Medici del 118, servirebbe una legge, ma…

29 Aprile 2022

Il sottosegretario alla Salute Costa risponde a un’interpellanza: “Criticità da affrontare con Regioni, dipartimento della Funzione pubblica e Mef”

di NS

In Italia abbiamo una forte carenza di medici del 118. A sollevare oggi la questione alla Camera è stata la deputata di Centro democratico Mara Lapia attraverso un’interpellanza urgente. Secondo la deputata, questa carenza deriva dal fatto che i medici del 118 “non sono inquadrati nel Sistema sanitario nazionale, sono fondamentalmente dei liberi professionisti, gestiti in maniera autonomia da ogni Regione e non hanno un trattamento economico adeguato”. Perciò ha chiesto al ministero della Salute l’apertura di un tavolo tecnico, appunto, con le Regioni “affinché si trovi immediatamente una soluzione normativa, non a macchia di leopardo”. Da sarda ha citato proprio il caso specifico della sua Isola in cui “tempo fa, su 90 unità che hanno ultimato il corso da medici del 118 solamente 3 hanno deciso di restare”.

A risponderle è stato il sottosegretario alla Salute Andrea Costa, ricordando quanto previsto nella legge di Bilancio 2021, e cioè la possibilità, proprio “al fine di garantire la continuità nell’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza”, per il personale medico in servizio presso le strutture del sistema di emergenza-urgenza territoriale 118 che abbia maturato una anzianità lavorativa di almeno 36 mesi, di accedere alle procedure di assegnazione degli incarichi convenzionali a tempo indeterminato, destinate al servizio di emergenza-urgenza 118, anche senza il possesso del diploma attestante la formazione specifica in medicina generale”.

Secondo Costa, però, intervenire con una legge volta all’inquadramento dei medici del servizio di emergenza-urgenza 118 a tempo indeterminato, “presenta alcune criticità che andrebbero puntualmente affrontate e risolte con le Regioni, il dipartimento della Funzione pubblica ed il ministero dell’Economia e delle Finanze”.

Il sottosegretario, inoltre, mette in evidenza anche i rischi che sarebbero dietro l’angolo. Proprio perché i servizi di emergenza-urgenza sono disciplinati dalle Regioni con modalità diverse, sottolinea, “la possibilità per tutti i medici convenzionati di passare a un rapporto di lavoro dipendente potrebbe comportare un possibile svuotamento, di fatto, dell’emergenza territoriale convenzionata, con un conseguente impatto sull’organizzazione dei servizi da parte delle Regioni”. Questo perché, “purtroppo, in molte di esse c’è un modello misto di emergenza territoriale, per cui ai relativi servizi concorrono sia i medici in rapporto di convenzione che dirigenti medici dipendenti dal Servizio sanitario nazionale”. Insomma, strada in salita.

Anche se è lo stesso Costa a ricordare che proprio dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome recentemente sia arrivata la richiesta di un intervento normativo volto a individuare delle aree di attività dell’emergenza territoriale e della medicina dei servizi che implichino un rapporto d’impiego. Nel dettaglio, per Regioni e Province autonome, l’inquadramento nel ruolo sanitario dovrebbe essere vincolato alla permanenza presso i servizi della rete di emergenza-urgenza, compresi i pronto soccorso, per almeno un quinquennio. La questione, tirando le somme, esiste. E non si può dire che non abbia fatto capolino in Parlamento. “Attualmente – ha ricordato – sono pendenti tre disegni di legge che prevedono un generale riordino della medicina di emergenza e in tale contesto viene affrontato anche il tema del passaggio alla dipendenza, su base volontaria, da parte dei medici del 118 in rapporto convenzionale”. Morale: troppi livelli di governo da mettere d’accordo in una legislatura ormai agli sgoccioli. Dunque, con molta probabilità, siamo di fronte all’ennesima riforma rinviata a data da destinarsi.

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