Stress e depressione: la pandemia colpisce anche la psiche

07 Aprile 2022

Secondo una ricerca curata dall’Iss e dall’Università di Padova, durante i mesi del lockdown l’88,6% degli over 16 ha sofferto a livello psicologico

di NS

Durante i mesi del lockdown, ben l’88,6% delle persone sopra i 16 anni ha sofferto di stress e quasi la metà di sintomi di depressione, con i più giovani, le donne e i disoccupati che si sono rivelati i soggetti più a rischio. La sofferenza a livello psicologico è stata una dei tanti aspetti su cui la pandemia ha impattato fortemente sulla nostra società. A dimostrarlo, da ultimo, una ricerca condotta dall’Istituto superiore di sanità e dall’Università di Padova (Unità di Biostatistica Epidemiologia e Sanità Pubblica del Dipartimento di Scienze Cardio-Toraco-Vascolari e Sanità pubblica) appena pubblicata dalla rivista Bmj Open. Lo studio si basa su interviste somministrate via web attraverso il portale del progetto (www.prestoinsieme.com). In totale hanno risposto 5.008 persone, di età media pari a 37 anni e in prevalenza donne (63%).

Tra i risultati è emerso che i sintomi di stress psicologico più frequenti sono stati riscontrati nelle donne (il 63%) e nei disoccupati, mentre circa metà dei soggetti ha sofferto di sintomi depressivi moderati (il 25,5%) o gravi (il 22%). Le giovani donne hanno mostrato una maggiore probabilità di sintomi gravi: per il 23,3% di loro, infatti, si registra un impatto psicologico moderato o severo. Anche in questo caso le donne e i giovani sono emersi come i gruppi più a rischio: in generale, si è assistito a una diminuzione della qualità della dieta, con un consumo meno frequente di latticini, frutta e verdura, e, in particolare per soggetti con sintomatologia depressiva, a un incremento dei consumi di cibi ricchi di grassi e zuccheri.

“Questi risultati possono essere utili nella valutazione complessiva delle risposte a nuovi outbreaks pandemici, perché forniscono indicazioni sulla necessità di implementare programmi pubblici di supporto psicologico per la comunità a fianco delle misure per il controllo pandemico”, sottolineano gli autori dello studio, che mettono in luce come tali dati risultino utili anche per valutare quali siano le ricadute a livello di salute pubblica, potenzialmente a lungo termine, sulla popolazione, nel caso debba affrontare lunghi periodi di stress o costrizione.

Secondo i ricercatori, “il fatto che si assista anche ad un cambiamento in senso peggiorativo di abitudini alimentari, ci pone di fronte all’evidenza che alti livelli di stress portano al bisogno di nutrirsi in modo ‘consolatorio’”: l’aumento di zuccheri e grassi nella dieta quotidiana, per periodi di tempo lunghi, va infatti ad appesantire il nostro metabolismo e ha conseguenze nello stato di salute delle persone più fragili. Ed ecco che i risultati di una cattiva alimentazione, l’aumento di peso o l’insorgere di malattie connesse, si ripercuotono anche a livello psicologico. Tirando le somme, dunque, “agire preventivamente nell’educazione alimentare, aiuta sicuramente ad arginare le conseguenze di periodi di stress, individuali o comunitari, che registrano un costo sociale”. E’ proprio questa una delle possibili risposte suggerite dalla ricerca.

C’è da dire che qualcosa si è fatto anche a livello legislativo. Tra gli interventi messi in campo per fronteggiare questo particolare impatto della pandemia, per esempio, c’è il cosiddetto “bonus psicologo”. La misura, inserito nell’ultimo decreto Milleproroghe licenziato in via definitiva dal Senato lo scorso 24 febbraio, prevede fino a 600 euro da spendere per cure post stress da pandemia Covid, a disposizione di tutti coloro che hanno un Isee fino a 50mila euro. Complessivamente il Governo ha stanziato 20 milioni, di cui metà sarà destinata al rafforzamento delle strutture sanitarie e l’altra metà ai cittadini che potranno chiedere un ristoro di fronte alle spese sostenute per sedute di psicanalisi e terapie, fino, appunto, a 600 euro a persona.

Sempre a proposito di stress, però, non si può tralasciare neppure quello a cui sono stati sottoposti gli operatori sanitari. I mesi difficili che abbiamo alle spalle hanno lasciato un segno profondo in tutte le categorie in prima linea nel contrasto alla pandemia. Nel caso specifico parliamo del fenomeno del “burnout”, ovvero un insieme di sintomi causati dall’esaurimento emotivo, che insorge in seguito a stress cronico in particolare nei lavoratori quotidianamente a contatto con il pubblico e le sue richieste. E’ stata la Fnopi (Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche) che, in una recente audizione in Senato, ha acceso i riflettori su questo problema. Burnout e stress psico-fisico, secondo una stima della Federazione, hanno colpito tra il 30 e il 50% degli operatori sanitari. Non solo, ma a fine pandemia possono lasciare tracce indelebili.

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