Tumori al seno, oltre 3.500 casi non individuati per colpa della pandemia

08 Aprile 2022

IncontraDonna onlus lancia l’allarme sui mancati screening. La presidente Bonifacino a Nursind Sanità: “Impatto pesante sulla prevenzione: 4 mln di inviti agli esami in meno”

di Marta Tartarini

La pandemia ha provocato un’altra emergenza, quella della carenza di diagnosi precoce dei tumori al seno. Il ritardo medio accumulato sugli screening, nella fase acuta della lotta al virus, è di oltre quattro mesi. E questo significa patologie oncologiche non individuate o scoperte in fase avanzata.

I dati parlano chiaro: gli inviti per gli screening della mammella si sono ridotti di più di 1 milione (-20%) e sono oltre 816mila le mammografie eseguite in meno (-28%)Si stima che oltre 3.500 casi di carcinoma non siano stati individuati. I numeri sono riferiti al periodo gennaio 2020 – maggio 2021, confrontati con gli stessi mesi del 2019. A lanciare l’allarme è IncontraDonna Onlus, l’associazione no profit che vuole promuovere una corretta informazione sul tumore del seno e che proprio per oggi ha organizzato l’evento “Pink Ring” sul tema “Screening oncologici e pandemia: i ritardi nelle diagnosi di tumore”. 

C’è da dire che i ritardi non riguardano solo il tumore al seno. L’associazione segnala, infatti, che gli inviti in meno a partecipare agli screening per il collo dell’utero superano il milione e 500 mila, mentre gli esami non eseguiti sono oltre 780mila (-35%), sempre rispetto al 2019. Si stimano dunque oltre 3.500 carcinomi del collo dell’utero non identificati. Ancora: si registra una riduzione di oltre 2 milioni di inviti per gli screening colorettali. Gli esami non effettuati superano il milione e 200 mila (-34%) e i ritardi ammontano a 5 mesi. Questo significa più di 1.300 casi stimati di neoplasie colorettali non individuate.  

Adriana Bonifacino, presidente di IncontraDonna Onlus, interpellata da Nursind Sanità, spiega che “l’impatto della pandemia sulla prevenzione oncologica secondaria è rilevante: calcoliamo che in totale sono oltre 4 milioni gli inviti a partecipare agli esami in meno“. Questo comporta un danno per i pazienti e un costo per l’intero sistema sanitario: “Lo stiamo già vendendo, a causa di una diagnosi più tardiva ci sono più pazienti affidati alla chemioterapia”. 

Ma da maggio dell’anno scorso ad oggi la situazione è migliorata? “Con molte differenze tra territori e tra singole Asl si sta cercando di recuperare il ritardo. Tuttavia, non tutte le strutture sono in grado di ampliare gli orari e aumentare il numero delle prestazioni”, spiega Bonifacino.

Esiste inoltre un sommerso di casi che riguarda le diagnosi che avvengono in strutture private. “Molte donne non rispondono agli screening e fanno la mammografia per conto proprio, spesso nel privato, ma queste non rientrano nei dati a disposizione delle Regioni”. L’associazione porta l’esempio dei tumori al seno che sono 55mila ogni anno, di questi solo 10mila nel 2019 sono emersi tramite gli esami fatti con la programmazione pubblica. Poi negli ultimi due anni, a causa del Covid-19, molte indagini di prevenzione spontanee non sono state svolte. E ciò potrebbe incrementare ulteriormente i forti ritardi diagnostici.

Una tendenza, insomma, da invertire. Ma come? Per Bonifacino la strada è quella di investire in informazione e in personale. Non solo, ma “bisogna procedere con la fortificazione della medicina del territorio, alla quale è delegata la gestione degli screening – aggiunge la numero uno dell’associazione -. Già nel 2020 erano stati stanziati dal ministero della Salute 500 milioni di euro per la prevenzione. Devo dire che il ministro ci ha risposto con immediatezza e buona parte del Pnrr si basa su investimenti nella medicina del territorio”.

Ma poi la gestione è in capo alle Regioni. Ai governatori la richiesta è quella di fornire entro l’anno i dati delle prestazioni recuperate in modo da avere un quadro chiaro della situazione. E investire in tecnologia e soprattutto in personale: “Non possiamo fare più screening se non aumentano i tecnici di radiologia e i radiologi”, sottolinea.

Infine, è necessaria “una campagna di sensibilizzazione, per sollecitare donne e uomini a sottoporsi agli esami perché non venga meno la fiducia nello screening come modello di sanità pubblica. Nei luoghi pubblici, di lavoro, attraverso i media bisogna sollecitare le persone a rispondere agli avvisi, rendendoli anche più comprensibili e omogenei sul territorio nazionale”. In particolare IncontraDonna chiede di mettere in campo un “programma dedicato alle donne a più alto rischio e a quelle con il seno denso, ricordando che la prevenzione non finisce mai e che quindi, anche quando le Regioni non inviano più gli avvisi, in genere dopo i 74 anni, bisogna continuare a fare i controlli”.

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