“Io, infermiere, in furgone fino ai confini della guerra ucraina”

25 Marzo 2022

A Nursind Sanità il viaggio di Davide Canetti dal Piemonte a Lublino, nella Polonia orientale: “Abbiamo portato su viveri e beni di prima necessità. Siamo tornati con 16 tra donne e bambini”

di Ulisse Spinnato Vega

“Ho conosciuto i volontari di ‘Una goccia nel mare’ proprio nel centro vaccinale anti-Covid in cui lavoro, qui a Mondovì. Il centro tra poco chiuderà, ma intanto è stato importante entrare in contatto con loro, perché mi ha permesso di dare una mano concreta agli ucraini in fuga”. Ecco come l’umanità e la solidarietà possono fiorire lungo la linea sottile che, per caso, unisce le due tragedie più grandi: la pandemia e la guerra. Davide Canetti (nella foto), 53 anni, infermiere piemontese della ‘Provincia Granda’, come è definito il cuneese, racconta con emozione a Nursind Sanità il suo viaggio ai confini del conflitto bellico: “Avevo dei giorni di ferie e ne ho approfittato. Siamo partiti giovedì della settimana scorsa, di mattina, con tre furgoni e un’auto, mentre il quarto furgone lo abbiamo recuperato in Austria, dove era rimasto per un guasto nella precedente trasferta. E siamo tornati sabato pomeriggio: 4.400 chilometri d’un fiato tra andata e ritorno”. Destinazione finale: un ostello di Lublino, nella Polonia orientale, a poche decine di chilometri dal confine ucraino e dalle bombe dell’area di Leopoli.

“Abbiamo portato su beni alimentari, vestiti, pannolini, saponi. Di norma i profughi vengono via in treno giusto con uno zainetto in spalla, senza borse, per non far troppo volume a bordo, dunque hanno bisogno di tutto”, aggiunge Davide. E al ritorno? “Avremmo dovuto portar giù una ventina di persone, alla fine ne abbiamo caricate 16, tutte donne e bambini con cani, gatti e criceti. C’era anche un ragazzo che ha compiuto 18 anni proprio all’indomani della nostra ripartenza: se avesse raggiunto la maggiore età due giorni prima, sarebbe dovuto restare in Ucraina per fare la guerra ai russi”. L’infermiere poi spiega che non si è trattato di un viaggio alla cieca: “Sapevamo già chi andare a recuperare, avevamo i documenti, questo grazie a una ragazza ucraina che lavora lì nell’ostello ed è in contatto con Davide Massucco, uno dei volontari di Mondovì. Avevamo anche il via libera delle autorità polacche che ci hanno dato il benestare per altre trasferte di solidarietà”.

“Ricordo che stavano bombardando proprio mentre scaricavamo il materiale nel centro di transito di Hala Kijowska, prima tappa del viaggio (vedi la gallery) a pochissimi chilometri dal confine ucraino. Ma l’emozione più forte – prosegue Davide – è stata quando, lungo il tragitto di ritorno, ci siamo fermati a Cracovia con i mezzi carichi di persone in fuga. Lì avremmo dovuto raccogliere altri profughi, ma all’appuntamento non c’era nessuno, forse perché nel frattempo questi si erano organizzati diversamente. Proprio in quel momento però la sirena di una fabbrica ha suonato e a quel punto i bambini con noi hanno sicuramente ripensato agli allarmi anti-bombe e hanno iniziato a singhiozzare e piangere dalla paura. Mi si è stretto davvero il cuore”. 

Durante la traversata di rientro faceva un gran freddo di notte, anche -10 gradi, e la carovana ha deciso di non sostare mai. “Abbiamo fatto tutta una tirata fino a Mondovì“, racconta Davide. Gli ucraini si sono poi sistemati tra la stessa Mondovì, Carrù e Villanova Mondovì, grazie a famiglie del luogo, associazioni, parrocchie e servizi sociali del cuneese. “Il primo punto di raccolta è stato l’Albergo dei Gelsi a Villanova, chiuso sei mesi fa, ma poi da lì stanno via via smistando le persone in altre sistemazioni”, chiosa l’infermiere che aggiunge: “Mostrano sempre una grande dignità, sono donne che in patria lavoravano e vogliono continuare a lavorare, non vogliono stare con le mani in mano, anche se spesso hanno già superato i 60 o 65 anni”. Davide, cuore d’infermiere che sa cosa significhi prendersi cura di chi sta male, conclude: “Se partirò di nuovo? Ci sto pensando. C’è tanto da fare e dobbiamo dare tutti una mano”.

La gallery