invia i dati per posta ordinaria”, creando un problema anche di privacy, oltre che di rischio di poca tempestività o di mancata comunicazione dei casi registrasti come Hiv poi evolutisi in Aids.

Per quel che riguarda il Sistema di sorveglianza Hiv, invece, siamo davanti ad una raccolta non omogenea “che presenta 21 tipologie di schede diverse” che vengono preparate dalle Regioni e che sostanzialmente cambiano in base alla sensibilità dei singoli Enti Locali che sono responsabili della raccolta dati.

Da qui l’appello della direttrice del Centro operativo Aids del dipartimento di malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità ad approdare al più presto a un unitario sistema di sorveglianza nazionale Hiv-Aids “con un’unica scheda, una sola piattaforma e un medesimo flusso di dati. In modo da rispondere anche al piano nazionale Aids che già nel 2017 stabiliva che bisognava unificare i due sistemi. In questa maniera, inoltre, ci metteremmo in linea con quanto stabilito da WHO e Commissione europea. Ricordo infine che, insieme alla Spagna, siamo gli unici ad avere ancora due sorveglianze separate, siamo il fanalino di coda in Europa”. 

Del resto, è emblematico che la legge che attualmente regola la raccolta dati abbia più di trent’anni (è la numero 315 del 1990). Sarà anche per tale ragione che l’appello lanciato da Barbara Suligoi sia stato subito raccolto dai parlamentari nel corso dell’audizione. Tra gli onorevoli in prima fila Mauro D’Attis (FI), primo firmatario della proposta di legge (la n° 1972) che si propone di riformare il sistema. Proprio D’Attis oggi ha assicurato che “tutte le sollecitazioni dovranno essere contenute nelle modifiche che faremo al testo della proposta di legge in sede emendativa”. Insomma qualcosa si muove a Montecitorio sul tema.

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