Epatiti nei bambini: ormai vicini ai 200 casi globali. Cause ancora ignote

26 Aprile 2022

Shock nel Regno Unito, in Italia almeno 11 segnalazioni. Colpa di un adenovirus? Tutti negano legami con il Covid, ma i lockdown potrebbero aver ridotto le difese immunitarie dei più piccoli

di Ulisse Spinnato Vega

Non se ne conosce la causa e non è nemmeno chiaro se si tratti di un boom di casi o di una dinamica in linea con gli anni passati. Le epatiti acute che colpiscono i bambini preoccupano famiglie e sistemi sanitari in diversi Paesi del mondo, ma è presto per parlare di nuova epidemia, anche perché l’eziologia rimane del tutto misteriosa. Dalla Sigenp, Società italiana di gastroenterologia epatologia e nutrizione pediatrica, qualche giorno fa hanno spiegato che “di questo tipo di malattie ne vediamo tutti gli anni e quello che ci interessava capire era se ci fosse stato un incremento delle diagnosi. Per ora siamo in media con gli anni scorsi, visto che vedevamo tra i 60 e i 70 casi in dodici mesi. Per questo non siamo allarmati”.


Nonostante ciò, è scattato il monitoraggio sui 41 centri italiani di primo livello e quelli in cui si fanno i trapianti pediatrici del fegato (Bergamo, Torino, Padova, Roma e Palermo). D’altronde l’Oms stessa aveva chiesto al ministero della Salute di vigilare e la sorveglianza è partita il 14 aprile scorso, mentre anche la rete dei pediatri di famiglia ha avviato l’attività da “sentinelle sul territorio”. Certo, nel Regno Unito è dilagata subito la psicosi per il picco di casi registrati (almeno 108), ma ad oggi il conto ufficiale è fermo a circa 190 in 12 Paesi del mondo, di cui una quarantina in Europa, con 17 bambini costretti al trapianto di fegato e almeno un decesso segnalato.

La platea dei piccoli colpiti, c’è da dire, è anagraficamente ampia: si va dall’età di un mese ai 16 anni. In Italia, invece, i casi sospetti sono 11 in diverse regioni italiane (Abruzzo, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Marche, Sicilia, Toscana e Veneto), ma soltanto due rispondono finora alla definizione fornita dall’Oms. Per altri quattro si attende l’esito degli approfondimenti e due riguardano adolescenti di età superiore ai dieci anni, per uno dei quali si è ricorso al trapianto di fegato. Ad oggi, in realtà, il bilancio potrebbe essere cresciuto, ma non è chiaro se ci sia in effetti un’incidenza anomala di queste epatiti acute con causa ignota o se si tratti solamente di un aumento della consapevolezza e quindi di una maggiore rilevazione.

Preoccupa comunque la nebbia totale in cui sono avvolte le origini della patologia. Si ipotizza che possa esserci dietro un adenovirus (malgrado lo scetticismo dell’Istituto superiore di sanità che lo ritiene “improbabile”), magari una variante più aggressiva di uno di quelli parainfluenzali o influenzali che scatenano i banali raffreddori o qualche linea di febbre. In effetti, esso è stato rilevato in almeno 74 casi e 18 sono stati identificati come tipologia specifica F41. Tuttavia, potrebbe pure trattarsi di un altro genere di virus, ma non è detto che l’origine sia effettivamente di natura virale: non sono da escludere cause ambientali, tossicologiche o comunque legate ad agenti non trasmissibili. Resta il fatto che le epatiti acute preoccupano Usa ed Europa, oltre alla Gran Bretagna. E una cosa è certa: nei bambini colpiti non è stato riscontrato nessuno dei cinque virus tipici dell’epatite virale (che vengono classificati con le prime cinque lettere dell’alfabeto).

Il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, si mantiene prudente: “Massima attenzione, ma nessun allarme eccessivo”, malgrado “molti dei casi confermati nel Regno Unito ed alcuni anche in Italia” presentino “una positività agli adenovirus, virus che di solito provocano sintomi lievi come raffreddore, vomito e diarrea. Si potrebbe ipotizzare – aggiunge Sileri – la comparsa di una nuova variante, oppure che i bambini più piccoli siano immunologicamente meno protetti da questi virus, che durante la pandemia hanno avuto una circolazione molto ridotta”. In effetti c’è chi teorizza che le restrizioni da Covid e i prolungati periodi di isolamento abbiano contribuito a indebolire il sistema immunitario dei minori. “Se parliamo di bambini in tenera età, è possibile. Ma ho dei forti dubbi circa il fatto che un 14enne o un 16enne possano avere difese immunitarie così precarie da contrarre un’epatite acuta”, spiega a Nursind Sanità Alessandra Moretti, Dirigente medico di primo livello presso della Uoc di Gastroenterologia dell’Ospedale San Filippo Neri di Roma (Asl Roma 1).

Circa le cause Moretti azzarda: “Vomito e diarrea rappresentano una sintomatologia che ci fa pensare a un’infezione da adenovirus. Va precisato, però, che l’epatite acuta non dà un quadro clinico manifesto di per sé, a meno che non ci sia un problema più grave, con danno di fegato. Normalmente abbiamo un riscontro occasionale connesso ad altri sintomi: si dosano le transaminasi e si scopre l’epatite; in linea di massima accade per caso. Le epatiti acute, tra l’altro, sono quasi sempre autolimitantesi e guariscono da sole nel giro di poco tempo”.

La stessa Oms, infatti, rimane abbottonata: “L’adenovirus è un’ipotesi possibile e le indagini sono in corso per l’agente eziologico”. Ancora Sileri, parlando a Radio InBlu, esclude invece qualunque correlazione con il Sars-Cov2 o con il vaccino anti-Covid, anche se il virus pandemico è stato identificato in 20 casi tra quelli testati, mentre 19 vittime avevano una coinfezione da Covid e adenovirus. Peraltro, la maggior parte dei piccoli vittime delle epatiti non era stata vaccinata e i preparati potrebbero anzi avere una funzione protettiva. Il ministero della Salute a sua volta ha negato, al momento, connessioni con i preparati, seguito a ruota dall’Iss. I sintomi più ricorrenti sono di carattere gastrointestinale, appunto, con dolore addominale, diarrea e vomito. Raramente c’è febbre. Nelle forme più gravi si presenta l’ittero, ossia la pelle di colore giallastro: è questo il segnale che bisogna intervenire subito, portando il bambino al pronto soccorso, con il rischio che si debba ricorrere a un trapianto di fegato.

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