Ospedali, “Nelle aree mediche servono infermieri specializzati”

20 Aprile 2022

Una priorità anche garantire il giusto rapporto con gli assistiti. Ecco il documento congiunto Fnopi- Animo che delinea il percorso necessario per la formazione

di NS

Il Covid lo ha dimostrato: la medicina interna non è una “specialità di base” negli ospedali, ma una “specialità fondamentale”. Inoltre, il contesto clinico-epidemiologico negli ultimi trent’anni è radicalmente cambiato: la maggior parte dei pazienti accolti in medicina interna, e più in generale nei reparti di area medica, presenta una patologia acuta che si inserisce in un quadro di cronicità, polipatologia e fragilità in età avanzata. Per questo Animo (Associazione nazionale infermieri di medicina) e Fnopi (Federazione nazionale ordini delle professioni infermieristiche) hanno messo nero su bianco, in un documento congiunto, il nuovo percorso necessario per la formazione degli infermieri che nei reparti di medicina assistono i pazienti.

L’infermiere dovrà essere specialista con laurea magistrale a indirizzo clinico in area medica. Un infermiere esperto clinico, opportunamente formato e formalmente riconosciuto, in grado di orientare e gestire il percorso assistenziale dei pazienti, e soprattutto in grado di prendere in cura la persona con complessità assistenziale, garantendone un monitoraggio e un controllo competente e specifico. E per realizzare il cambiamento il “position” Animo-Fnopi indica quattro obiettivi. Il primo è superare il modello prestazionale-tecnologico che sta caratterizzando l’infermieristica negli ospedali. La seconda priorità, invece, è quella di promuovere lo sviluppo di modelli organizzativi innovativi e approcci assistenziali avanzati fondati sulla logica di processi e di continuità assistenziale, quali ad esempio il Primary Nursing e il Case Management.

Terza questione da affrontare è quella relativa all’adeguamento quali-quantitativo dello staffing dei reparti dell’area medica alle “raccomandazioni per la determinazione dello ‘staff’ per l’assistenza infermieristica”, secondo le indicazioni della Società italiana per la direzione e il management delle professioni infermieristiche, ovvero un rapporto infermiere/persona assistita pari almeno a 1:6. Una proporzione suggerita dalla letteratura e dagli studi che sottolineano come allontanandosi da tale rapporto anche di una sola unità la probabilità di decesso del paziente entro i 30 giorni dalla dimissione aumenta del 7 per cento. Infine l’ ultimo obiettivo: prevedere all’interno di ogni setting di area medica diversi livelli di competenza dei professionisti con adeguate proporzioni all’interno del team secondo criteri che consentano un adeguato skill-mix e la necessaria diversificazione della risposta assistenziale.

“Per garantire qualità e sicurezza nell’assistenza alle persone ricoverate in area medica – sottolineano Barbara Mangiacavalli, presidente Fnopi e Gabriella Bordin, presidente Animo – sono fondamentali queste condizioni, tra cui l’adeguamento quali-quantitativo dello staffing su tutto il territorio nazionale, senza differenze regionali; il riconoscimento sostanziale della complessità dei casi trattati in area medica; la cancellazione formale del termine ‘base’ dal linguaggio usato nel management e nella formazione in riferimento all’area medica; il superamento del modello prestazionale-tecnologico che sta caratterizzando l’infermieristica negli ospedali; la promozione di modelli organizzativi innovativi e approcci assistenziali avanzati orientati alla personalizzazione e alla continuità assistenziale, quali ad esempio il Primary Nursing e il Case Management; la formazione a livello accademico in percorsi post base (master, Laurea Magistrale) dell’infermiere specialista in area medica”.

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