Malattie croniche e rare, quando il privato diventa una scelta obbligata

05 Aprile 2022

Dal Rapporto di Cittadinanzattiva Lazio emergono difficoltà di accesso a visite specialistiche presso il Servizio sanitario regionale. Risultato? Il 57,8% è effettuato in regime privato o intramurario

di NS

Accesso difficile alle prestazioni, che si tratti di visite specialistiche o di assistenza domiciliare integrata. Per i pazienti affetti da malattie croniche e rare il periodo della pandemia, ma anche il 2021 non sono stati facili. Inevitabile, quindi, il ricorso al privato per le cure. A rivelarlo è il primo Rapporto regionale di Cittadinanzattiva Lazio, che ha coinvolto 256 pazienti. L’indagine, in particolare, ha analizzato due momenti specifici: marzo-settembre 2020 (emergenza pandemica) e 2021.

Le criticità relative all’accesso alle prestazioni sono prevalentemente legate alla necessità di effettuare una visita specialistica con gli ambulatori chiusi (41,2%), e per le liste di attesa la situazione è addirittura peggiorata nel corso del 2021, visto che nel periodo marzo-settembre 2020 questa quota era del 35,3%. Stessa situazione viene segnalata per quanto riguarda invalidità civile e/o handicap: in questo caso il 39,4% del campione ha segnalato delle difficoltà nel 2021, rispetto al 32,7% del periodo precedente. Altra area critica è quella del mancato rispetto dei codici di priorità U, B, D, P – attese superiori a quelle previste dal codice di priorità assegnato nella ricetta – per nuove prestazioni richieste, che passa dal 34,2% del periodo marzo-settembre 2020 al 38,5% dello scorso anno.

Proprio sul mancato rispetto dei codici di priorità, è intervenuto Elio Rosati, segretario regionale di Cittadinanzattiva Lazio: “Va fatta subito una proposta operativa alla luce del nuovo Piano di governo per le liste di attesa 2022-2024. Il vecchio Piano è scaduto e deve essere riscritto. Alla Regione – ha aggiunto – chiediamo che una delle modifiche riguardi un aspetto che ci viene segnalato spesso dai cittadini: la mancata indicazione (‘biffatura’) del codice di priorità da parte dei sanitari e che la ricetta dematerializzata non venga presa in carico dal sistema Cup fino a quando la stessa non sia completa dell’indicazione di priorità”.

Ma vediamo nel dettaglio che cosa emerge dal Rapporto. C’è da dire innanzitutto che sul fronte della campagna contro il Covid, il grado di soddisfazione dei cittadini è alto nel Lazio. L’informazione sulle diverse tipologie di vaccinazioni avviate dalla Regione vede soddisfatta la maggioranza delle persone, anche per le modalità di accesso alle vaccinazioni. Solo l’8,9% ha avuto difficoltà di prenotazione contro il 91,1%. Le vaccinazioni per queste fasce di popolazione sono state fatte nell’84,8% presso gli Hub vaccinali.

Il discorso cambia però sull’assitenza domiciliare in rapporto al Covid. Per il 69,2%, infatti, vi sono difficoltà per accedere all’Adi e tali difficoltà rispetto al pre-Covid per il 75% sono aumentate. I motivi principali risiedono nell’interruzione dell’assistenza (50%), mancanza di figure professionali (50%), difficoltà di accesso (37,5%) numero di giorni/ore di assistenza (37,5%), difficoltà nella fase di attivazione (25%), turn over del personale (25%).

Sul fronte di invalidità e handicap, il 58,6% ha registrato maggiori difficoltà durante la pandemia, e per il 69,8% le difficoltà sono oggi decisamente superiori rispetto al periodo pre Covid. I motivi principali risiedono nell’interruzione dell’assistenza (50%), mancanza di figure professionali (50%), difficoltà di accesso (37,5%) numero di giorni/ore di assistenza (37,5%), difficoltà nella fase di attivazione (25%), turn over del personale (25%).

L’indagine ha indagato anche il rapporto dei cittadini con le innovazioni tecnologiche. Cosa è venuto fuori? Il 74,2% non usufruisce di servizi di telemedicina, il 9,4% ne usufruiva già prima della pandemia e il 7,8% esclusivamente dopo. Significativo inoltre che solo il 36,7% ha il Fascicolo sanitario elettronico attivato, mentre il 54,7% del campione non sa se sia attivo o meno. Durante l’emergenza pandemica, poi, è risaputo che la ricetta dematerializzata si è imposta sulla scena. E in effetti anche il Rapporto di Ciattadinanzattiva Lazio conferma il trend: il 79,3% la usa, mentre il 12,1% non sa cosa sia. Il 58,6% la usava già prima della pandemia.

Ma la vera nota dolente riguarda le spese. Il tema dei costi da sostenere è un aspetto rilevante in generale, ma per chi ha patologie croniche e/o rare diventa un elemento caratterizzante che produce ulteriori diseguaglianze. L’indagine condotta dall’associazione mette in evidenza proprio le voci di spesa più ricorrenti. A cominicare dalle visite specialistiche: il 57,8% viene effettuato in regime privato o intramurario. Ma non finisce qui: il 55,5% dei costi riguarda l’acquisto di parafarmaci (integratori, creme, pomate, lacrime artificiali), il 53,9% è impiegato per sostenere esami diagnostici effettuati in regime privato o intramurario, 40,6% per la prevenzione terziaria (diete, attività fisica, dispositivi), 32,3% in prevenzione primaria e secondaria (screening, visite per diagnosi precoce) e il 41,8% per l’acquisto di farmaci necessari e non rimborsati dal Ssn.

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